Il loft del designer F Taylor Colantonio è il risultato di un incontro suggestivo tra mobili trovati nei mercatini e creazioni del padrone di casa. - Credits: Ph. Claudia Zalla
Sotto lo specchio, maschera di cartapesta, una delle sue opere; sotto, il centrotavola Kylix la cui forma s’ispira ai recipienti per il vino utilizzati dai greci. - Credits: Ph. Claudia Zalla
A sinistra, il designer di origini italiane F Taylor Colantonio, dopo gli studi alla Rhode Island School of Design, è stato a bottega nel laboratorio di Antonio Papa, maestro salentino della cartapesta. A destra, la Kylix Bowl (sul tavolo da pranzo) e la Giusti Urn (sulla cassettiera) sono creazioni realizzate da Colantonio modellando un cavo di polipropilene e lana intrecciati a creare fantasie geometriche. - Credits: Ph. Claudia Zalla
A sinistra, sulla parete, un ritratto italiano degli anni 30 trovato in un mercatino; la cassettiera funge da “studio” per il designer, poiché contiene molti dei materiali utilizzati per le sue creazioni; a destra, per la testata del letto, Taylor ha scelto una collezione di vecchie tele con soggetto le rovine dell’antica Roma. - Credits: Ph. Claudia Zalla
Il letto a barca acquistato da un robivecchi e trasformato in un divano: la stoffa che lo riveste è stata dipinta dal padrone di casa, così come il Paradiso Terrestre raffigurato su carta, sulla parete. - Credits: Ph. Claudia Zalla
Places

Nel loft del designer italo-americano F Taylor Colantonio

Gli ultimi ad arrivare sono stati due cobra, che con garbo si sono uniti alla compagnia di un’elegantissima arca di Noè, approdata non sull’Ararat, ma nel centro storico di Roma, di fronte alla chiesa di Santa Maria in Vallicella. Pochi passi, una via stretta come un cannocchiale, lo sguardo su una finestra, piante in controluce e tra il verde di una giungla domestica spunta una tigre, il guardiano di casa di F Taylor Colantonio, bostoniano di 29 anni, designer, ma soprattutto giovane uomo di gentilezza antica, che nella Città Eterna ha ricreato lo scenario fantastico di un viaggiatore d’altri tempi. Nonostante la presenza di un altro serpentello e di innumerevoli pappagalli, l’arca, nelle parole del suo proprietario e del suo compagno, Tim Moore, curatore e gallerista, è in realtà una shoebox: una scatola da scarpe dove in pochissimi metri quadrati splendono un salotto, uno studio, una sala da pranzo, una cucina e, nel soppalco, una camera da letto e il guardaroba. Un mobile per ogni ambiente. Una storia e un gusto personalissimo che li unisce.

Quello di F Taylor Colantonio, come racconta il cognome paterno, è un viaggio di ritorno. Racconta il designer: «Mio bisnonno era italiano, si chiamava Francesco, ed era arrivato in America nel 1923, lasciandosi alle spalle un piccolo paese del Lazio. Quindi, nel 1931, lo avevano raggiunto la moglie e i cinque figli. Uno di loro, Ernesto, è diventato un diplomatico e nel 1971 è stato fotografato da Richard Avedon nel suo lavoro contro la guerra in Vietnam». Anche la madre di Taylor è di origine italiana ed è grazie alla sua fantasia e ai suoi animali di carta, tigri, leoni, leopardi, elefanti, nascosti tra gli alberi del giardino di casa, che Taylor scopre la felicità di ricreare un mondo perfetto, magari con un materiale povero come il papier-mâché. Nel 2016 il padre di Taylor ritaglia un articolo sulla tradizione della cartapesta di Lecce e i suoi maestri, lo spedisce al figlio, e il figlio, già studente del Master of Fine Arts in Furniture Design della Rhode Island School of Design, scopre il Salento e il laboratorio d’arte di Antonio Papa. Un’estate a bottega e rientro negli Stati Uniti: «A quel punto ho capito che volevo tornare a studiare. Ma soprattutto volevo tornare a lavorare con le mani. Ho lasciato un’azienda di design importante e sono venuto a Roma insieme al mio compagno. E quando arrivi in una nuova città e devi creare una casa, devi dare l’impressione che sia la tua casa da sempre».

Passaparola tra amici, un minuscolo loft in via del Pellegrino, vecchi mobili da studenti in affitto. «Ma la vista era meravigliosa e abbiamo deciso di vivere qui», ricorda Taylor. Iniziano i lavori; non di restauro, ma di reinvenzione dello spazio. Quasi una scenografia nella quale si recita la storia di un esploratore di terre lontane, l’India, tra palme, fiori fantastici e uccelli del paradiso, come racconta l’arazzo che Taylor ha dipinto: «È stato per coprire i buchi lasciati nel muro quando abbiamo tolto gli scaffali»; oppure l’Africa, ed è una vecchia sedia da safari, o l’Oriente e sono i tappeti caucasici appog- giati su una stuoia di cocco, o ancora la Grecia classica, e infine l’Europa borghese e salottiera nel divano letto a barca e nel tavolo ottocentesco. «Abbiamo trovato ogni singolo oggetto nei mercatini e li abbiamo acquistati per pochi soldi». Il resto esce dalle mani di Taylor, “very tactile”, come sognava. Così le maschere di animali in cartapesta di volpi, scoiattoli, facoceri, zebre: «Le ho disegnate per una festa tra amici; qualche foto, Valeria Golino le ha viste e le ha volute per una scena del suo film Euphoria, che poi purtroppo ha tagliato», chiosa il giovane bostoniano. E così il Magic Carpet, foglio di plastica trasparente sul quale è incisa “la memoria di un tappeto”; o i vasi in polipropilene e lana intrecciati, dalla Giusti Urn alla Kylix Bowl, prodotti in America e in vendita da Coming Soon, a New York. È uno specchio a riportare Taylor a Roma: «Dove tutto è rappresentazione; io adoro il modo italiano di mettere in scena la vita di tutti i giorni». Nella cornice, come si usava una volta, cartoline, ritagli a cuore dei disegni di Tom of Finland e qualche polaroid. Zitti, zitti i due cobra, abat-jour trovate a Porta Portese, vegliano ai lati di questo specchio nel quale una coppia si guarda con amore.