Azulik Uh May - Credits: Copyright: Enchanting Transformation
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Riconsiderare il ruolo dell’arte: Azulik Uh May

Bisogna prepararsi per arrivare ad Azulik Uh May. Fisicamente e psicologicamente. Perché oltre alle ore di volo e il percorso in macchina tra la giungla della penisola dello Yucatan, ad attendere è una struttura che sfida a riconsiderare il tradizionale concetto di spazio artistico, ma anche un po' se stessi. Uno spazio che si fonde completamente con la natura, e che proprio attorno alla natura è stato plasmato. Qui nessuno degli alberi è stato sacrificato: è l'architettura ad aver seguito il corso della natura modellandosi attorno a essa, non il contrario. E qui inizia l'incredibile storia di Azulik Uh May. Ideato e progettato dall'imprenditore e artista Roth (Eduardo Neira), Uh May nasce come secondo spazio espositivo legato all'eco resort Azulik, situato sulla costa di Tulum. Definirlo spazio artistico è però riduttivo: qui sorgeranno anche un laboratorio dedicato alla moda e al design, una residenza per artisti, una scuola di artigianato locale e uno studio di registrazione. L'obiettivo è creare una cittadella dell'arte che respira insieme al territorio circostante, nutrendosi delle energie della giungla e supportando la popolazione locale. Alla realizzazione della struttura hanno collaborato 400 lavoratori appartenenti alla comunità dei Maya, e qui si terranno laboratori artistici a loro dedicati grazie alla fondazione Enchanting Transformation, anch'essa fondata da Eduardo Neira. Parola d'ordine è connettere: creare una connessione profonda con la natura, con le persone e con le proprie radici. Per farlo, lo strumento essenziale è l'arte. Un'arte intesa come cura, come mezzo per risvegliare le coscienze richiamando all'importanza di riconnettersi con se stessi e con l'ambiente circostante. E qui si torna al primo punto: bisogna prepararsi per arrivare ad Azulik Uh May. O meglio, esserne pronti.

Entrando nella galleria, a colpire è il fatto che sia viva. All'interno di una cupola di cemento e bejuco alta 16 metri e coronata dal Fiore della Vita, lingue di cemento sospese si intrecciano ad arbusti, giunchi e piante rampicanti. A ogni sospiro del vento gli alberi si muovono dolcemente, dando la sensazione di essere all'aria aperta. L'architettura segue ognuno degli alberi presenti nello spazio, abbracciandoli oppure lasciandoli liberi di correre verso il cielo attraverso aperture e tunnel. L'impressione è di trovarsi in una dimensione parallela, o forse in un sogno, dove la mano dell'uomo stringe quella della natura. Uno di quei sogni che vorremmo diventassero realtà. Immaginando la forma di un fiore, le passerelle ricoperte di giunchi si sviluppano in cerchi sovrapposti che si innalzano fino alla cima della cupola, mentre la base è progettata secondo le proporzioni di Fibonacci. Trascendendo qualsiasi concetto preconfezionato di spazio espositivo, Azulik Uh May stimola a sovvertire gli schemi mentali uscendo dalla propria zona di comfort. A migliaia di chilometri dall'Europa, ci si ritrova a pensare come mai l'arte venga così spesso strappata dal proprio contesto naturale, imprigionata in ambienti che non le appartengono, guardata invece che vissuta.

