Mario Bellini I Italian Beauty - Credits: © Gianluca Di Ioia / La Triennale
Mario Bellini I Italian Beauty - Credits: © Gianluca Di Ioia / La Triennale
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Mario Bellini I Italian Beauty - Credits: © Gianluca Di Ioia / La Triennale
Mario Bellini I Italian Beauty - Credits: © Gianluca Di Ioia / La Triennale
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Il mondo di Mario Bellini in mostra

Mille metri quadrati, tanto lo spazio che la Triennale di Milano ha voluto destinare a Mario Bellini. Italian Beauty, retrospettiva dedicata a uno dei maestri dell’architettura italiana. Uno che «come pochi altri conosce questo spazio in ogni suo anfratto e sa renderlo vivo». È ciò che suggerisce il curatore Deyan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra (accompagnato nell’impresa da Marco Sammicheli per la parte del design, Ermanno Ranzani per quella dell'architettura), così come sottolinea che l’allestimento gode della mano felice dello stesso Bellini, già architetto della mise en scène. Come non ricordare a proposito la recente mostra di Giotto a Palazzo Reale o in precedenza quella sul Barocco e Rinascimento alla Reggia di Stupinigi e a Palazzo Grassi? E certo, a lui toccò anche il privilegio, riservato a pochi, di allestire la propria retrospettiva al Moma di New York esattamente trent’anni fa.

Passando in rassegna, attraverso l’esposizione milanese, oggetti e progetti di un’intera carriera, si dipana un racconto che riconnette a grandi maglie la storia stessa del design tra il XX e XXI secolo. Non può mancare allora quell’automobile verde concettuale, Kar-a-sutra, esposa già nel 1972 al MoMA all’interno di Italy: the New Domestic Landscape, mostra di portata epocale.

Sfilano nelle gallerie foderate di specchi i tavoli, “architetture minime” le apostrofa Bellini, seguiti dalle sedute e dai divani, tra cui Via Lattea per Meritalia e le Bambole, per C&B Italia, che gli valse il Compasso d’Oro nel 1979premio che d’altra parte si aggiudicò per ben otto volte. E ancora la tecnologia, che tanto contrassegnò la forma sensibile di un’era attraverso oggetti del desiderio come il televisore Spot per Brionvega, la radio Pop per Grunding e ovviamente il glorioso portfolio di computer e calcolatrici per Olivetti, azienda per la quale fu a lungo consulente e disse no a Steve Jobs. Jobs però c’è, nell’abbecedario che istoria un piccolo corridoio traverso, dirimpetto a una raccolta d’immagini – i suoi dischi, un pianoforte a coda, oggetti d’affezione che ne denunciano la curiosità incessante. Compare anche, naturalmente, la parola “design” alla lettera D (“significa disegno. E basta. Spiegatemi sennò la differenza tra una caffettiera “normale” e una “di design”). E alla B dice “bellezza” (aggiunge: “ci salverà”).

Le grandi architetture appaiono attraverso i plastici o i modelli in realtà aumentata, nei piccoli impetuosi schizzi e nelle spettacolari proiezioni video. Sono innumerevoli: dal Portello di Fiera Milano al Tokyo Design Center, dalla National Gallery of Victoria a Melbourne al Département des Arts de l'Islam del Louvre - progetto che sta particolarmente a cuore all’Architetto - , meravigliosa cortina dorata che “come un velo” pudicamente separa il padiglione del mondo arabo dall’edificio settecentesco.

Ma, innanzitutto, ad annunciare la mostra già nell’atrio del Palazzo dell’Arte, Mario Bellini ha installato una monumentale libreria che congiunge ingresso e uscita dell’esposizione sovrastando il bookshop. Addobbata di suggestioni, fa da preludio al viaggio nel quale lo spettatore s’immergerà a breve.

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