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In conversazione con Sable Elyse Smith

Cominciamo dalla conclusione della tua residenza allo Studio Museum di Harlem: puoi dirci qualcosa sul progetto che sarà in mostra dal 9 giugno al MoMA PS1?
Sì, certo. Sono emozionatissima al pensiero di questa mostra. Durante la residenza ho avuto davvero l’opportunità di sperimentare e di portare la mia pratica ben oltre i luoghi a cui finora era rimasta circoscritta. È stato fantastico lavorare con l’apporto e il convinto appoggio dei fantastici curatori del museo. Il confronto serrato con loro mi ha anche portato a considerare nuove visioni sulla mia pratica. Si tratterà, dunque, di una mostra di opere perlopiù scultoree, e per me è un’occasione davvero inedita. Gli oggetti esposti giocano tra loro come frasi sibilline e, insieme, come ordini perentori. Per quanto riguarda l’ordine di grandezza, spazieranno dall’ordinario e al monumentale, dalla struttura economica alle illusioni, e tutti questi elementi saranno parte della discussione messa in moto da questa mostra. Penso anche che l’allestimento delle mostre rappresenti una disciplina artistica in sé e, vista la sede designata in questa occasione per gli artisti in residenza, ci sarà modo di giocare a piacimento con questa idea, e credo anche che gli oggetti risulteranno ancora più pregnanti nella loro vicinanza.

Sarai presente anche ad Art Basel Statements, la sezione più importante della più importante fiera d’arte del mondo. Quali sono i tuoi piani per questa sfida?
Ho iniziato di recente una nuova serie di sculture. Il progetto per me è seriale, e questo aspetto è importante. Per questa serie sto realizzando repliche in scala 1:1 di uno specifico arredo che si trova nelle sale colloqui delle carceri. È un tavolo esagonale a cui sono fissate delle sedie per mezzo di bulloni. Utilizzo questi tavoli come elementi modulari per creare strutture architettoniche o oggetti. Il punto focale del progetto per Basilea sarà una scultura di questa serie alta 1,2 metri e larga 3,6 metri. In un certo senso, si tratta di una prosecuzione del percorso di ricerca che ho presentato l’autunno scorso alla [galleria] JTT. La forma, o il design, di questa scultura allude alle forme delle attrezzature di un parco-giochi, giustapposte a un light box che raffigura un campo da basket vuoto. Questi oggetti richiamano l’attenzione sulle dinamiche di innocenza e colpa, di interno ed esterno, e sul modo in cui sia l’immagine sia il linguaggio siano state usate come strumenti per costruire recinti intorno ai corpi e alla vita delle persone.

Esiste un modo di disinnescare l’«ordinaria violenza», per citare il titolo della tua mostra personale, a cui siamo esposti nella vita di tutti i giorni?
Ottima domanda: possiamo disinnescare quella violenza? Non sono sicura di aver riflettuto a sufficienza sulla questione. Di sicuro, però, so che qualcosa di profondo può cambiare se siamo in grado di identificarla… quando la violenza non è più occultata o, per meglio dire, quando affiniamo la nostra capacità di riconoscerla. Credo che questo faccia un’enorme differenza: solo riconoscendo la violenza si può sperare di «disimpararla», evitando di contribuire alla sua perpetuazione e disarticolando i sistemi che le consentono di operare. E si può cominciare, così, a parlare questo linguaggio del futuro con più disinvoltura.

Landscape III al New Museum è stata una delle tue prime opere che ho incontrato. Quelle parole hanno continuato a risuonare in me per molto tempo. In che modo, secondo te, i nostri corpi e la nostra esperienza erotica sono legati al potere o alla sua mancanza?
L’eros è intimamente legato al potere. Ed è per questo che molti, nel mondo, ne hanno paura. Nel mio lavoro, però, è fondamentale tener presente che tutto il corpo, sempre, risulta coinvolto e sollecitato. Ogni essere umano è un’unità indissolubile e quando qualcosa ci tocca o ci colpisce, che sia violenza oppure gioia, ogni nostra dimensione – spiritualità, intuizione, sessualità, erotismo – ne risulta investita.

C’è qualche episodio particolare della tua vita, qualcosa di importante per la tua pratica artistica, che ti va di raccontare?
No, niente di particolare. Sono una persona. Ho amato, ho perduto cose, sono stata ferita, ho riso, pianto e provato piaceri e gioie indicibili… un po’ come tutti, credo. Questi sono i materiali con cui lavoro.

Qual è la cosa più difficile che hai fatto finora? E qual è stata la scelta più radicale?
A questa domanda potrei rispondere in un’infinità di modi. Forse però la cosa più difficile è stata lasciare il mio lavoro a tempo pieno nel 2016. Alzarmi tutti i giorni e fare la scelta di non essere altro che me stessa, completamente e senza compromessi. E sempre determinata ad assumermene il rischio. La scelta più radicale, invece, è quella dell’amore, ma ci vorrebbe un libro intero per spiegarmi. Perché tutti dicono «amore», ma poi bisogna intendersi, non si può dare per scontato di parlare della stessa cosa.

