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Sulla torre di Gio Ponti

Sulla torre di Gio Ponti

«L’edificio che mi piace di più è quello che gli architetti realizzeranno per il futuro». Rispondeva così Gio Ponti durante una lunga intervista che concesse alla Rai alla metà degli anni 70. Lui, in effetti, aveva guardato al futuro ogni minuto, in ogni momento della sua attività di architetto e di creativo. E anche in quel passato, i primi anni 30 del secolo scorso, aveva puntato lo sguardo verso qualcosa che non c’era, quando, insieme a Emilio Lancia, con il quale lavorava abitualmente, ebbe l’opportunità di mettere mano a quella strada simbolo del rinnovamento milanese, Corso Venezia.

La nuova città cominciava proprio lì, perché nel corso del ’800 la ricca borghesia scelse quella via per dare un tocco europeo al mondo meneghino: era meta obbligata dei cortei asburgici e occorreva accoglierli (o forse osservarli?) da residenze sontuose e dal gusto internazionale. L’antica basilica di San Dionigi e il convento delle Carcanine vennero abbattuti alla fine del ’700 per volontà dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este, il vicerè a Milano. Affidò quei terreni al Piermarini per trasformarli nel primo parco ricreativo per la cittadinanza: i Giardini Pubblici, organizzati alla francese, tra finte grotte e laghetti romantici. Proprio sull’angolo dei giardini con i Bastioni di Porta Venezia, i fratelli Giovanni e Mario Rasini erano proprietari, ai primi del ’900, di un lussuoso palazzo, neoclassico come gli altri edifici del corso. E anche loro sapevano guardare al futuro. Firmarono una convenzione con il Comune per l’abbattimento del “vecchio” e la costruzione di un nuovo edificio, affidato a Lancia e Ponti, la coppia d’oro dell’architettura italiana. Era il 1923. Dopo dieci anni di gestazione, il progetto arriva finalmente negli uffici comunali, che autorizzano il cantiere, e soltanto un anno dopo, nel 1934, la Torre Rasini è pronta per essere abitata. Un elegantissimo scossone per la città, che improvvisamente si trova a essere custode di un edificio alto 50 metri per 12 piani. Un grattacielo. E Marcello Visconti di Modrone, allora podestà di Milano, fu fiero di averne autorizzato la costruzione: era uno dei primi italiani. La città è in grande fermento, nel 1933 supera il milione di abitanti, diventa il riferimento e spesso la casa adottiva di artisti e intellettuali, mentre urbanisti e architetti ne stanno trasformando il volto. Compresi Ponti e Lancia.

Il terreno che avevano a disposizione per realizzare il sogno dei fratelli Rasini era decisamente interessante: consentiva di giocare con un nuovo territorio. Le mura spagnole erano state abbattute e la linea ferroviaria che passava proprio al limitare dei giardini venne chiusa in favore del nuovo tracciato che terminava nella neonata stazione. Ecco, proprio a dominare sulle trasformazioni di quel periodo, nasce il Palazzo e Torre Rasini. Così si chiama quel “gruppo di case”, stando alla definizione di Gio Ponti, costituito da due edifici contigui, ma ben distinti tra loro: un cubo bianco rivestito in marmo e una torre in mattoncini ceramicati rossi. Sei piani il primo, 12 la seconda. Lineare, squadrato e in odore di razionalismo il cubo; mossa, tondeggiante e dal gusto decorativo anni 20 la torre. Due architetti, due edifici. Due personalità che raccontano il divenire di una città, due idee sulla sua evoluzione. Una lettura facile del progetto per i Rasini, ma è tutta apparenza. Lo sviluppo di questo edificio, solitamente bollato come evidente segnale dell’imminente separazione professionale dei due architetti che qui firmano insieme per l’ultima volta, è unitario. E rappresenta un dialogo. Un confronto, magari, ma teso a raggiungere una soluzione comune. Punta all’armonia. E l’obiettivo è dichiarato nella facciata verso i Bastioni: i materiali delle due costruzioni s’intersecano in una striscia di collegamento che mette in relazione il bianco e il rosso, l’alto e il basso. Lungo quella linea si sviluppa il tetto abitato del cubo bianco, un giardino aereo metafisico, punteggiato da archi vuoti, pergole, verande e una piccola piscina. Dalla strada non si vede: il giardino segreto è per i pochi fortunati inquilini del Palazzo e della Torre; le finestre che si aprono su quel lato regalano un paesaggio che non c’è. Il gioco è esattamente questo e i due architetti dosano gli ingredienti con assoluta maestria. Il cubo bianco nella sua sobria ed elegante compostezza si rivolge agli edifici neoclassici del corso, rispettoso di quella grandeur altoborghese che gli ha consen- tito di esistere. Ma poi, voltato l’angolo, si unisce alla torre, slanciata sulla città e guardiana del nuovo mondo, tra bow-window circolari, fasce di mattoncini che ne decorano la facciata e una merlatura stiliz- zata a chiuderne l’altana superiore, anche questa dal sapore metafisico. Ma il gioco non è finito. La torre degrada a fasce verso il parco, questa volta vicina al pensiero razionalista, ma soprattutto a quell’idea tutta pontiana di connettere l’esterno con l’interno: le terrazze si mescolano agli alberi dei Giardini Pubblici, entrando fisicamente in quel territorio di svago. E poi, il cortile, dove mattoni e marmo non ci sono più e il lato intimo dei due edifici si ritrova in un sentire comune.

L’ingresso nella torre è segnato da una pesante porta in ferro e vetro, stondata come il volume che la ospita e quello antistante che accoglierà chi entra: un cerchio, ad avvisare che da lassù è concessa la vista psichedelica promessa in pianta, a 360 gradi sulla città. Il lungo corridoio stretto e buio segna invece il lato aperto e luminoso delle terrazze, e la scala stretta intervallata da basse finestre moderniste fa entrare la luce, ma poco mostra del panorama: è riservato agli abitanti di quegli appartamenti di lusso, che tuttora ne conservano lo status. Una porticina di servizio aperta sul cortile porta agli ultimi due piani dell’edificio con un piccolo ascensore: la sala giochi e le altane. Ora sono occupate da uno studio di architettura e lassù è come essere a New York: Milano affacciata su Central Park. Il cubo bianco, nella sua sobrietà, sorprende. Oltre il portone ci si trova in una nuvola verde mela fatta di piastrelline a mosaico per poi passare al vano scala rosa. Inatteso, luminoso. Ancora una volta in contrapposizione con gli interni della torre, stretti e scuri. Un gioco. No, anzi, un brano jazz dove gli assoli rientrano nel riff a ricomporre la linea melodica.