Paolo Remogna
Icon Design Talks

Iconizer #4: Paolo Remogna, un architetto innamorato dei tetti di Parigi

Di Paolo Remogna colpisce lo sguardo profondo che ha su se stesso e sul mondo che lo circonda, la capacità di svelarsi e di svelare la realtà da un punto di vista insolito, ora vicino, ora lontano.

Un velo di maliconia pervade tutte le sue foto che restituiscono a chi le osserva quasi una sensazione di straniamento. L’obiettivo della macchina fotografica di Paolo, @freepy su Instagram, si posa delicatamente sui tessuti urbani, indagandone i dettagli e le geometrie, esaltandoli sino a farli avvicinare allo spettatore, nonostante la notevole distanza. Per questo architetto torinese, che vive a Parigi ormai da anni, Instagram è un diario della memoria, il suo tentativo di fermare attimi di vita, strappandoli a un tempo che scorre via troppo velocemente.

Chi è Paolo Remogna?

Vivo a Parigi da dieci anni, sono architetto di professione e italiano di nascita. Parigi mi ha adottato da tanto tempo e posso chiamarla casa oggi. La famiglia mi porta in Italia qualche volta all’anno e mi permette di parlare l’italiano, che con il tempo diventa sempre più imperfetto. Non so cosa vogliate sapere esattamente di me, sono abbastanza riservato e un po’ timido. Nel lavoro piuttosto determinato e ambizioso. Ho una scala di valori che mi aiuta a prendere le decisioni più importanti nella vita; mi piace l’idea di avere dei punti fermi, come delle boe luminose che ti tengono a galla e che ti guidano anche nel buio. Sono un po’ bipolare, ma come tutti d’altronde, quindi magari domani risponderei a tutte le vostre domande in modo diverso.

Come sei diventato @freepy?

Vivevo già a Parigi, facevo un lavoro che mi permetteva di viaggiare molto, anche troppo a volte: rimanevo uno, due giorni al massimo in ogni destinazione e i ricordi di ogni luogo si cancellavano dalla mia memoria troppo in fretta. Era un periodo in cui mi sentivo sconnesso dalla mia vita, dalle persone a me care, dagli amici e soprattutto dalla famiglia. Decisi così di documentare le mie giornate. Per almeno quattro anni ho postato una foto al giorno, sempre alla stessa ora, sempre la mattina. Era diventata la mia routine quotidiana. Alla fine di ogni anno, stampavo tutte le foto e le regalavo alla mia famiglia. Poi sono arrivati i testi e i diversi progetti, il #themondayportrait o la #wednesdaywindowtale, dopo ancora i cambi di macchina fotografica e gli scatti più precisi. È una lunga storia che ho cercato di rendere breve.

La tua grammatica visiva è fatta di prospettive inusuali. Come le scegli?

Non cerco tanto le prospettive, quanto i tessuti, che siano urbani o ad altre scale. Le mie foto sono fitte, raccontano tanti dettagli, forse troppi. Mi piace che l’abbiate chiamata grammatica. Io sono un grande fan delle regole grammaticali, della nostra lingua, ma anche di tutte le altre che ho imparato e parlo tutti i giorni. Per la fotografia è un po’ più difficile, perché non ho dovuto scolasticamente impararla, ma ho dovuto crearne una mia. Oggi mi sento a mio agio con i miei scatti, ho tante regole, non devo applicarle tutte per formare una frase, ma devono essere tutte rispettate. Oggi guardo il mondo attraverso una mia griglia e, se un’immagine entra dentro, allora posso catturarla.

Quale parte di te è racchiusa nelle tue foto?

Probabilmente questa mia mania di accumulare, di trovare un significato anche a un bottone. Casa mia è un po’ come le mie foto, sono strati su strati, storie e oggetti che raccontano altre vite e passati. Le mie foto sono fitte. All’inizio era una frustrazione, avrei voluto immaginare un feed pulito come quelli dei miei amici minimalisti. Nelle mie foto non c’è spazio per un po’ di cielo, le riempio tutte, cerco di catturare simmetrie, geometrie e dettagli. Nelle mie foto è racchiusa la mia umanità, il mio modo di essere, a volte troppo preciso e alla ricerca di parallelismi, ma penso che dietro tutto ci sia la mia sensibilità, un po’ della mia malinconia, il mio rigore, la mia perseveranza, la mia infantile gioia nella scoperta.

L’angolo di Parigi che non ti stancheresti mai di fotografare?

Direi assolutamente i tetti di Parigi: quell’infinità di camini, come una melodia suonata senza strumenti. 

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