Credits: il compositore mentre digita il testo da stampare sulla tastiera monotype: non ha possibilità di controllare in tempo reale cosa stia scrivendo.
Credits: Il reparto con i tastieristi monotype, in una foto degli anni 60 della sede milanese della tipografia Campi.
Credits: Un modello di pianocilindrica attualmente in uso presso la Tipografia Campi.
Credits: Il rullo cartaceo su cui il tipografo ha digitato il testo da stampare, uscito dalla tastiera, è inserito nella fonditrice.
Credits: Il tavolo su cui vengono assemblati i caratteri di piombo per formare la pagina. Sono a specchio rispetto al senso di lettura.
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Tipografia Campi, una storia di design e tradizione

valentinaardia

Testo di Stefano Salis

Foto di R. Campi e D. Necchi

Eccolo, dunque, il libro finito. Nella sua nuda bellezza. Stampato, ripiegato, rilegato, cucito, i bordi delle pagine ancora intonsi e destinati a rimanere tali, finché il lettore si assumerà l’onore di sverginarli, come gli spetta. Emana quasi lo stesso calore di un pane appena sfornato e trasmette fisicamente la passione che ci è voluta a comporlo, pagina per pagina, riga per riga, anzi, di più, lettera per lettera. Sì, perché ciascuna lettera è stata fusa e creata per l’occasione, nata da uno schizzo di piombo bollente, unica, come lo sono i libri quando vengono loro dedicate attenzioni
che possono sembrare filiali: ciascun libro è il frutto di una collaborazione di intelligenze, passioni, competenze, sapienze.

Si sente, in questa carta morbida, di puro cotone, nella leggera impressione che ogni singola lettera vi ha lasciato sopra, nelle cinquanta e oltre sfumature di nero che ciascun testo può portare con sé, che in questa officina “meccanica” stiamo celebrando un rito a suo modo mistico: quello della stampa tipografica. Che affonda le sue radici nei secoli addietro e si ripete, con gestualità e tecniche antiche ma non per questo meno attuali, fino ai giorni nostri. E forse perché nei nomi si cela anche sempre un destino, non sarà un caso se siamo in un posto che si chiama Quinto de’ Stampi ed è qui che l’incontro di un Campi con un Campo (editore visionario e concretissimo con il marchio Henry Beyle), ha rimesso in piedi una gloriosa (ma non tramontata) esperienza come la stampa tipografica con composizione in monotype: siamo nella Tipografia Campi a Rozzano, periferia milanese che custodisce uno degli ultimi segreti dell’artigianato di altissima qualità che ha fatto grande il made in Italy.
Se c’è un settore nel quale il made in Italy è stato per secoli insuperato e ancora oggi tiene testa a chiunque, è l’editoria. Vi dicono niente i nomi di Manuzio, di Bodoni, di Mardersteig? Preparatevi ad aggiungere il nome di Rodolfo Campi.

L’ultimo stampatore in monotype attivo in Italia è un signore che non ha paura delle sfide. La sua storia coincide con quella della sua tipografia, e procede ostinatamente in direzione antistorica. Rodolfo, e chi lo accompagna in questa sua avventura (l’operaio Lucio, la moglie Tiziana, il figlio Dario e il cane Thor, la piccola schiera dei committenti, di cui l’editore Campo è un “giapponese” sull’isola che non si arrende). Ed è pronto a dimostrare a chiunque il fascino e la forza di questa sua battaglia. Che è in nome della bellezza. Rodolfo lavora in tipografia da quando ha 16 anni. Ha seguito le orme del padre Guido e del nonno Rodolfo che fu direttore dal 1924 della Tipografia del Cav. Umberto Allegretti, istituzione della Milano editoriale. Avete mai visto una monotype? Un marchingegno che si permette il lusso di restituire i tempi lunghi, fatto di parti diverse. Una tastiera, da una parte, nel quale il compositore digita il testo (alla cieca, non vedendo cosa produce) e ottiene delle strisce di carta perforate. Una macchina fonditrice, dall’altra, che quelle strisce interpreta e “traduce” nel singolo carattere tipografico scelto: un getto di piombo, bollente a oltre 380 gradi, creerà la lettera, e così via la riga, la pagina. Allineate sulla pagina, tutte le distanze prese al millimetro, legate insieme da viti e cordini, ecco le parole, pronte a essere impresse.

Il processo della stampa contiene qualcosa di magico: la forza del testo è come se venisse esaltata da quell’architettura sottile che solo una macchina tipografica sa dare. Tra vecchi caratteri, capilettera originali del settecento, fregi, punzoni  e tutte le meraviglie che custodisce una tipografia vecchio stile, si muove a proprio agio Vincenzo Campo, l’editore che ha scommesso sul lavoro di Rodolfo.



Un libro deve trasmettere armonia, Un libro industriale o, peggio, digitale, difficilmente diviene dimora per un lettore o per un editore. Qui, invece, non solo abitiamo queste piccole case che sono i libri, ma ne scegliamo e apprezziamo ogni singola lettera, che è come se fosse un oggetto d’arredo di quell’architettura.


Una tipografia, per chi ne capisce la poesia profonda, è, infatti, soprattutto questo. Una fusione di design, architettura, artigianato, intelligenza. Ed è per questo che quando avete in mano un oggetto come il libro “sfornato” dalla tipografia, ne capite immediatamente il valore: lo custodite, lo proteggete, lo valorizzate. Pulsa l’entusiasmo e la fatica, la gioia e la tenacia che ci sono volute per produrlo.
È un oggetto vivo e ve lo ricorderà ogni volta che lo prenderete in mano. Sull’isola di Rodolfo Campi, anche se è molto piccola, c’è spazio per tutti i lettori.

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