Ritratti all’interno del laboratorio (da sinistra) Nello Russo ed Emanuele Mensa fondatori, assieme ad Anna Follo, dell’Archivio Tipografico - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
A sinistra, uno spessimetro, strumento manuale di estrema precisione, che serve a controllare lo spessore della carta al decimo di millimetro. A destra, Heidelberg Stella (Windmill): popolare platina con mettifoglio e uscita automatici. Proviene dalla Tipografia Marchisio ed è del 1951. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
In mano un compositoio: attrezzo metallico su cui i compositori dispongono i caratteri di piombo per comporre le linee di stampa; dietro, il banco di composizione - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
A sinistra, l’operazione di scarico d’inchiostro dai rulli di una macchina da stampa. Nell’Archivio ogni fase viene realizzata nel rispetto di un antico lavoro artigianale. A destra, Nebiolo Ideale 30: platina ad avvicinamento parallelo made in Torino, convertita in laboratorio a macchina fustellatrice (Tipografia Valle Mosso, 1960) - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Archivio Tipografico di Torino, una stamperia che, al tempo stesso, preserva una tradizione fatta di alta qualità, manualità raffinata, tecniche complesse, e quindi realizza progetti basati sulla composizione a caratteri mobili - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
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Caratteri forti: dentro l’Archivio Tipografico di Torino

«Siamo mantenitori in un mondo di innovatori». Nello Russo ha quarant’anni, una barba ottocentesca, un orgoglio fresco e giustificato. Insieme con Emanuele Mensa e con la moglie, Anna Follo, ha creato a Torino l’Archivio Tipografico. Due parole che offrono solo una vaga idea di ciò che davvero si tratta. Piuttosto, serve andare lì, via Brindisi 13° A, superare la magnifica porta a vetri, salvata dalla dispersione degli arredi dell’antica tipografia Marchisio, ed entrare in un universo ricomposto.

Con dentro presse piano-cilindriche; tirabozze, fustellatrici; la perfezione meccanica delle Heidelberg Stella, che sono macchine da stampa tedesche dei primi anni 50, chiamate platine, un’orgia di cerniere e rulli, respiri e sbuffi. E poi, una infinità di cassettiere nelle quali sono custoditi caratteri di stampa, circa duemila, ciascuno dei quali raccolto per corpo, dal 6 al 36, al 48, piombo e legno, per i corpi più grandi; ogni lettera, ogni elemento della punteggiatura sotto forma di un piccolo parallelepipedo in piombo, altezza 23,56 millimetri. I banchi di composizione inclinati, dove intere generazioni di tipografi hanno abbinato, lettera per lettera – leggendo rapidamente al contrario – per creare linee, frasi, capitoli, libri e giornali interi, da fissare su appositi telai, pagina dopo pagina, per, finalmente, “andare in stampa”. Un percorso fatto di ostacoli che paiono oggi insormontabili, affrontato con una perizia assoluta e per certi versi eroica.

Per chi è nato con il digitale, trattasi di una esperienza sconvolgente; per chi ha più anni, trattasi di libidine nostalgica ed entusiasmante. Almeno qui, nulla è andato perduto, tutto resta vivo, in funzione. Abbastanza per rilanciare un viaggio dato per estinto. «Il vero iniziatore dell’Archivio Tipografico è stato Emanuele», racconta Nello Russo. «È un insegnante con la passione per la tipografia. Era già collezionista da tempo quando la signora Marchisio, ultima rappresentante di una antica e apprezzatissima famiglia di tipogra torinesi, molto legata alla famiglia Agnelli, decise di cedere a lui i macchinari, i banconi, insomma l’intera attrezzatura. Era anziana, non aveva eredi e desiderava semplicemente che la sua donazione non venisse dispersa. La vera base dell’Archivio arriva da lì. Poi sono state aggiunte altre macchine, altri caratteri, rilevati in parte dalla Tipografia Zappata e dalla Tipografia Arduini».

La data di nascita di questa iniziativa è il 2003. Dal 2013 l’Archivio Tipografico dispone della sede attuale, un vecchio magazzino, con lucernari e spazio adeguato. A disposizione di chi visita e di chi lavora, ovviamente, visto che non stiamo parlando di un museo ma di un vero e proprio laboratorio. Una stamperia che, al tempo stesso, preserva – appunto – una tradizione fatta di alta qualità, manualità ra nata, tecniche complesse, e quindi realizza progetti basati sulla composizione a caratteri mobili, abbinata a un’originale ricerca grafica e all’uso di diverse tipologie di carta, anche pregiate. Tradizione, ma certo, mondata da preclusioni ottuse. Il digitale serve e viene sfruttato anche qui. Per elaborare adattamenti specifici, per “archiviare” elettronicamente ogni carattere, visto che il piombo, dai e dai, si consuma. 

Il termine esatto per definire ciò che accade nell’Archivio Tipografico è “Letterpress Revival”. Come accade su più fronti, di questi tempi: artigianalità in via di estinzione, riproposta allo scopo di restaurare un gusto raro e intenso. Nello specifico e per fortuna ogni snobismo che spesso accompagna questo tipo di amarcord, resta fuori dall’Archivio. Piuttosto, qui abbiamo una storia e un mestiere che valgono un approfondimento obbligato. Ogni classe scolastica, ogni studente cresciuto a pane e iPad, dovrebbe trascorrere qualche ora nel magazzino di via Brindisi, nel cuore del quartiere Valdocco, operaio e in buona parte preservato pure quello. Un’esperienza rivelatoria, soprattutto per vista, olfatto e tatto. Carte pregiate, finissime o più consistenti, ruvide, materialmente affascinanti, da imprimere secondo una procedura manuale che esalta il rilievo prodotto  dall’inchiostro colorato. Simboli ricercati, personalizzati; caratteri come l’originalissimo e futurista Neon, creato negli anni Trenta da Giulio Da Milano per Nebiolo, azienda specializzata in macchine tipografiche e soprattutto caratteri mobili. Le lisce superfici dove procedere con la composizione, osservando magari qualche anziano tipografo dalle mani svelte e magiche che dall’Archivio passa e resta per cacciar via una malinconia.

Manca solo la linotype, macchina inventata negli Stati Uniti nel 1884, con tanto di crogiolo dove fonde il piombo, la tastiera per comporre le righe tipografiche. È conservata altrove, per preservare la qualità dell’ambiente. Il fatto è che qui la relazione tra passato e presente è costante. Nello Russo è un grafico di prim’ordine (collabora da anni con il raffinato editore Taschen dopo aver collezionato esperienze diverse negli Stati Uniti) pronto a suggerire idee originali da applicare a un proce- dimento antico. I risultati? Eccellenti ed eleganti. Un invito implicito a riprendere in mano, letteralmente, la scrittura, applicata a una carta da lettera, a una partecipazione di nozze o a un biglietto di invito, preziosi e per nulla costosi. Per non parlare di chi – permettete la licenza - si occupa di informazione, comunicazione, giornalismo. Un tuffo dentro un’epoca vicina eppure lontanissima fatta di fatica e precisione. Quando una lettera sbagliata, un punto in luogo di un punto e virgola; un a-capo a capocchia, significavano rifondere, smontare, ricomporre, rimontare e ristampare, facendo andare in bestia un’intera schiera di tecnici, linotipisti, compositori, impaginatori, vale a dire chi permetteva a un giornale di arrivare in edicola secondo tempistiche, strettissime. Miracoli, altroché. Che costringevano a un’attenzione costante e utile. Per assumere una sorta di educazione al lavoro. Per imparare a stare al mondo, anche a pubblicazione avvenuta.

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