E nel mezzo della danza tra gli alberi e le geometrie di cemento, si inserisce la mostra inaugurale Conjuctions (fino ad aprile 2019), che esplora il tema della connessione attraverso i lavori di tre artisti brasiliani: Ernesto Neto, Paulo Nazareth e Oskar Metsavaht. A raccontarcela è Claudia Paetzold, direttrice artistica di IK Lab (il primo spazio espositivo di Azulik) e curatrice della mostra. «Per questa prima esposizione, io e Roth abbiamo pensato agli artisti che meglio si inserivano in questo contesto unico. Il primo a venirci in mente è stato Ernesto Neto, uno dei maggiori interpreti dell'arte contemporanea brasiliana, che lavora con le comunità locali e con i popoli della foresta amazzonica, gli Huni Kuin», racconta. Allestite tra gli alberi e le rocce, le opere di Ernesto Neto immergono il visitatore in ambienti mistici e surreali: le installazioni Every Tree is a Civilization Entity (2016) e Healing House (2016), entrambe realizzate con crochet di cotone intrecciati ispirati alle reti da pesca del porto di Rio, creano suggestioni meditative che invitano all'introspezione. «Healing House è un esempio degli ambienti immersivi di Ernesto» – spiega Claudia. «Un esempio di come l'arte possa curare: entrando qui e ti senti protetto, puoi avere un momento tutto per te. Siamo così abituati a guardare le opere senza avere un vero contatto con loro. Qui succede esattamente il contrario: lasciarsi coinvolgere è essenziale. Every Tree is a Civilization Entity vuole invece ricordare che ogni albero è un'entità civilizzante. Gli alberi hanno un'intelligenza incredibile: ci sono studi che dimostrano il loro potere guaritore».

La riconnessione tra le terre e i popoli è il tema delle opere di Paolo Nazareth. Di origine africana e indigena, è nato in una favela brasiliana. Le sue opere si interrogano sul concetto di identità: nella sua celebre performance News from the Americas (2011–2), è andato a piedi dal Brasile fino agli USA in un percorso simbolico che trascende i confini territoriali unendo i popoli, dove l'artista ha il ruolo di connettore. La mostra si chiude con la video installazione Interfaces II - Man//Cosmos//Forest retraces di Oskar Metsavaht, che presenta un'opera ispirata ai cerimoniali della tribù amazzonica Ashaninka, compiendo un viaggio metaforico attraverso tradizioni ancestrali che invitano a ricollegarsi con le proprie radici. Ogni opera richiede un piccolo sforzo da parte del visitatore: quello di guardarsi dentro, iniziando un percorso alla scoperta di se stessi. «L'intento della mostra è quello di trasmettere l'idea che le opere d'arte non sono soltanto degli oggetti da osservare, ma sono degli strumenti per connettersi all'universo, un invito a prendersi un momento per dialogare con noi stessi. Siamo costantemente in dialogo con le forze della natura ma non ce ne rendiamo conto. Tutti noi abbiamo il potere di creare, ma questo potere diventa potente soltanto se capiamo che il vero creatore è una forza esterna che ci sovrasta. Se ci connettiamo essa, daremo la possibilità alle altre persone di connettersi con la natura, con se stessi e con le altre persone. Siamo in un periodo storico dominato dall'individualismo, dalla frammentazione e dall'oggettivazione. In questo contesto, social network come Instagram veicolano un messaggio molto rischioso: stiamo diventando oggetti da guardare, stiamo diventando i nostri stessi oggetti». Quando si lascia Azulik Uh May, la sensazione è quella di aver lasciato una piccola parte di se stessi. «È esattamente la sensazione che provo ogni voglia che mi allontano da questo luogo. È l'effetto di Uh May», mi rassicura Claudia. Bisognerà tornarci presto.

Installation view, Ernesto Neto, Healing House, for Conjunctions at IK LAB Uh May - Credits: Copyright Enchanting Transformation 2018.
Azulik Uh May IK LAB - Credits: Copyright: Enchanting Transformation
Installation view, Ernesto Neto, Every Tree is a Civilizing Entity, for Conjunctions at IK LAB Uh May - Credits: Copyright Enchanting Transformation 2018.
Azulik Uh May IK LAB - Credits: Copyright: Enchanting Transformation
Installation view, Ernesto Neto, Life Blows Life, for Conjunctions at IK LAB Uh May - Credits: Copyright Enchanting Transformation 2018.
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Installation view, Ernesto Neto, Healing House, for Conjunctions at IK LAB Uh May - Credits: Copyright Enchanting Transformation 2018.
Azulik Uh May IK LAB - Credits: Copyright: Enchanting Transformation
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Azulik Uh May IK LAB - Credits: Copyright: Enchanting Transformation
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