Credits: Parte del team dei velisti al tramonto, appena scesi dai catamarani dopo l’allenamento. Sullo sfondo, l’hangar delle piattaforme.
Credits: Interno dell’hangar delle piattaforme, dove si costruiscono i mockup sperimentali sui quali vengono applicate le variazioni necessarie a testare la prestazione
 della barca in mare.
Credits: Il team di progetto al lavoro negli uffici prefabbricati adiacenti alla palestra, alla mensa e alla hospitality.
Credits: Modellisti al lavoro sul mockup per lo sviluppo ergonomico della sezione 
della piattaforma.
Credits: Interno di uno dei container-laboratorio dove vengono
 modificati i winch.
Credits: Spogliatoi dedicati al team dei velisti, annessi a un locale riscaldato per l’asciugatura dell’attrezzatura.
Credits: I velisti sul tender che li accompagna al catamarano per cominciare l’allenamento in mare.
Credits: Sullo sfondo di Cagliari, i due catamarani AC45 Swordfish e Piranha navigano in assetto full-foiling con entrambi gli scafi sollevati dall’acqua.
Credits: I catamarani a fine giornata vengono issati sulle selle con l’ausilio della gru. Le ali e le piattaforme, una volta separate, entrano in due diversi hangar a loro dedicati.
Credits: Prima di essere ricoverate, le piattaforme vengono lavate e asciugate.
News

Vela: i segreti di Luna Rossa e la Coppa America

Laura Barsottini

«Questo non è uno sport per deboli di cuore. Non è un’impresa da prendere alla leggera o per capriccio. È una lotta tra velisti di yacht club sparsi per il mondo che vogliono disperatamente la stessa cosa: mettere le mani sulla Coppa». Così scriveva nel 2000 Peter Blake, il re della vela: avrebbe vinto l’America’s Cup a New Zeland 5-0 contro Luna Rossa, poco prima di essere ucciso dai pirati durante una spedizione in Amazzonia. Accadeva quindici anni fa, il che può sembrare poco, ma se si guarda oggi al mondo della Coppa America è cristallina la visione di un mondo che è cambiato, si è evoluto in termini di ingegnerizzazione e prestazione, mentre quell’intensità emotiva, epica e muscolare rimane la stessa, immutata, testimone di quanto si possa, ancora, investire e operare per far coincidere ricerca pura, dignità d’impresa, esercizio del coraggio, progettualità a lungo termine.

Nel porto di Cagliari, molo Sabaudo, oggi risiede l’headquarter di Luna Rossa Challenge: sono operative più di 90 persone, mentre a bordo della barca che nel 2017 era destinata a rincorrere nuovamente il sogno di portare per la prima volta in Italia la Coppa, l’equipaggio avrebbe dovuto essere di otto. L’obiettivo è comune, siano essi progettisti, ingegneri, atleti, velisti, informatici, cuochi, meccanici, verniciatori, sarti: dare il massimo per l’intero periodo – 3 anni – e arrivare concentrati, allenati, alla Sfida. L’intera base è una struttura itinerante che, già approdata in Nuova Zelanda e a San Francisco, avrebbe dovuto raggiungere tra due anni le Bermuda. Ma, proprio mentre queste pagine stanno andando in stampa, Defender Oracle ha annunciato un cambiamento delle regole di gara in corsa poco ortodosso. Una scelta molto criticata dallo staff di Luna Rossa, che al momento pare aver deciso di rinunciare alla sfida.
In attesa di conoscere come la storia andrà a finire, abbiamo egualmente deciso di raccontarvi questo straordinario progetto che fonde, insieme, sport, tecnologia e progettualità italiana d’eccellenza.

