Credits: Courtesy Pierre-Louis Leclercq
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La quarantena poetica di Pierre-Louis Leclercq

In queste settimane di forzata reclusione domestica, c'è chi opta per l'adozione di forme di ripiegamento estreme, sposando il proposito del digital detox e riducendo al minimo le comunicazione verso l'esterno. Si tratta di un atteggiamento spesso dettato da un'intensa riflessione sull'opportunità stessa di esporsi: perché continuare a veicolare messaggi e contenuti online, in un contesto in cui sono mutate le priorità e, soprattutto, mentre in molti Paesi del mondo si vive il dramma della malattia, del distacco e della scomparsa dei propri cari? Parallelamente a questa posizione si assiste all'esigenza, espressa da altrettante persone, di non spezzare definitivamente i legami con il mondo esterno. Comunicare, dunque, diventa un atto di vicinanza, di appartenenza, un modo per rinsaldare la propria condizione di membri di una famiglia, di una comunità, di una dimensione collettiva. I social e i siti internet si popolano dunque di testimonianze, immagini, esperienze: frammenti di una daily-routine alternativa e non desiderata.

Si può ricondurre a questa seconda categoria il progetto dell'architetto Pierre-Louis Leclercq. Nell'impossibilità di rientrare a Parigi, sede dello studio di architettura Lerclercq Associés, dalla sua dimora marsigliese, dove è attualmente bloccato, sta realizzando un diario della quarantena via Instagram. Restituisce attraverso accuratissimi scatti le attività alle quali si sta dedicando. In primis, illustra in quale modo si sta prendendo cura della sua stessa casa, già residenza del famoso attore e cantante francese Fernandel. Le sue azioni di recupero e di rinnovamento degli spazi interni ed esterni inducono a sofferarsi sul senso stesso del concetto di 'cura', così urgente in queste settimane, sul valore del tempo, sull'importanza del mantenersi attivi e, persino, sulla forza dell'apprendimento. C'è sempre da imparare, sembra ammonirci Leclercq, anche osservando una decorazione a stucco realizzata decenni prima da anonime maestranze.

Presentando i suoi interventi sugli intonaci di fine Ottocento dell'abitazione, sulle sue finestre in legno, sulle maioliche, sugli arredi, sul giardino, il progettista si paragona a un archeologo: «È come un'auto antica o una vecchia nave, tutto può essere riparato manualmente», appunta sul suo profilo Instagram. «Questo blocco mi ha permesso di rimettere le cose in ordine», confessa, lasciando prefigurare possibili riflessi di questa esperienza nella sua attività di progettista: «Tutti dovrebbero avere accesso alla luce naturale e agli spazi verdi. (...) La facciata in cemento monoblocco è un ricordo del passato.»