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Il museo è un posto dove ci piove dentro

Storicizzare. Anche per il design, a Milano, sembra sia giunto il momento. E perciò non uno, ma due musei si preparano ad accogliere la grande vicenda del pensiero progettuale che proprio nel capoluogo lombardo ha le sue radici.

Il momento è particolare, perché dopo anni di overdose, di “tutto è design”, di derive nell’art–design, si torna a interrogarsi sulle finalità della disciplina, e su come essa possa render servizio alle questioni essenziali. A questo proposito Stefano Boeri - inaugurando la Ventiduesima Triennale di Milano, Broken Nature, focalizzata sul rapporto corrotto tra uomo e natura e il possibile ruolo ricostitutivo del design – ha affermato: «La cultura del progetto ha un ruolo importante nell’affrontare i grandi temi». E se oggi appare evidente che la salute del pianeta precede qualsiasi altra preoccupazione - anche meramente per un motivo di causa-effetto - la fase di reality-check sembra promettere quale auspicabile conseguenza che si produca in futuro meno spazzatura, in senso metaforico e reale.

Un momento ideale, allora, anche per fare il punto su quel che ha rappresentato fino a qui l’avventura del design. Se da una parte è imminente l’apertura del Museo Permanente del Design in Triennale – attesa novità del prossimo Salone del Mobile - è stato annunciato per il 2020 ADI Design Museum - che ripercorrerà la storia del Compasso d’Oro, premio istituito nel 1954 per volontà di Giò Ponti, e ne seguirà gli eventi futuri. A sviluppare il progetto architettonico e di allestimento saranno Mara Servetto e Ico Migliore (Studio Migliore + Servetto) assieme a Italo Lupi, vincitori del concorso pubblico (e tutti, per la cronaca, già vincitori del Compasso d’Oro).

A chi domanda se esiste una competizione tra i due musei, laddove fino a ieri non ve n’era nemmeno uno, Mara Servetto risponde: «Come nelle grandi città esistono più musei di arte contemporanea, qui possono benissimo convivere più musei di design, che avranno nell’approccio un orientamento diverso. Mentre il museo della Triennale racconta la storia con lo sguardo e l’interpretazione dell’oggi, ADI Design Museum Collezione Compasso d’Oro cristallizza una storia così come è accaduta allora».

Come ormai noto, quest’ultimo nascerà nell’ex area industriale tra via Ceresio e via Bramante, che sarà interamente ristrutturata e costituirà un nodo strategico tra la Fabbrica del Vapore e la Fondazione Feltrinelli. Occuperà oltre 5mila metri quadri, di cui 3mila saranno di area espositiva, ed è stato pensato per essere «un luogo aperto sulla città». Gli architetti hanno introdotto la loro idea di spazio espositivo parlando di “museo narrante”, un concetto su cui lavorano da tempo, sia per allestimenti permanenti, sia per mostre temporanee in spazi museali. «Il museo narrante si pone a metà tra il museo tradizionale, o museo chiodo, che è preposto alla conservazione e si rivolge a un pubblico preparato»spiega ancora Servetto «e il museo luna park, che gioca su un ingaggio facile con il pubblico e la spettacolarizzazione, ma dissipa presto la sua promessa».

Migliore e Servetto hanno potuto sperimentare questa idea di museo già otto anni fa, con la progettazione del Fryderyk Chopin Museum a Varsavia. «Abbiamo lavorato al museo in un contesto internazionale e avendo a che fare con oltre 7 mila pezzi della collezione, ma anche contenuti immateriali, come la sua musica e abbiamo confezionato un’idea di museo che ci piace paragonare a una medicina a lento rilascio, dove offrire una serie di spunti alle persone che magari casualmente “cadono” dentro al museo, perché hanno perso un volo o perché è una giornata di pioggia e magari poi cominceranno ad andare ai concerti, o a sentire musica diversa: un museo apre le finestre a nuove possibilità di conoscenza e di approccio, per noi si tratta alla fine di progettare chiavi di lettura».

E aggiunge Ico Migliore: «I musei di per sé non possono mai essere esaustivi, sono crocevia che devono suscitare delle domande e dove occorre tornare».Paragona l’andare al museo all’andare al ristorante. Chi dice «sono stato al Louvre»non avrà consumato tutto il museo, come uno che va al ristorante non consuma tutto il menù. «Oggi c’è una grande sovrapposizione tra spazi commerciali e spazi culturali. Poiché tramite il telefonino possiamo ottenere facilmente tutto, ci deve essere una ragione per andare in un posto. Il risultato è che i musei somigliano sempre più a negozi e i negozi a musei, in entrambi i casi si tratta di offrire un’esperienza. Ma l’esperienza cos’è?»chiosa Migliore. «È raccontare storie».

Il museo ADI nascerà all’interno di un edificio preesistente di archeologia industriale di cui conserverà il carattere e il rapporto con il contesto: «È sempre fondamentale ragionare in termini di sfondo figura», spiega Servetto. Non sarà perciò una scatola chiusa, ma un attivatore di stimoli, spunti, relazioni, come conferma ancora Migliore: «Progettare un museo per noi somiglia più a progettare un paesaggio che progettare un’architettura; in quest’ultima non ci deve piovere dentro, ma nei nostri musei sì. Devono cioè essere permeabili: alla tecnologia, alla luce, ma anche all’azione dei visitatori e ai pensieri. Il museo deve essere un luogo in cui ci piove dentro».