L’headquarter di Luna Rossa Challenge si presenta come una fucina sperimentale, dove progetto e tecnologia, tecnica e prestazione fisica, non sono che parte di un modello eccezionale di ricerca costantemente “verificata” sul campo. «Tutto quello che possiamo lo facciamo qui dentro», racconta Max Sirena, team director e skipper. E davvero si scopre che su quel molo – dove è issata la bandiera italiana che guarda la città di Cagliari prendere il sole, ogni giornata si conclude con piccole ma necessarie invenzioni ingegnerizzate, realizzate, testate in mare.
La metafora più vicina è quella di un cantiere navale, dove le barche vengono costruite. Ma il quartier generale Luna Rossa non ha molto a che fare con quegli ambienti mastodontici, enormi casse armoniche impregnate di grasso e fuliggine, popolate da uomini-costruttori. O meglio, quel modello si è evoluto, anche grazie alla conoscenza d’impresa e d’eccellenza indotta dai padrini di quest’operazione – Patrizio Bertelli e Miuccia Prada.

Non esiste una linea produttiva lineare, che si muove per fasi compartimentali dall’ideazione alla prototipazione alla produzione. Si tratta invece di un modello osmotico che guarda al mondo della sperimentazione scientifica e della ricerca pura. Per intenderci: il dialogo tra le parti è continuo e nessuna declinazione del team di progetto, composto da 35 persone tra ingegneri, architetti navali, strutturisti, e “figure più paragonabili agli scienziati” - esperti di CFD (Computational Fluid Dynamics), “lettori” di calcoli dinamici e aerodinamici – può agire in autonomia. Non ci sono galleria del vento né vasca navale dove testare ciò che è stato ingegnerizzato a monitor: questo genere di ambienti fisici è stato sostituito dallo spazio informatico.
Allo stesso modo i velisti non sono soltanto uomini di mare, ma parti attive della progettazione, autorizzati a scrivere le proprie necessità e intuizioni, nate sulla barca liberata in acqua, in una wish list atta a perfezionare costantemente la ricerca.

Ancora: ogni persona incarna più ruoli, come Gilberto Nobili, velista, preparatore atletico e ingegnere elettronico che disegna le interfacce customizzate dei sistemi mobili che ogni velista dovrà leggere e interpretare durante la gara. In quell’ambiente prefab dove la conoscenza avanza in modo orizzontale – tra accenti italiani, spagnoli, francesi e neozelandesi – lentamente si materializza la barca che parteciperà alla grande sfida, la cui prestazione è generata in primis dalla lettura di sequenze interminabili di dati, gli stessi che poco a poco orienteranno la forma stessa del mezzo che, così pare, avrà le sembianze di una navicella spaziale. Un’astronave disegnata da un equilibrio perfetto tra forze che collaborano. «Valutiamo centinaia di geometrie diverse per arrivare a quella ideale. Le differenze sono quasi invisibili, ma quelle minime variazioni sono fondamentali in termini di prestazione», ci racconta Mario Caponetto, ingegnere navale e responsabile della fisionomia definitiva dell’imbarcazione.

Intanto, nei due grandi hangar aperti verso il molo, la radio passa canzoni e si lavora su ampi banchi e piattaforme alla costruzione per frammenti del mockup: in uno i test su nuove tipologie d’ala – non pensate alle vele, è un concetto romantico, ma all’ala di un Boeing – nell’altro la messa a punto della sezione della piattaforma per trovare la giusta ergonomia dello scafo rispetto agli ingombri, oltre al posizionamento delle fibre ottiche che come vasi sanguigni attraversano le superfici interne per permettere di misurare il carico “a flessione” a cui lavorano timone e derive. Nei container altre figure appaiono concentrate nella produzione di meraviglia. Ogni laboratorio è dedicato a un’attività: dai maestri cordai che sviluppano nuove modalità con cui intrecciare le fibre e trovare la proporzione ideale tra resistenza e leggerezza e dove si testano ciclo di invecchiamento e prove di rottura; ai velai che tagliano, cuciono, accoppiano, resinano e cuociono i tessuti delle vele testando nuovi materiali per il rivestimento dell’ala; ai meccanici concentrati sulla modificazione strutturale di winch in commercio («spesso siamo più aggiornati noi delle aziende che producono gli elementi», dicono).

