Cate Blanchett nel ruolo di Bernadette Fox, Emma Nelson interpreta Bee Branch e Billy Crudup è Elgie Branch. - Credits: Credit: Wilson Webb / Annapurna Pictures
Che fine ha fatto Bernadette - gli interni - Credits: Credit: Wilson Webb / Annapurna Pictures
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Gli interni del film “Che fine ha fatto Bernadette?”

Nella vita reale la casa è uno status symbol, al cinema è piuttosto un microcosmo di segni, corrispondenze, metafore.

Nel nuovo film di Richard Linklater, Che fine ha fatto Bernadette? (tratto dall’omonimo romanzo di Maria Semple), definisce il personaggio di Bernadette Fox (Cate Blanchett), scontroso architetto che, dopo aver firmato due progetti leggendari, ha abbandonato Los Angeles e la carriera per ritirarsi a Seattle con il marito e l’adorata figlia Bee. Nascosta dietro grandi occhiali da sole che la schermano dal mondo, Bernadette – lo scopriremo presto – ha un curriculum esemplare: ha studiato a Princeton, lavorato per Frank Gehry e vinto l’ambito MacArthur Genius Grant. Quali siano le ragioni che la spingono a sparire nel nulla all’alba di un viaggio in Antartide è il nodo del film, brillante mélo intriso di umorismo al vetriolo e riferimenti all’architettura contemporanea, in special modo alle sue protagoniste femminili.

Eileen Gray, Denise Scott Brown, Zaha Hadid, Neri Oxman: a loro guarda infatti lo scenografo Bruce Curtis non soltanto per i progetti che hanno reso celebre la Fox, ma anche per la Straight Gate School for Girls, una specie di ex collegio per ragazze dove, tra spifferi, infiltrazioni d’acqua ed erbacce che spuntano dal parquet, vivono lei e la sua famiglia. Immaginata nel quartiere di Queen Ann Hill, a Seattle, la casa è in realtà una sovrapposizione di tre diverse location situate a Pittsburgh, ovvero uno studio di produzione per la cucina, una scuola Waldorf per i corridoi e la stanza di Bee e infine la Hays Mansion, una villa in rovina costruita nel 1870 in stile Secondo Impero italiano. «L’avevo scovata in un libro di architettura storica della Contea di Allegheny, in Pennsylvania», racconta Curtis. «Ho avuto quel brivido quando l’ho vista, sapevo che era il posto giusto».

Destinata alla demolizione, la dimora torna così a vivere grazie a Curtis e il suo team che per girare la pellicola hanno ristrutturato gran parte della proprietà, a eccezione di alcuni ambienti, come l’ampio salotto dai muri scrostati, la cui bellezza decadente, crepuscolare, allude al blocco di Bernadette, alla sua incapacità di portare a termine qualsivoglia progetto. E mentre negli altri spazi della casa predomina il ceruleo – quasi a smorzare la vivacità della protagonista – nel soggiorno il senso di immobilità che permea la vita dell’architetto è invece accentuato da una monotonia di colori foncé, alla cui drammaticità contribuiscono le lampade vittoriane scelte dall’arredatrice Beauchamp Fontaine.

A questa caotica incompiutezza si contrappongono la Beeber Bifocal House e la Twenty Mile House, luoghi che nel film acquistano una dimensione autonoma e rappresentano il paradigma dell’abitare sostenibile. Se la seconda è infatti una casa che Bernadette ha costruito servendosi unicamente di materiali disponibili nel raggio di venti miglia, la prima è una ex fabbrica di occhiali trasformata in abitazione usando vecchie montature legate insieme come tramezzi e cataloghi e pezzi di macchinari come mobilio. La sua in un certo senso è una visione che affonda le radici nell’arte povera e che, nel porsi come presa di coscienza delle possibilità espressive insite nei materiali di scarto, fa di lei un architetto coraggioso e lungimirante.