Un ritratto di Tokujin che gioca con le trasparenze - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Un prototipo dello sgabello in cristallo e acrilico progettato per Swarovski Crystal Palace - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Due immagini dell’architettura dello studio di Tokujin Yoshioka. Su un volume in cemento armato, ha sovrapposto la struttura di un antico deposito di riso - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Una veduta del primo piano dello studio con il grande tavolo utilizzato per i meeting. Sul soffitto, le travi a vista originali del magazzino - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Tokujin Yoshioka siede sulla panca Water Block, che riproduce la trasparenza e le increspature dell’acqua, ed è in mostra permanente al Musée d’Orsay di Parigi - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, Venus è la sedia che il designer ha creato sfruttando la formazione spontanea di cristalli. A destra, Tokujin gioca con la rifrazione e con i colori della pace - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, un momento di analisi di alcuni materiali nello studio di Yoshioka. A destra, uno scorcio della biblioteca all’interno dello studio, che funge anche da elemento divisorio dello spazio. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Storytelling

Tokujin Yoshioka: creo la forma come tramite dell’esperienza

Nella teoria delle cose, lo stile del designer è definito da particolari forme e volumi. Esistono per esempio le linee orizzontali di Piero Lissoni; le scatole bianche di Nendo, la plasticità multicolore di Patricia Urquiola o le masse materiche di Max Lamb...

A dispetto della concretezza, Tokujin Yoshioka è il designer dell’immaterialità e della luce. Lavora nel segno di quella concezione estetica giapponese basata sull’eleganza, sulla spiritualità e sull’impermanenza, con un nucleo antico che a onda le sue radici nella loso a buddista. Ha creato installazioni, arredi, accessori, pezzi d’arte, mostre, negozi e architetture per molti dei brand più irresistibili del mondo: Issey Miyake, Hermès, Louis Vuitton, Cartier, Swarovski, Kartell, Moroso, Lexus. Alcuni suoi pezzi fanno parte delle collezioni permanenti del MoMA di New York, del V&A di Londra e del Centre Pompidou di Parigi; nel 2017 ha vinto il prestigioso Milano Design Award con l’istallazione realizzata per LG Electronics durante l’ultimo Salone del Mobile.

Certamente vale un viaggio a Tokyo. Ci incontriamo nel suo studio, in uno dei quartieri più eleganti della città, un’architettura che insiste nel solco di un tempo sacro, circolare, non cronologico, scartando l’idea della distruzione e della sostituzione, in favore del concetto di rigenerazione e di narrazione infinita. L’edificio è composto da una base in cemento armato sulla quale è stato incastonato un deposito di riso, vecchio di 150 anni che Tokujin ha trovato a Shimane, una zona rurale nel Sud del Giappone e che ha trasferito a Tokyo perché diventasse l’involucro del suo laboratorio creativo.

Io mi presento completamente afona e in pieno jet lag, lui principe dell’evanescenza, non parla una parola di inglese. Tra un tazza di tè con lo zenzero che fa bene alla mia gola e una traduttrice che fortunatamente lo segue come un’ombra, riusciamo miracolosamente ad avere una conversazione (sur)reale.

Certo che non è come fare un modello di una sedia...

Devo ammettere che le incognite sono moltissime, non posso mai sapere come sia veramente il risultato finché non - finiamo di installare tutto. Facendo un plastico in scala cerco di immaginare l’effetto fisico, ma soprattutto l’emozione e l’atmosfera. Qualunque sia il progetto che a ronto, un orologio da polso per Issey Miyake o lo stadio Olimpico di Tokyo, il mio approccio è sempre uguale: esprimere il concetto solo con una frase semplice..

Questo ha qualcosa a che fare con l’amore per gli Haiku, le brevissime poesie della tradizione giapponese?

Esattamente: suggestione e sintesi. Sono gli Haiku, i poemi brevi nati intorno al 1600 che hanno solo 17 caratteri, componimenti dell’anima che raccontano le emozioni del paesaggio e della precarietà dell’uomo. Fin da bambino sono sempre stato affascinato dalla natura, non per la sua bellezza, ma per la potenza e per la paura che suscita cambiando in ogni momento. Dove sono cresciuto c’erano tanti tifoni.

Perché la luce gioca un ruolo così importante in quello che fa?

È fondamentale. Trascende la forma, da sola prende vita e diventa la protagonista del mio lavoro, non dipende da me. Quando progetto uno spazio, mentre ragiono sulle mie idee, chiudo gli occhi, immagino in che tipo di posto vorrei essere e mi vedo sempre circondato da una luce caratterizzante. I materiali trasparenti mi sono più affini e utilizzarli non significa creare un oggetto luminoso, ma far nascere qualcosa che trasforma la luminosità tutt’intorno. Nonostante io sia un designer, non mi piace creare solo la forma, n da ragazzino inseguivo il desiderio di inventare qualcosa che cambiasse l’atmosfera circostante.

Come si sono sviluppati i suoi progetti dall’inizio della sua carriera e in che direzione stanno andando?

Attraversando tante e diverse esperienze, il mio lavoro è un un viaggio per trovare il mio pensiero. Il cammino potrebbe diventare sempre più stretto o potrebbe focalizzare più chiaramente che cosa devo fare. Alla fine del viaggio morirò, un giorno qualunque in un posto qualsiasi.

Come sarà il futuro del design?

Diventerà più sensoriale, ora è materialismo al 100%. Creare il senso umano e il momento è la cosa più importante.

Posso immaginare il senso, ma non il momento.

Il momento in cui passi proprio da lì. Magari un momento di relax o un momento di emozione, mi riferisco alla qualità di ogni momento. Prenda per esempio questo telefono, una volta era grande, qui c’erano i pulsanti, l’antenna... poi diventando sempre più digitale l’hardware diventa software, allora oggettivamente ci sono sempre meno cose da disegnare per noi progettisti. Quindi dobbiamo pensare a come creare un momento piuttosto che un prodotto, perché prima o poi spariranno gli oggetti che hanno una forma fosica.

Cosa le piacerebbe progettare idealmente?

Qualcosa in relazione con il cosmo, qualcosa che non esiste e che può autogenerarsi nello spazio. Uso la tecnologia perché mi aiuta a trasformare l’impossibile in possibile, a realizzare il sogno e a disegnare la sorpresa.

Qual è la sua cifra?

Esprimere immaterialmente.

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