A sinistra, Alexander Groves e Azusa Murakami; a destra, dettaglio del prototipo dell’installazione New Spring, presentata all’ultimo Salone del Mobile - Credits: Ph. Barrie Hullegie - Styling di David St John-James - Ph Assistant: Sam Benard; Stylist Assistant: Alice Maiolini / Francesca Pinna; Grooming: Liz Daxauer @ Caren; Producer: Sanne Van Hattum
Alexander Groves e Azusa Murakami - Credits: Ph. Barrie Hullegie - Styling di David St John-James - Ph Assistant: Sam Benard; Stylist Assistant: Alice Maiolini / Francesca Pinna; Grooming: Liz Daxauer @ Caren; Producer: Sanne Van Hattum
Particolari di due tavoli da lavoro presenti all’interno del laboratorio londinese di Studio Swine, nel quartiere di Clapham. Si riconoscono alcuni materiali di recupero utilizzati per le loro creazioni: gomma indurita, resine vegetali, vari frammenti di legno riciclato - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Azusa Murakami e Alexander Groves con una Loom chair, seduta realizzata per il St James’s Market di Londra - Credits: Ph. Barrie Hullegie - Styling di David St John-James - Ph Assistant: Sam Benard; Stylist Assistant: Alice Maiolini / Francesca Pinna; Grooming: Liz Daxauer @ Caren; Producer: Sanne Van Hattum
Studi preparatori delle creazioni di Studio Swine. Oltre a modellini di Loom chair, ci sono pezzi del progetto Fordlandia, collezione di oggetti in gomma, che include anche un coltello e un vinile, ispirata alla città costruita negli anni 20 da Henry Ford in Amazzonia per assicurarsi materiali per le sue automobili - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Storytelling

Studio Swine, coppia nella vita e sul lavoro

Complice è stato quel vulcano islandese impronunciabile, che intasando di cenere i cieli d’Europa li ha bloccati a Milano per cinque giorni pieni. Erano in Italia per un’esibizione del Royal College of Art di Londra, che entrambi frequentavano senza frequentarsi: «L’avevo già notata, mi serviva un’occasione per conoscerla», racconta Alexander Groves, riserbo inglese e radici nella scultura, mezz’anima dello Studio Swine. L’altra è Azusa Murakami, architetto giapponese dallo sguardo malinconico, arrivata in Gran Bretagna quando aveva 12 anni.

Dal 2010, dall’eruzione epica di Eyjafjallajökull, i due fanno coppia nella vita e sul lavoro. Piani conviventi nello stesso appartamento, «Dove discutiamo dei progetti a tavola e nel letto. A volte litigando, cesellandoci a vicenda  fino a giungere a una sintesi». Quasi fondendosi in un organismo monocellulare: «Condividiamo persino il telefonino, ne abbiamo uno e ci basta. Ci percepiamo come una persona unica», dice Murakami, una parentela con il celebre scrittore, non di sangue, ma di filosofia: «La medesima passione per i viaggi e la natura».

Nomadismo perenne e ossessione per la sostenibilità sono i capisaldi di questo collettivo ristrettissimo, che ha creato sedie usando plastica alla deriva negli oceani, occhiali e pettini imbottiti di capelli umani cinesi, poltrone dalla gomma della foresta amazzonica, sgabelli ricavati dalla spazzatura in Brasile. «Il design, per noi, ingloba un senso di responsabilità verso il Pianeta. Prendiamo quello che gli altri buttano via e tentiamo di renderlo desiderabile. Partiamo dagli scarti e gli diamo vita nuova. Come i maiali che si nutrono di avanzi e poi diventano prosciutto pregiato». Così si spiega il nome bizzarro dello studio (“Swine” vuol dire suino), meno faticoso del rotolo di sillabe che stringe: Super Wide Interdisciplinary New Explorers. «È abbastanza ironico», ammette Azusa: «Eravamo stufi di ripetere la storia dei maiali, gli abbiamo appiccicato dentro quest’acronimo».

