A sinistra, l’ex abbazia di Valserena oggi sede dello CSAC; ad accogliere i visitatori, La grande trappola, una delle tre sculture di Giuseppe Spagnulo dell’archivi. A destra, la Corte delle Sculture si estende all’interno dell’area del cortile pentagonale in cui sono collocate le opere di numerosi scultori del Novecento - Credits: Matteo Imbriani
A sinistra, la scultura Forme in volo di Virginio Ferrari. A destra, l’allestimento permanente di alcuni materiali selezionati dell’archivio - Credits: Matteo Imbriani
Places

CSAC, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione

Conservare. Ecco qual è la funzione di un archivio. O meglio, lo è stata. Poi è arrivata un’epoca in cui le cose custodite hanno cominciato a reclamare l’aria e, soprattutto, lo sguardo delle persone. Complice Internet, che ha messo davanti agli occhi del mondo collezioni preziose, interi musei e documenti inaccessibili, siamo entrati nell’era dell’archivio aperto. Quello fisico, però. Dove il pubblico può aprire i cassetti, toccare (con i guanti) carte d’artista e studiare da vicino modellini e prototipi.

Paradigna, pochi chilometri a Nord di Parma, sulla strada che porta a Colorno. Ovvero, la Certosa di Parma, secondo le coordinate fornite da Stendhal nell’omonimo romanzo. Un’invenzione letteraria, quella dello scrittore francese, ma che corrisponde a un luogo fisico: un’abbazia tanto bella da ispirarlo. Così incredibile da sommare in sé oltre otto secoli di storia iniziati con le preghiere dei monaci e terminate con gli operai di una fabbrica di conserve di pomodoro, passando per la sua sconsacrazione ai tempi di Napoleone.

Un luogo così perfetto da diventare un monumento alla storia. Nell’ex abbazia di Valserena, a Paradigna, infatti, si trova il Centro Studi e Archivio della Comunicazione, meglio conosciuto come CSAC: una creatura concepita e allevata da Arturo Carlo Quintavalle che, sin dalla ne degli anni 60, raccoglie materiale. Poi il mastodontico archivio si trasferisce nell’abbazia, acquistata all’asta dall’Università di Parma e poi oggetto di restauri ventennali, per aprire, adesso, al pubblico. Ecco qui: l’ultima destinazione d’uso dell’edificio è accogliere il futuro. E diventare, cioè, l’archivio aperto del Novecento italiano.

Cinque categorie suddividono gli oltre 12milioni di pezzi conservati, tra arte, fotografa, media, progetto e spettacolo, raccolti nel tempo lungo le linee di un ideale: l’arte per tutti. Dei ricercatori inizialmente, del pubblico poi. Dall’insegnamento all’Università di Parma al suo lavoro come giornalista no a quello di curatore, Quintavalle raggiunge la sintesi della sua idea di divulgazione in un’intuizione geniale: chiedere agli artisti di donare, a conclusione dell’esposizione, una o più opere all’Ateneo.

Così nasce lo CSAC, che nel giro di poco tempo si ritrova a tracciare un identikit ai raggi x del nostro paese. Perché c’è tutto. Dai manifesti di propaganda politica alla satira, dall’immagine pubblicitaria al design industriale, dall’architettura alla fotografa, dal pret-à-porter al costume di scena, dall’arte concettuale al pop... Al punto che il primo approccio con l’abbazia è superficiale: si galleggia sulle onde di un tempo vicino ma già trascorso, navigando in un lungocosta tutto italiano in cui ciascun visitatore trova riferimenti e spunti per riflettere sulle cose che lo catturano.

Un livello leggermente più approfondito, un paio di gradini sotto la supeficie, è o erto dalla sala ipogea. E non è solo un fatto geografico: una selezione di sculture anima questa piccola cappella in mattoni no a giungere all’unica opera di Igor Mitoraj qui conservata: Volto fasciato, cioè una grossa testa appoggiata al suolo, coperta da un velo sottile. E poi, al piano superiore, nella Sala delle colonne, un assaggio dell’archivio vero e proprio mostra a tutti cosa si trova nei cassetti e in quel territorio segreto che fa da dispensa allo spazio espositivo.

