Credits: Graphis System Infinito, 1968 @ Archivio Osvaldo Borsani
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Osvaldo Borsani in Triennale

Negli ultimi tempi il nome di Osvaldo Borsani solleticava l’appetito dei collezionisti. Lo scorso aprile da Sotheby’s una sua specchiera del 1946 è stata battuta per 50 mila euro, dando ragione alla casa d’aste che l’aveva audacemente inserita nella vendita di arte contemporanea a Milano. Ma tra la gente comune il nome dell’architetto e imprenditore rimaneva abbastanza ignoto: ora una mostra eponima alla Triennale di Milano fino al 16 settembre 2018 – curata da Norman Foster e dal nipote di Borsani, l’architetto Tommaso Fantoni - ne ripercorre la vicenda. 

Era un uomo «generoso e magnetico, riservato nel privato, ma costantemente circondato dai collaboratori sul lavoro», racconta Fantoni. Sobrio imprenditore della Brianza, progettista e “industriale” insieme, Borsani si era laureato negli anni ’30 alla facoltà di archirettura del Politecnico di Milano e quindi aveva preso le redini dell’azienda di famiglia fondata dal padre Gaetano nel 1923 (ABV- Arredamenti Borsani di Varedo), inserendosi nella storia del design come un innovatore. La rivoluzione avvenne con Tecno, azienda di arredi per l’ufficio ad alto contenuto tecnologico, che fondò nel 1953 con il fratello gemello, Fulgenzio. Tecnica ed eleganza, unitamente a una comunicazione modernissima, sono stati gli ingredienti del successo. 

La mostra al Palzzo dell'Arte, nella grande curva al piano terra disegnata da Giovanni Muzio poggia su un allestimento schietto, raffinato e senza fronzoli, di cui la struttura a spalti progettata da Foster e Fantoni costituisce la spina dorsale. A destra gli arredi, in ordine cronologico, a sinistra la quadreria dei progetti, le illustrazioni, gli schizzi, le foto. Si va dai primissimi mobili di sapore mitteleuropeo alla suite di contract furniture Tecno, che segna una sorta di salto di paradigma all’interno di un archivio di progetti dallo stile cesellato, che assimila le esperienze dell’Art Déco e del Razionalismo italiano prima, che si fa pionieristico poi. A destra la ricca selezione di documenti è pescata dall’Archivio Osvaldo Borsani, diretto da Fantoni, che tiene conto nel dettaglio della storia dei suoi progetti – quasi 9 mila – di cui esistono circa 30 mila disegni rubricati. Uno straordinario punto di partenza anche per la stesura del catalogo, Osvaldo Borsani. Architetto, designer, imprenditore, edito da Skira e di cui è autore Giampiero Bosoni.

Credits: 300 gli oggetti in mostra con le foto e gli schizzi che documentano il processo creativo di Osvaldo Borsani a La Triennale di Milano fino al 16 settembre - Foto @ Alto//Piano

Una storia nella storia la potrebbero raccontare da sole le collaborazioni, che Borsani intrattenne con gli artisti dell’epoca: Fausto Melotti, Aligi Sassu, Alik Cavaliere, Arnaldo e Giò Pomodoro ma, uno su tutti, è certamente Lucio Fontana. «Lo aveva conosciuto negli anni ’20 all’Accademia di Brera e appena rientrato dall’Argentina, nel 1947, cominciarono a lavorare assieme», spiega Fantoni. Pezzi spettacolari del pittore, ceramista e scultore sono sospesi come nuvole sull’allestimento in Triennale, cimeli di «soffitti per una casa che fecero assieme in via Gesù nel ‘49». Numerose ceramiche poi, si possono vedere nella casa della famiglia Borsani a Varedo - Villa Borsani - aperta alle visite per tutta la durata della mostra, dopo una preview durante lo scorso Salone del mobile, curata da Ambra Medda. In quell’abitazione signorile, dall’impianto razionalista e la squisita commistione tra borghesismi e innovazioni, Osvaldo visse per dieci anni, tra il ’45 e il ’55, prima di trasferirsi nella casa-bottega di via Montenapoleone, mentre continuò ad essere abitata da Fulgenzio. «Da da bambino passavo a Varedo ogni estate», ricorda Frantoni. «All’ora di colazione eravamo sempre una dozzina di persone nella sala da pranzo, il fulcro della casa, che guardava a sinistra la fabbrica e diritto il soggiorno».

Il più recente progetto in mostra è il tavolo Nomos, «primo oggetto di design di Norman Foster e ultimo messo in produzione da Borsani prima di morire, nel 1985». È la prova dell’affinità tra il modo di concepire il futuro di lord Foster allo spirito Tecno, rintracciabile in quell’idea che i mobili «non dovessero essere concepiti come semplici mobili ma come sistemi, che potessero servire in modo flessibile, democratico, orizzontale», conlude Fantoni. Due anni dopo Nomos si aggiudicò il Compasso d’oro.

Oggi che la parola di design è tanto inflazionata, fa un certo effetto constatare che già negli anni ‘70 Osvaldo Borsani metteva in guardia dagli abusi del termine, quando per lui era intrinsecamente connesso a “un nuovo modo di pensare e di costruire” e andava perciò usato “con rispetto profondo”. Diceva: «Non siamo fatti per lavorare nel capito e nell’acquisito, cerchiamo nuovi modi e perciò per nominare nuove cose servono nuovi vocaboli».

Credits: Veduta sul soggiorno di Villa Borsani a Varedo, dalla sala da pranzo rialzata, affacciato sul giardino che accoglie l'edificio in stile razionalista - Foto @ Alto//Piano
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