I loro lavori, che spesso invadono i confini dell’arte, hanno ricevuto decine di premi internazionali, fanno parte delle collezioni del Centre Pompidou di Parigi, sono stati alla Biennale di Venezia e di Shanghai. «È un privilegio per noi che ciò accada. Un’opera», ragiona Alexander, «Sottintende una generosità. Non serve possederla per ammirarla, perché possa trasmettere qualcosa a chi la osserva». Per spingere meglio sul concetto, i due depositano tracce negli spazi pubblici: hanno costruito sedute dalle forme tortuose per il St James’s Market a Londra; in autunno, ancora nella City, inaugureranno una scultura in metallo in una rotonda di Old Street: «Lo facciamo per la gente comune che non visita le mostre, magari vede una nostra panchina, capisce che non è una qualunque, decide di avvicinarsi e di toccarla. È straordinario provocare attimi di vita quotidiana».

Il loro studio non ha un luogo fisico, coincide con gli spazi che abitano: il garage dei genitori di Groves, nelle campagne del Kent, quando hanno deciso di allearsi e procedere appaiati. Una stanza spoglia a San Paolo, il primo lungo viaggio, dove dormivano sul pavimento: «Non avevamo paura di fallire. Ci sentivamo liberi». Un grande magazzino vuoto, la residenza provvisoria in Cina: «Lì abbiamo ascoltato insieme l’audiolibro della storia di Steve Jobs. Un momento importante: abbiamo capito che si può fabbricare una rivoluzione partendo dal nulla. Ci ha resi ambiziosi», ricorda Alexander, divoratore seriale di biografie. «Quest’anno ne ho lette cinque, tutte di Winston Churchill. Aveva una voglia matta di darsi obiettivi e raggiungerli. Di notte si macerava nel letto chiedendosi se avesse fatto abbastanza».

L’unico nucleo ricorrente del loro percorso è un laboratorio senza numero civico nel quartiere londinese di Clapham, dove la metropolitana non arriva e il Gps si perde. Un rifugio intriso d’odore di resina, una sequenza di lampade e trapani, pezzi d’acciaio e di legno, camici macchiati di pittura, catene pendenti dal soffitto e, all’ingresso, una vecchia radio con un bicchiere sull’antenna per ampli care il segnale. Scossa dal continuo passaggio dei treni al piano di sopra, è l’officina in cui le idee di Studio Swine prendono forma: è qui che li incontriamo, davanti a una forma embrionale di New Spring, l’installazione che hanno realizzato all’ultimo Salone del Mobile per Cos. Un albero in alluminio riciclato, dai ori di bolle che svaniscono in una coda di fumo al contatto con la pelle: il senso di una continua rinascita, un inno ciclico alla bellezza struggente dell’evanescenza. Un successo, con attese di oltre un’ora per ammirarlo: «Un’accoglienza che ci ha commossi. Desideriamo che le persone traggano gioia dal nostro lavoro. Che li emozioni».

È il motivo per cui Groves e Murakami accostano una narrativa visiva al loro design, tramite cortometraggi di cui curano storia, ambientazione, realizzazione. Alcuni sono diventati piccoli cult, premiati al festival di Cannes e trasmessi dal National Geographic: «Concepiamo un mondo intero intorno a un oggetto. Anche un film occupa uno spazio: lo spazio dell’immaginazione», riflette Alexander, che negli ultimi mesi, quelli del successo globale, ha consolidato la capacità di dire no, persino a proposte irresistibili, pagate tanto, ma lontane dall’universo concettuale di Swine: «La libertà vale di più. Siamo molto consapevoli della nostra mortalità». Meglio allora spendere il tempo sperimentando, senza escludere incursioni nel privato: «Ci siamo sposati di corsa, nel 2015, in un ufficio postale in Giappone. In coda dietro di noi c’era un uomo che doveva rinnovare la patente. Vorremmo legarci con una cerimonia tradizionale, magari la trasformeremo in un progetto». La prossima avanguardia, la fusione definitiva tra il lavoro e la vita.

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