Bong Joon Ho, Parasite - Credits: Foto: Academy Two
Bong Joon Ho, Parasite - Credits: Foto: Academy Two
Bong Joon Ho, Parasite. - Credits: Foto: Academy Two
Bong Joon Ho, Parasite - Credits: Foto: Academy Two
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Dentro le architetture del film Parasite di Bong Joon-Ho

In biologia si dice parassita ogni organismo animale o vegetale che dipende da un altro, stabilendosi sulla sua superficie o all’interno del suo corpo. Ma parassita è anche, per estensione, chi vive a spese di altri, sfruttandone il lavoro e la produttività.

Giocando sull’ambiguità del termine, il regista coreano Bong Joon-Ho ha dato vita a una commedia amara, un film che è anche il ritratto impietoso della società capitalista e delle sue diseguaglianze. Parasite, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, racconta la storia di una famiglia di bassa estrazione che vive di lavoretti malpagati in uno squallido seminterrato. Le cose cambiano quando il figlio Ki–woo viene raccomandato per un lavoro come insegnante privato per la figlia del signor Park, amministratore delegato di una multinazionale informatica e rappresentante della moderna élite cittadina.

A casa dei Park Ki–woo scoprirà una complessa architettura fatta di linee pulite e colori neutri, minimale, ordinata, con pochi arredi su misura, opere d’arte alle pareti (tra cui quelle del coreano Seungmo Park) e un elegante soggiorno dotato, anziché del televisore, di una gigantesca vetrata che si affaccia sul giardino esterno. La villa, che nella finzione cinematografica si vuole progettata dall’architetto Namgoong Hyeonja, ma che è in realtà un set all’aperto costruito dallo scenografo Lee Ha Jun, è definita dalla luce che pervade gli spazi, calda e naturale in contrasto con la fioca illuminazione artificiale che delimita ulteriormente l’angusto appartamento seminterrato di Ki–woo e la sua famiglia. «Più povero sei, meno luce solare hai a disposizione e questo è così anche nella vita reale: hai un accesso limitato alle finestre», spiega Lee che per realizzare questo tipo di abitazione si è ispirato a quelle della sua nativa Corea del Sud.

Intrecciandosi in modo inestricabile alla vicenda dei suoi abitanti – il padre di Ki–woo ha alle spalle vari fallimenti lavorativi, la madre non ha mai raggiunto il successo come atleta, mentre i due figli non sono ancora riusciti a superare i test di ingresso all’università – il seminterrato rappresenta uno spazio liminale, un territorio di confine che si pone tra alto e basso, paradiso e inferno, un po’ come accadeva in Anatomia di un rapimento di Akira Kurosawa (Heaven and Hell nella traduzione del titolo originale).

Tra la paura di cadere più a fondo e la speranza di risollevarsi da terra ci sono scale che salgono e scendono, collegando i numerosi compartimenti di questa architettura verticale dove a ciascun piano – terreno, sopraelevato, seminterrato, sotterraneo – corrispondono diverse latitudini sociali. Sebbene l’occupazione forzata della casa dei Park – dall’esterno fin dentro le sue remote cavità – produca nei parassiti l’illusione dell’appartenenza a una classe agiata, rimane questa puzza, un odore come di stracci bagnati, simile a quello che si sente in metropolitana, a marcare la differenza tra ricchi e poveri.