Credits: Lo spazio dell’atelier di César Manrique (oggi parte espositiva della Fondazione), caratterizzato dall’ampia apertura che guarda sulla distesa lavica e lascia penetrare parte del paesaggio.
Credits: Veduta del Parco Nazionale Timanfaya, distesa di lava vulcanica che ha coperto una vasta superficie dell’isola di Lanzarote durante l’eruzione del 1736. Oggi il Parco è riserva biologica protetta dall’Unesco.
Credits: Il giardino che annuncia la presenza della casa-studio dalla strada.
Credits: Uno dei diversi passaggi sotterranei naturali che collega i diversi ambienti. La domesticizzazione del luogo avviene attraverso l’utilizzo di una resina bianca.
Credits: Lo jameos bianco: uno dei tre “salotti” sotterranei che prendono la luce dalle aperture naturali della crosta vulcanica. L’arredo in muratura è totalmente integrato nello spazio, e ogni sala è articolata dalla presenza centrale di un albero, che diventa elemento d’arredo.
Credits: Il passaggio che collega le sale sotterranee all’abitazione tradizionale.
Credits: Il grande tavolo di legno per il convivio, adiacente alla piscina. I paralumi di terracotta progettati da Manrique si ispirano alle ceramiche tradizionali dell’isola.
Credits: Vista del jameos che ospita la piscina, e su cui si articola l’intero percorso sotterraneo. I due livelli architettonici su cui si sviluppa l’intera abitazione lavorano sulla separazione data dalla crosta vulcanica, in piena integrazione tra artificio e natura.
Credits: Il terzo e ultimo ambiente raggiungibile dal piano terra. La pianta di fico fu l’elemento segnale che fece intuire a Manrique l’esistenza di un ambiente sottostante la distesa lavica.
Credits: Uno scorcio di uno dei salotti della casa-studio.
Credits: La scala a chiocciola progettata dall’artista che collega uno dei quattro ambienti al soggiorno della casa, oggi sede espositiva.
Credits: César Manrique in compagnia di uno dei suoi alani durante una festa di capodanno, avvolto in una tunica da lui disegnata. 
Sullo sfondo è visibile parte del soggiorno allo stato
originale, arredato con pezzi fatti arrivare sull’isola da Italia, Spagna e Stati Uniti.
Places

La casa-studio a Lanzarote di César Manrique

Laura Barsottini

Foto di Andrea Martiradonna


Il paesaggio si fa architettura. E la natura diventa punto di partenza del progetto e punto di arrivo, per César Manrique. Pittore, architetto, scultore, paesaggista, urbanista e attivista, anima e grande coscienza critica dell’isola di Lanzarote.
La casa di Manrique a Tahìche, villaggio nella parte centro-settentrionale dell’isola, è una struttura di circa 1.800 metri quadrati di superficie abitabile, integrata, ricavata e costruita sulla corrente lavica della lunga eruzione vulcanica che sconvolse e ridefinì Lanzarote per sei anni, 
dal 1730 al 1736.
È la prima abitazione vera e propria pensata e realizzata da Manrique, che 
diede inizio a questo intervento nel 1968, 
al suo rientro sull’isola dopo tre anni passati a New York. Nonostante il successo professionale, quel periodo lontano da casa destò in lui un sentimento di nostalgia della sua terra. Durante una passeggiata tra la lava di Tahìche, Manrique vide spuntare un albero di fico da “sotto”, quel “sotto” che fu l’inizio. Come tutti i suoi progetti architettonici non partì da un disegno, ma da un’azione fisica di sviluppo sul terreno stesso, reale 
e sperimentale piano di posa: poco a poco, con l’esplorazione e l’addomesticamento della terra e della lava, con la sovrapposizione della calce e poi magari con uno schizzo, e avanti a fare e talvolta a fallire nell’azione, richiedendo e indirizzando 
oralmente i collaboratori alla realizzazione. Il risultato, e l’incanto, è una struttura articolata su due livelli: quello superiore è costruito secondo i canoni architettonici isolani (quali i muri rigorosamente e per decreto di legge imbiancati a calce, le finestre di legno e i comignoli dalla tipica forma a cipolla), mentre il livello inferiore è stato ricavato in cinque grandi bolle vulcaniche alte cinque metri e aperte verso il cielo, i cosiddetti jameos, originate da sacche di gas intrappolato nel tunnel di lava. A questi ambienti si aggiunge un ulteriore jameo che accoglie una grande zona aperta con la piscina, accomodata nella lava e ricoperta anch’essa dalla fedele calce bianca, e tutt’intorno palme e cactus, nell’oasi dell’ipogeo di Manrique che vide il passaggio dei tanti artisti internazionali conosciuti nelle sue vite altre, tra Madrid e New York.
A collegare gli interni del piano terra e gli spazi sotterranei, una grande scala a chiocciola collocata nel soggiorno, oggi sala d’esposizione della Fondazione. E a raccontare un ulteriore livello di senso della casa, la vegetazione, stupefacente, dalle tante varietà di cactus e di aloe, agavi e bouganvillee, su una superficie di 1.200 metri quadrati tra giardini e terrazzi.
Un sopra e un sotto, e un dentro e fuori, che sono dunque stati generati “estraendo” un’armonia architettonica dalla terra stessa. Nero e bianco e verde, che si alternano, si accompagnano, si fondono e si addomesticano con libertà e coraggio, nella poetica aggregatrice del progettista.
La parte superiore della casa negli anni Settanta ospitava il salone, la cucina, gli alloggi del personale, il soggiorno, un grande bagno – colmo di piante, due camere da letto; oggi accoglie la collezione di arte contemporanea della Fundación César Manrique, istituzione culturale privata che persegue l’obiettivo di diffondere un’eredità e una coscienza artistica, ambientale e culturale: quadri di Mirò, Picasso, Chillida, Tàpies e altri, oltre a molti bozzetti del padrone di casa, sono disposti lungo le pareti, che in alcuni punti si aprono con grandi vetrate sul paesaggio esterno, al livello della lava o dei terrazzi della casa.
Nella parte inferiore, le cinque cavità e lo spazio aperto della grande zona di relax della piscina sono collegati tra loro da corridoi scavati nel basalto della colata lavica, rivestiti dalla calce bianca che anche qui accompagna la struttura della casa, e che sempre si contrappone al nero della lava con naturale meraviglia. Ogni ambiente è diverso e caratterizzato da un colore o da una texture, declinato negli arredi appositamente progettati al tempo e oggi parzialmente mantenuti. Le gallerie e le stanze sotterranee seguono e assecondano le curve originarie della lava, e formano 
lo spazio dialogando nel rispetto della 
materia e della natura, che fa crescere 
dal suolo alberi di fico e di palma svettanti 
oltre i tetti delle bolle aperte, genera filodendri e cactus, e accoglie sorgenti d’acqua.
Dagli anni Ottanta, César Manrique stesso decise di adibire la sua casa a fondazione, come eredità personale, e partecipò al (minimo) riadattamento della struttura per la sua nuova funzione pubblica, museale e istituzionale che inaugurò nel marzo 1992, sei mesi prima della sua morte, avvenuta in un incidente stradale a poca distanza dall’edificio. Una casa densa, che poggia le sue fondamenta tra la lava e il cielo dell’isola lunare dell’arcipelago canario.

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