Nel soggiorno, divani arancioni Throw Away di Zanotta, poltrona a righe Helix di Moroso, lampada da tavolo Nesso di Artemide. Sopra il sofà blu l’arazzo realizzato a quattro mani da Alighiero Boetti e Mimmo Paladino - Credits: Ph. Simon Watson
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Una casa che sembra una galleria

Lui vulcanico, eterno ragazzo dall’aria scapigliata e l’eloquenza iperbolica. Lei con una testa riccia da cherubino, l’età indefinibile e una dolce concretezza. La prima cosa che le disse fu: «Mi spiace, soldi non ne ho». Eppure lei era venuta a chiedere solo un manubrio, per l’esposizione che stavano preparando. «Credevo fosse l’ennesima richiesta di sponsorizzazione», si giustifica lui.

Fu così che si conobbero, Antonio Colombo e Alessandra Cusatelli. Colombo era già un eroe nel campo della bicicletta: dopo aver rilevato la Cinelli, aveva regalato al mondo il Rampichino, la Laser, le bici a scatto fisso di Mash e altre prelibatezze da connoisseur che hanno sedotto, per dirne un paio, Steve Jobs e Fidel Castro. Lei, a quel tempo, era una giovane designer; oggi è la design coordinator della Cinelli. La casa a Milano nella quale vivono, per un certo periodo fu il prolungamento morale della galleria d’arte che Colombo aprì nel ‘98: «Per soddisfare la mia immensa vanità, collezionare non mi bastava», racconta lui. L’appartamento, allora un abituro di due stanze, fu in principio un allegro bivacco per artisti, o meglio uno spazio per residenze d’artista: «Rappresentò il contrappasso per il mio ingresso tardivo nel mondo dell’arte. Durò però solamente fino a quando decisi che non era poi così necessario fare il mecenate», spiega Colombo. Sgombrato il campo divenne il suo rifugio, e fu soltanto con l’arrivo di Alessandra, che si trasformò nella casa amata.

«Era tutto molto ridotto, alla grande gioia di poter vivere con lui, si accompagnava la domanda costante: quando ce ne andiamo?», racconta lei. Fin da subito progettavano di trasferirsi, ma la vita fu più vorace e rapida e l’appartamento cominciò a crescere loro attorno, per inclusioni successive, dando agio al ricco universo che andava accumulandosi tra quelle mura. «È stato come un otto», ricorda Cusatelli, «Una vena che si è riempita ed è esplosa». A quel punto le cose – i quadri, i mobili, gli oggetti di design – hanno insediato i metri conquistati.

I tappeti di Mario Schifano hanno coperto il parquet e le pareti sono state tappezzate di quadri: dalla monumentale collaborazione tra Alighiero Boetti e Mimmo Paladino che domina il salotto, al meglio di una certa cultura West Coast raccolta nella camera verde, alle opere
di Salvo, incluso il dipinto di un ciclista senza ombra in sala da pranzo: «Non ho una ssazione per l'arte ciclistica», dice Antonio Colombo, «ma questo l'ho inseguito e mi piace il suo essere instabile sulle ruote non perfettamente tonde».

Antonio Colombo e Alessandra Cusatelli nella galleria Antonio Colombo Arte Contemporanea a Milano. Alle spalle, opera di 108 - Credits: Ph. Simon Watson
Nella sala pranzo di casa, vasi di Elyse Graham provenienti dalla boutique Paul Smith a Milano. Il dipinto a destra è Ciclista (1962) di Salvo - Credits: Ph. Simon Watson
Nello studio, la bobina rosa è l’opera di Alberto Garutti Matassa – Filo lungo 3348 Km e 700 m: 85° Giro d’Italia (2001); a sinistra, prototipo con motivo a onde Tutti utti di Alessandra Cusatelli. Quadro, al centro, di Salvo; tappeto di Nathalie Du Pasquier - Credits: Ph. Simon Watson
A sinistra, la sala da pranzo con la sedia di Franz West, la lampada di Jenny Holzer e a destra, sulla parete, un’opera di Arturo Martini. A destra, ancora un dettaglio nella sala da pranzo; quadro grande di Aldo Damioli; subito sotto, due opere firmate da Ryan Heshka - Credits: Ph. Simon Watson

Sulle mensole affollate dello studio di Alessandra Cusatelli sono disposti pezzi creati da lei, come surreali posate da dito argentate o un vaso che riproduce in tre dimensioni la greca tipica della pittura vascolare, e poi la sua raccolta di interruttori, i souvenir indiani e una rocca rosa
pop di Alberto Garutti (la lunghezza del lo equivale a un Giro d’Italia). «Molti oggetti qui li ho voluti io», dice. «Sarà che non ho figli, la loro presenza mi tiene compagnia». E indica il “comitato d’accoglienza” messo a dare il benvenuto agli ospiti nell’abitacolo d’ingresso, una fitta galleria di volti che fa il verso ai ritratti degli antenati. Da Gino de Dominicis, Mike Giant, Fulvia Mendini, no ai nuovi arrivati Silvia Argiolas e Giuliano Sale, superstiti di una suite che si lascia immaginare più ampia: «Ogni tanto qualcuno
ci viene in antipatia e se ne va», suggerisce Colombo. «Collezionare», aggiunge, «è una malattia. Lo dico adesso che ho qualche anno... capisci che sei al secondo tempo e sai già come andrà a finire, in fondo avresti dovuto saperlo da subito».

Tuttavia questo imprenditore atipico non si ritiene uno di quei collezionisti metodici o dall’ambizione filantropica: «Mi considero un appassionato privato e in fondo mi piace questo aspetto dell’improvvisazione, l’essere un po’ sgangherato». Intanto, sotto lo sguardo a tratti perplesso di Alessandra, toglie e mette un copricapo abbandonato con nonchalance sulla scultura di Antony Gormley, gura antropomorfa raggomitolata in un angolo dello studio, un pezzo da museo, come altri in casa d’altra parte, trattato amichevolmente a mo’ di cappelliera. Ma queste stanze un po’ scomposte nelle quali l’omino di Gormley, il libro d’artista di Boetti, I mille umi più lunghi del mondo, la sedia di Franz West si rivelano solo all’osservatore attento, nascosti nella trama di un vissuto passionale e distratto, sono forse più a ettate e dandy di quel che possano sembrare.

L’arte fa il paio con tutte le “attaccaglie”, memorabilia a ettivi, che sono niti “provvisoriamente” sulla libreria accanto al tavolo da lavoro di Colombo per restarci chissà quanto ancora: un cappellino di Keith Haring, la cover del 45 giri di Jimi Hendrix. «Questa è una casa studentesca!», si schermisce lui scivolando a lungo sull’aggettivo. Eppure, viene il sospetto che in un simile ume emergenziale, ci sia in realtà un’elaborata maniera di rimanere in contatto con lo spirito mutevole delle cose, che teme l’immobilità mortifera del museo. Forse, qui, c’è una certa idea di futuro.

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Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”