La facciata dal lato del giardino dell’Ange volant, la villa concepita da Gio Ponti a Garches. È la più influenzata dalla Malcontenta e dalle altre ville del Palladio. - Credits: Ph. Martina Maffini
La scala che porta al secondo piano nel salone centrale della casa. Al piano terra, sulla destra, una meridiana concepita dal progettista italiano con Tommaso Buzzi. - Credits: Ph. Martina Maffini
Il “coin feu” del salone. Nella nicchia sul caminetto, vaso della serie Conversazione classica di Richard Ginori, disegnata dall’architetto e dedicata a Tony Bouilhet e alla moglie Carla Borletti. - Credits: Ph. Martina Maffini
A sinistra, la mezzanina sopra il salone. Di scorcio, una scrivania di Ponti in mostra a Parigi nel 1957. Sullo sfondo, un quadro ispirato alla moglie Giulia Vimercati (“buona” e “cattiva”). A destra, l’ingresso, con gli stucchi sul soffitto e il marmorino grigio-verde voluto da Ponti per le pareti. - Credits: Ph. Martina Maffini
A sinistra, la facciata con al centro una statua di Mircea Milcovitch. A destra, Sophie Bouilhet-Dumas, nipote di Tony Bouilhet, che commissionò la casa a Gio Ponti. Si occupa ancora oggi della dimora ed è diventata una delle maggiori esperte del Maestro in Francia. È sposata con Pierre-Alexis Dumas, direttore artistico di Hermès. - Credits: Ph. Martina Maffini
La porta d’ingresso. Al centro del frontone, la statuetta in metallo dorato di un angelo in volo con le planimetrie della villa tra le mani. Fu disegnata da Gio Ponti e realizzata da Christofle. Una delle lettere che il Maestro inviava da Milano a Parigi a destinazione di Tony Bouilhet per spiegargli le sue idee per la casa che stava progettando, con tanto di disegni incorporati. - Credits: Ph. Martina Maffini
Places

Una giornata all’Ange Volant, progettata da Gio Ponti negli anni 20

Un vialetto con il bosso e le rose nasconde l’entrata dell’Ange Volant. La facciata bianca, con le sue remi- niscenze palladiane, appare d’improvviso: è la villa concepita da Gio Ponti nel 1926, in questa che è, ancora oggi, la periferia bene di Parigi. Una storia architettonica, ma anche di affetti. «Una lunga storia», dice Sophie Bouilhet-Dumas, co-curatrice della retrospettiva sul Maestro italiano che fino al 10 febbraio si terrà al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, con il sostegno di Molteni&C

Fu suo nonno, Tony Bouilhet, che era alla guida di Christofle, il fabbricante di argenteria, ad affidare il progetto di questa villa all’architetto. Si erano conosciuti nel 1925 a Parigi all’Esposizione universale delle arti decorative e industriali moderne. Da appena due anni Ponti era il direttore artistico di Richard Ginori. Convinse la famiglia Richard a partecipare a quell’appuntamento. E proprio lì Tony era già un personaggio in vista. «Mio nonno lo notò subito, per il suo atteggiamento estremamente allegro, per l’entusiasmo», ricorda Sophie. «E poi per quel vestito in lino azzurro che indossava, così diverso dai completi scuri degli architetti parigini». Nacque una grande amicizia nelle serate trascorse insieme al Bœuf sur le toit, il locale della belle époque, dove si suonava il jazz. E dove Tony incontrava amici come Jean Cocteau o il fotografo surrealista Man Ray. Tony aveva 28 anni, ancora single. Gio, che aveva sposato Giulia Vimercati, di una ricca famiglia milanese, 34. Quel 1925 fu fondamentale per Ponti. All’Esposizione poté osservare gli allestimenti di un certo Le Corbusier. E poi vinse il primo premio per le ceramiche, con la serie Conversazione classica della Richard Ginori, la sua rivisitazione dei vasi dell’antichità. Non solo: conobbe Tony, che convinse i Bouilhet ad affidare a quel simpatico italiano l’ambizioso progetto di una villa di campagna vicino al golf di Saint-Cloud, allora terra di sperimentazione architettonica, dove famiglie cosmopolite si facevano costruire nuove dimore, vedi gli Stein (quelli di Gertrude), che si affidarono a Le Corbusier. O l’egiziano Nubar Bey, che invece preferì Auguste Perret.

Per la villa, Ponti aveva scelto inizialmente il nome Saint-Cloudienne. Ma poi divenne l’Ange Volant. «Una nipote di Gio, da parte della moglie, Carla Borletti, che aveva appena diciotto anni, venne qui a Parigi con il padre, in viaggio per lavoro», racconta Sophie, «Gio le fece conoscere Tony. Si piacquero e un anno dopo, nel settembre 1928, si sposarono». Insomma, Carla, della nota dinastia di industriali lombardi, poi nella vita donna manager ante litteram, anche all’interno di Christofle, è la nonna di Sophie: «Per Ponti lei era l’angelo volato nell’esistenza di Tony». Sophie ha incontrato l’architetto milanese quando era bambina. Oggi è una delle maggiori esperte in Francia. Nonostante la sua famiglia non sia più proprietaria di Christofle, ha studiato la lunga collaborazione del designer con il marchio, fino all’anno prima della sua morte, avvenuta nel 1979: «Ebbe un’influenza su mio nonno: lo spinse a osare, a non avere schemi preconcetti». Visionario Gio: sempre, comunque. 

Come per questa casa che, in realtà, parte dall’eredità palladiana. «Ponti combatté durante la Prima guerra mondiale», continua Sophie, «E fu allora che, in prossimità del fronte, poté visitare le ville del Palladio e ritrarne alcuni dettagli». La facciata che dà sul giardino, con la distribuzione simmetrica di porte, finestre, frontoni, nicchie e di due colonne ricorda l’esterno di quelle ville venete. All’interno, gli stucchi nell’ingresso e il tromp-l’œil che domina il salone sono un chiaro rimando ai soffitti ideati nel ’500 da Jacopo Sansovino nella Villa Garzoni. Ecco, l’elemento centrale della casa («Il suo polmone», come dice la proprietaria) è proprio questo salone su due piani, intorno al quale tutto ruota e che, percorrendo la scalinata, permette punti di vista diversi e impensabili (se ne ricorderà l’architetto più tardi, negli anni 50, quando disegnerà la villa Planchart a Caracas e la Nemazee a Teheran). Qui emerge la sua modernità, perché l’Ange Volant, il suo secondo progetto di casa, pur partendo da una base neoclassica, è l’inizio di un cammino verso il modernismo e, oltre, il razionalismo. E la base concreta di quella “casa all’italiana” da lui teorizzata già alla fine degli anni 20 sulla rivista Domus.

Influenzato da Robert Mallet-Stevens per il salone centrale e da Le Corbusier per la concezione di una casa come un tutt’uno, Ponti disegnerà per l’Ange Volant dalle maniglie fino a tutti gli arredi, in parte ancora in loco. E una miriade di dettagli, vedi i visi sovrapposti di Tony e Carla nei disegni impressi sugli specchi accanto alla porta finestra che dà sul giardino. «Vorrei morire da Tony», diceva negli ultimi anni di vita Gio. Sì, all’Ange Volant. E invece, alla fine, si spense nella sua Milano. Ma si videro e scrissero fino all’ultimo, con tanti progetti per la testa, sebbene già anziani. Questa casa, alla fine, è soprattutto la storia di una profonda amicizia.

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