Antivilla: protagonisti i due varchi irregolari rivolti verso il lago - Credits: Achim Atzius
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Antivilla: un’opera provocatoria e dissacrante di Arno Brandlhuber

L’Antivilla è grezza, ruvida come solo il cemento può essere, esaltata da un colore grigio e freddo. E si appoggia sulle rive del lago Krampnitz, nei dintorni
 di Berlino. Ecco la sua storia.

Ernst Luck questo era il nome della fabbrica di lingerie costruita negli anni 60, in una posizione privilegiata, ovvero una delle più belle baie che si affacciano sul lago vicino a Potsdam, nell’immediata periferia di Berlino. L’impresa statale era costituita da due lunghi edifici di tre piani ciascuno ed era uno dei tanti luoghi involontariamente surreali nella Ddr: una fabbrica di biancheria intima che si affacciava su una spiaggia per nudisti.

Dopo la caduta del Muro, la società fu liquidata, mentre gli edifici rimasero vuoti. Alcuni speculatori acquistarono il terreno per demolire la fabbrica e realizzare ville singole. Ma, per mancanza di fondi,
il terreno restò poi intoccato no al 2012, anno in cui l’architetto Arno Brandlhuber acquistò l’intera area del fabbricato, riprogettando lo spazio con Markus Emde, Burlon Architects e Pichler Engineering: un lavoro di recupero importante per trasformarla nello studio/atelier dell’artista Björn Dahlem e un piano, di 250 metri quadri, destinato a essere un luogo d’incontro per gli artisti.

E decidendo di lasciarne intoccata l’anima: «Non ho voluto costruire nulla di nuovo e ho cercato di mantenere, nei limiti del possibile, la struttura originaria della fabbrica», racconta il progettista. Il tetto a timpano, realizzato con lamiere ondulate di amianto, è stato rimosso e sostituito con una terrazza piana in cemento, che funziona strutturalmente come fosse una grande trave.

Completato da una grondaia oversize che si getta fuori dall’edificio, come fosse una polena, ma senza alcuna velleità ornamentale. E dopo aver rinforzato la struttura con del calcestruzzo spruzzato, che sostituisce anche i classici sistemi di isolamento, ha rimosso al suo interno qualsiasi parete non portante per fare spazio a un nucleo centrale lungo circa 20 metri che si estende su entrambi i lati e che contiene la cucina, il bagno, la camera da letto, un caminetto
e una sauna, i quali, spiega l’architetto, «da soli sono
in grado di riscaldare l’abitazione».

La guest house chiamata Rachel in onore dell’artista inglese Rachel Whiteread: specializzata in sculture di oggetti quotidiani e di strutture architettoniche realizzati con calchi di gesso, cemento o resina ottenuti solidificando lo spazio sotto sedie, letti, o all’interno degli armadi - Credits: Achim Atzius
L’angolo che si affaccia sull’altro varco con vista sul lago e sulla guest house; chaise longue di Muller Van Severen, sgabelli Drop di Sanaa - Credits: Achim Atzius
L’essenziale camera da letto della guest house, di fronte all’Antivilla, riscaldata da una stufa in ghisa - Credits: Achim Atzius
Il living: al centro si nota il nucleo attorno al quale si sviluppa la casa e che contiene il camino, la sauna e la cucina
La zona cucina con l’angolo pranzo; sul soffitto, a destra, i binari su cui scorrono le tende in pvc che isolano i vari ambienti. Sullo sfondo, il varco irregolare chiuso da un infisso oversize - Credits: Achim Atzius

Anche se in un secondo momento, per riuscire a ottenere i permessi di abitabilità, ha dovuto installare un riscaldamento supplementare a pavimento, come giusto compromesso. I diversi spazi del nucleo vengono poi isolati, 
a seconda delle esigenze e delle stagioni, da grandi tende in pvc traslucenti che mantengono il calore al loro interno, impedendone la dispersione. Le finestre, una diversa dall’altra, raccontano una storia, prosegue il progettista: «Nel periodo della costruzione della fabbrica, gli infissi erano stati un campo di prova per alcuni costruttori edili: ogni finestra era stato posata da un diverso lavoratore. Quasi come fosse un terreno di sperimentazione architettonica».

Particolarità ben visibile anche nella struttura di oggi. Ma quello che colpisce è al piano superiore: come due grandi occhi si aprono dei varchi irregolari nel muro, ampliati a colpi di martello in una sorta di happening organizzato con gli amici. Due brecce che aprono totalmente il soggiorno alla vista del lago, come non ci fosse un con ne tra il dentro e il fuori. «La facciata non rispecchia una scelta estetica: deve essere letta come manifesto sociale», aveva dichiarato Brandlhuber in un’intervista ad Arch+, «Il modello segregante della città moderna si riflette nelle facciate delle case classiche che isolano gli abitanti».

Al contrario, l’Antivilla si apre al mondo e alla natura con un aspetto che si avvicina all’architettura brutalista: «Ma ne è di fatto sostanzialmente lontana. Evita infatti qualsiasi collegamento con argomentazioni morali. Qui il materiale grezzo non rappresenta un’idea a cui è subordinato: piuttosto evidenzia la sua capacità di creare realtà e scenari di utilizzo. Non si tratta di “schiettezza” del materiale, ma per così dire del materiale come puro stato di aggregazione». Inteso come un nuovo realismo nell’architettura, l’affordance del materiale. Che affascina chiunque passi da qui.

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Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”