Quale senti che sia la tua urgenza?
Penso sia urgente vivere. E non possiamo far finta che sia per tutti un fatto garantito. Credo sia urgente alzarsi ogni giorno e trovare un modo migliore, più vero, di articolare il nostro presente e questo linguaggio in codice che è la vita e insistere nella ricerca di quel linguaggio del futuro – un suono, un’enunciazione, la vibrazione che addirittura precede l’apertura della bocca – che è libero e privo di vincoli, non più condizionato: un linguaggio che è allo stesso tempo respiro e danza. E anch’io, come i tanti altri impegnati in questo senso, cerco di lasciare delle mappe.

A che cosa serve l’arte, secondo te?
Penso davvero che ognuno possa farne l’uso che vuole, come l’alchimia. C’è chi la usa per ottenere l’oro, chi per illustrare possibilità alternative, e poi, come un incendio, può dilagare o spegnersi.

Qui sotto, l'intervista originale in inglese.

Let’s start from the end of your residency at the Studio Museum in Harlem: can you tell me about the project that will be on from June 9th at the MoMA PS1?
Yes yes, this show I am really super excited about. Throughout the course of the residency I’ve had an opportunity to really experiment and push the practice far beyond the places its previously been able to inhabit. It’s been amazing to work with and really be supported by the incredible curators there. Their close dialogue has even brought new insights to me about the practice. And so, this is a presentation of mostly sculptural work, which is really a first opportunity for me. The objects play on each other like coy sentences and stern commands alike. Scale: the ordinary and monumentality and economic frameworks and illusions are all a part of the conversation in this show. And also I really think of exhibition making itself as an art, and because of the locations designed for the AIR show, there is space to play around with that idea and so I think the object become even tighter in their proximity to one another.

You’ll also be included in the Art Basel Statements, the most important section in the most important art fair. What are your plans for that context?
I’ve recently started this new series of sculptures. The project for me is serial and that part is important. For these sculptures I am fabricating 1:1 scale replicas of a specific piece of furniture one might find in a prison visiting room. It is a hexagon table with seats bolted to it. I am using these table units as modular building blocks to then create other architectural structures or objects. The focal point of the Basel presentation will be a roughly 12wx4h foot sculpture from this series. In a way I am continuing the line of inquiry from my recent JTT show from the fall. The shape or design of this sculpture will gesture toward playground equipment juxtaposed with a photo light box of an empty basketball court. These objects call into attention innocence and guilt/geography/inside/outside dynamics and how both image and language have been used as tools to draw a box around bodies and lives.

Landscape III at the New Museum has been one of the first works of yours that I encountered. Those words have continued to resonate in me for a long time. How do you think our bodies and erotic experience is linked to power and disempowerment? And is there a way to deactivate the “ordinary violence”, to quote the title of your solo show, that we are subjected to in our daily life?
That’s a good question: can we deactivate that violence. I’m not sure I’ve had enough time myself to ponder the idea. But I know something profound changes when you can identify it… when it is no longer rendered invisible or rather when you’re ability to detect it has gotten sharpen. I think this makes all the difference and so then you unlearn yourself perpetuation of it…and unlearn the systems that allow it to operate. You begin to speak that future language with more fluency. Power is bound up in the erotic. And so that’s why many of you out there fear it. But also, more importantly to me in the work… is to constantly remind that all of the body, always, is affected, is touched. We are whole beings… so our spirituality, our intuition, or sexuality, eroticism, our speech all is touched when we are touched by something…when we experience a violence or a joy alike.

Are there some episodes of your life in particular that you would like to tell about, that you believe are important for your practice?
Not particularly. I’m a person. I’ve loved, lost, been hurt, laughed, cried, and have experience extreme pleasure and joy---hopefully so have all of us. These are the materials of work.

What's the hardest thing you've done so far? And which one is the most radical?
There are probably too many answers to this question. But maybe quitting my full-time job in 2016. Waking up every day and making the choice to be nothing else but myself completely and uncompromised. And committing to always take the risk. And love is the most radical but would take a fucking book to explain, and of course is the oft quoted but can’t be taken for granted

What is your urgency?
I think living is urgent. And we can’t pretend that everyone out here is guaranteed life. I think every day, waking up and trying to find a better way, a truer way, to articulate-- this present and this coded language of life… and to keep stabbing closer and closer toward that future language—a sound; an utterance; the vibration before the mouth is even opened—that is free and untethered…and no longer conditional…a language that’s like a breath and a dance in the same beat. And so urgently I, as I know many others out there in the world are doing this to try to leave maps.

What is it art for, in your opinion?
I think it’s really for whatever you need it to be for, like alchemy. Some people need it to be gold. And others need it to illustrate an alternative possibility, and then like wildfire to grow or consume.

Traduzione: Gianni Pannofino

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