A sinistra, alcune tavole relative al posizionamento nel mercato di Memphis, collettivo di designer fondato da Ettore Sottsass. A destra, un cassetto del classificatore dedicato a Bruno Munari; in primo piano, Immagini Della Realtà, gioco per imparare a raffigurare gli oggetti in diversi modi - Credits: Matteo Imbriani
A sinistra, nella Sala delle Colonne, il classificatore con Libri illegibili di Bruno Munari; su di esso, a sinistra Gruppo N (Luce strutturata uno) di Ennio Chiggio; A destra Ensamble lumiere et mouvement di Horacio Garcia Rossi. Sopra, la sezione dedica- ta a Ettore Sottsass, con un disegno di Micro-Environment, presentato du- rante la mostra Italy: The New Domestic Landscape al MoMA del 1972 - Credits: Matteo Imbriani

Questione di metodo. La versione della Certosa di Parma è tanto semplice quanto e efficace: poiché tutto il materiale è conservato allo stesso modo, seguendo i criteri dell’archivistica, tutto è esposto allo stesso modo. Non esiste gerarchia tra le arti e tutte dialogano tra loro. Perché il vero protagonista è l’uomo. E la sua narrazione è la chiave di volta: lo spazio è organizzato per rappresentare il procedimento mentale dell’associazione di idee. Che si articolano nei moduli espositivi, continuamente riallestiti per fornire sempre nuovi agganci alla storia. E questa è la pelle dello CSAC. Ma io mi immergo nel suo cuore, nella sezione chiusa al pubblico. Un labirinto ad alto tasso di fascino. Perché non ci sono solo le cassettiere in metallo, le grosse griglie per i quadri e altri strumenti per la conservazione.

«Le sculture o i quadri in grande formato sono dove ci stanno», commenta una signora che da 32 anni allestisce e organizza gli spostamenti degli archivi. «Non è che puoi tagliare un pezzo della tela perché non passa dalla porta», spiega, «E dunque andiamo in cerca della porta da cui passa quella tela». Lei è la memoria della memoria e parla di Quintavalle come di un uomo geniale: «Aveva le idee chiarissime. Guardava lo spazio e subito cominciava ad allestire. E aveva ragione lui: poi non si spostava più niente».

Primo piano, ma non so di quale area dell’abbazia. Enormi tele di Schifano sorvegliano i cassetti a cui ho accesso. Me li apre un preparatissimo Cicerone in guanti bianchi che maneggia gli originali. Il primo è Bruno Munari, con l’archivio del lavoro preparatorio a una mostra. Perfetto, pensato, progettato per mostrare il suo metodo di lavoro. Incontro Cappuccetto verde e il lupo assalito dalle rane (in una tavola che riporta la notazione: «Grandezza della pubblicazione: così com’è») per quella rivisitazione della favola dei Grimm che ha animato i sogni di molti bambini degli anni 70.

Quella di Enzo Mari, invece, è una creatività più ruvida, ma geniale. Un vero archivio, fatto di schizzi e disegni veloci, come di ritratti dettagliati, no a prodotti industriali in forma di giocattolo. In ne, Sottsass con le sua idea avanguardista di concepire abitazioni modulari e i primi studi sul marchio Memphis (che lui stesso scrive in modo scorretto, con una n prima della p), no al Pianeta come festival: utopia in forma di progetto, nata da un viaggio in India e l’incontro con Fernanda Pivano. Le tavole vennero pubblicate su Casabella, e a guardarle da vicino, sono la mappa di un mondo lisergico.

Tempo scaduto: dobbiamo abbandonare la cambusa che alimenta quel concentrato di saperi. Ma poi... Paolo Barbaro, curatore della sezione fotografa, è lì, nel suo studio. Parliamo di Luigi Ghirri e di una mostra in arrivo a maggio dedicata alla via Emilia. Gli chiedo dell’Infinito e di quella sua idea di raccontare le forme del cielo come in un atlante dell’impossibile... «Venga, le faccio vedere una cosa... lui le stampe le lavorava molto, le trattava con cose strane, come la lacca e poi... Vede?». Mi presenta due tavole originali di quella poesia fatta di porzioni di cielo, incollate su cartoncini Bristol, come avrebbe potuto fare un bambino. Un sogno. Anzi un viaggio in Italia (per stare con Ghirri), lungo un secolo. Questo è lo CSAC.

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