Ma se la “libellula” che avrebbe dovuto volare sull’acqua come una scheggia di tempo a 50 nodi, ancora non esiste, e non ha un nome proprio; e se l’imbarcazione Luna Rossa che ha corso l’ultima America’s Cup (2013) è da poco giunta al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano per riposare in pace, come si lavora alla preparazione di questo genere di gare? Due equipaggi argentati di cinque velisti l’uno, un paio di volte al giorno, dal primo mattino, salgono su Piranha e Swordfish, i due leggeri catamarani AC45. Sono seguiti da due tender che via radio trasmettono indicazioni, feedback, prestazioni. A guardarli da una distanza ravvicinata, gli equipaggi appaiono composti da eroi empaticamente legati a quegli oggetti meravigliosi che si eccitano e accelerano, e che sembrano levitare al contatto di quel Re che è il mare. Ma questo non è uno sport per deboli di cuore, come abbiamo scritto all’inizio: tutti i protagonisti hanno alle spalle regate e traversate. Sono anche esperti giocatori di videogame: «Oggi, mentre giri le maniglie, devi guardarti attorno senza sosta e operare sui comandi che agiscono sui controlli della barca; ognuno è responsabile di più attività, che vanno a sommarsi con quella fisica», spiegano. Si allenano costantemente con un programma basato su tre principi: brevità, intensità, funzionalità. Dove ogni step è spinto all’ennesima potenza. Investono tre anni nel progetto, spesso lontano dalle loro basi.Solamente otto, però, sarebbero stati gli uomini selezionati: portatori di un’avventura dentro cui, in cento, hanno lavorato, collaborato, inventato, sognato. Cala il sole, e come ogni giorno i due catamarani tornano in cuccia. Issati a terra, smontati, lavati e spazzolati. Soltanto il tempo ci dirà se li vedremo, oppure no, volare sulle acque di Bermuda.


I SEGRETI DELLA LUNA

1    Il catamarano AC45 è un prototipo avanzatissimo della classica imbarcazione con due scafi, di dimensioni ridotte rispetto a quelle utilizzate nelle gare. La nuova generazione di catamarani naviga con entrambi gli scafi sollevati dall’acqua (assetto full-foiling). La sperimentazione è continua: ogni due mesi, il prototipo viene modificato e le nuove varianti testate in mare. Quindi, viene smontato, le soluzioni che funzionano implementate e il resto modificato in una ricerca continua dell’eccellenza.

2    L’ala rigida è simile a quella degli aeroplani e sostituisce la randa (vela principale) delle comuni imbarcazioni a vela. Nelle ali si identificano una componente anteriore, che svolge il ruolo dell’albero, e i flap, componenti mobili e regolabili. Introdotta nella Coppa America 2010, l’ala rigida ora viene montata su tutti i catamarani della categoria Coppa America.

3    La chiave di vittoria delle imbarcazioni di Coppa America di ultima generazione sono derive e timoni, che permettono ai catamarani di navigare in assetto full-foiling. In origine, queste imbarcazioni non erano pensate per “volare” e gli stessi foil venivano utilizzati fin dall’800 negli aliscafi. Durante la Coppa America 2012, l’equipaggio neozelandese sfruttò una falla del regolamento e sperimentò la nuova andatura. In pratica, le derive incurvate verso l’interno della barca fanno impennare la prua, mentre i timoni fatti a T (dritti con in fondo alette chiamate elevator), fanno alzare la poppa.

4. Nell’headquarter di Cagliari lavorano 35 progettisti in servizio 6 giorni alla settimana per 10 ore. I loro studi vengono poi realizzati da 30 boat builder che fisicamente trattano le “pelli” di carbonio tagliandole, modellandole e frisandole.


CARATTERISTICHE TECNICHE

Carta d’identità del AC45, tipologia di catamarano su cui si allena il team.

NOME: AC45
Lunghezza scafi    13,45 m
Larghezza massima    6,90 m
Altezza dell’ala    21,50 m
Pescaggio        2,70 m
Peso        1.400 Kg

Superficie velica
Ala        85 mq
Fiocco        48 mq
Gennaker        125 mq

Velocità massima stimata
Bolina        16 nodi
Poppa        28 nodi
Equipaggio        5

Products
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