La facciata Sud dell’Arts Building(o Minguren Museum) costruito nel 1967 come galleria dell’artista Ben Shahn. Il tetto in compensato è un paraboloide iperbolico; le pareti in legno all’esterno, come gli shoji all’interno, aiutano a filtrare la luce del sole durante l’inverno. La passerella coperta conduce alle tre stanze del Cloister, affacciato su un piccolo lago. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Il colmo del tetto e l’ingresso principale dell’Arts Building. A sinistra, una parte del mosaico disegnato dall’artista Ben Shahn e realizzato nel 1972 da Ateliers Loire, laboratorio del vetro del mastro vetraio francese Gabriel Loire. A destra, all’interno dell’Arts Building la curva della copertura è ben visibile. Al termine della scala a sbalzo, una collezione di sedie vintage. Al centro della pedana con tatami uno dei pezzi icona Nakashima: il coffee table Arlyn, con base in noce e top in radici di sequoia. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Gli ampi e luminosi ambienti rivolti a Sud del Conoid Studio. Sulla pedana con tatami (a destra) ci sono alcune opere di Mira. Il pavimento è in ciliegio e noce. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
La facciata Sud del Conoid Studio, costruito nel 1959 con una struttura in cemento armato sorretta da un grande arco. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Il soggiorno della Reception House (o Sanso Villa), l’ultimo edificio costruito da Nakashima nel 1975. Da sinistra, il coffee table Buckeye Burl, il camino progettato per riscaldare l’intero edificio, l’ingresso alla sala del tè in stile giapponese e la sala da pranzo arredata con le sedie Conoid e il tavolo Sanso. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
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La falegnameria Nakashima, a due passi da New York

Come la cerimonia giapponese del tè si svolge in assoluto silenzio per calmare e affinare la mente, così nella falegnameria Nakashima di New Hope, a due ore da New York, si lavora il legno senza dire una parola. «Un buon artigiano non parla perché potrebbe disturbare la relazione con la materia prima», spiega Mira Nakashima, figlia dell’architetto George Nakashima, una delle firme più importanti dell’arredamento americano del XX secolo. «Per mio padre la bellezza non era un artefatto umano ma qualcosa che proveniva dall’universo, dalla natura; l’artista o il falegname ne sono solo il tramite», continua Mira, a capo dell’azienda di mobili dopo la scomparsa del suo fondatore, seduta nell’intima sala da tè della Reception House, la casa degli ospiti costruita all’interno del complesso nel 1977. «Ho capito molte cose dopo la morte di mio padre. Prima lo assistevo, senza fare troppe domande».

Per 45 anni George Nakashima ha trasformato tavole di legno grezzo in arredi senza tempo, portando la bellezza delle foreste dentro le case americane. «Comprava il legname, dal ciliegio inglese al noce persiano, ne supervisionava il taglio, ne studiava le nervature per creare il design. Il legno è vivo, inaspettato, se lo si guarda da un lato sembra intatto, poi quando viene tagliato ha un aspetto diverso e con il passare del tempo si trasforma. Attraverso le finiture si possono vedere motivi che neanche s’immaginavano prima».

Insieme a Mira ci inoltriamo nel “villaggio Nakashima” – così lei preferisce chiamare la sede dell’azienda – e ne ripercorriamo la storia, tra l’odore della pioggia autunnale e quello vellutato del legno, custodito tra i capannoni immersi nella foresta. «Quando siamo arrivati, nel 1946, il paesaggio era molto più selvaggio. Raccoglievamo le fragole selvatiche, nel campo c’erano i fagiani» ricorda, allungando lo sguardo sul prato verde. «Mio padre ha sempre amato questa collina che volge a Sud; per un anno abbiamo vissuto qui in cima, in una tenda, circondati dall’edera velenosa».

Il primo edificio del villaggio Nakashima, infatti, non fu la loro casa ma l’officina, dove Nakashima poteva lavorare il legno, realizzare mobili e guadagnarsi da vivere. «All’inizio lo studio di progettazione, la falegnameria, la stanza finiture, lo showroom e il negozio erano tutti in uno spazio. Poi, con il tempo abbiamo iniziato a costruire il resto». Ora il complesso Nakashima conta più di 10 edifici – disclocati tra sequoie rosse, abeti argentati, ciliegi e cedri – tra i quali il Conoid Studio, dove Mira progetta e disegna, e l’Arts Building costruito dal fondatore in onore dell’amico artista e illustratore Ben Shahn. «Mio padre era essenzialmente un boy scout giapponese cresciuto nello stato di Washington. Partiva con lo zaino e stava per giorni solo nelle foreste», prosegue Mira Nakashima. «Non si è mai perso e col tempo ha sviluppato una particolare devozione per lo spirito del bosco. Per lui era genetico: nella religione shintoista giapponese si crede che ci siano spiriti negli alberi e in tutte le cose viventi». Il momento catartico della pratica di Nakashima avviene dopo la laurea del 1930, quando inizia a lavorare in Giappone e poi in India per lo studio dell’architetto Antonin Raymond. «Quando visse in India per costruire il dormitorio per l’Ashram di Sri Aurobindo fu così colpito dalla cura e dalla meticolosità degli artigiani locali che una volta tornato in America preferì dedicarsi alla progettazione di arredi, dove poteva avere controllo sulla qualità in tutte le fasi produttive. All’epoca la maggior parte dei carpentieri non aveva abilità architettoniche».

La formazione di Nakashima come designer d’arredamento avviene, tuttavia, in condizioni piuttosto drammatiche. Nel marzo del 1942, infatti, durante la Seconda guerra mondiale, è internato, insieme a migliaia di altri giapponesi americani, nel campo Minidoka, nel deserto di Owyhee, Idaho. È qui che incontra Gentaro Hikogawa, l’uomo che lo istruisce sulle tecniche tradizionali della falegnameria giapponese. «Insieme progettavano e creavano mobili per rendere la vita nel campo più comoda. È così che ha imparato a improvvisare», racconta Mira. Nel 1943, grazie all’intervento di Raymond, Nakashima e la sua famiglia vengono liberati. Si trasferiscono a New Hope, in Pennsylvania, dove l’architetto acquista il pezzo di terra oggi sede della falegnameria e dell’azienda e costruisce il primo edificio. A fine anni 40 crea diversi arredi per Knoll Int. e ottiene il diritto di produrre e vendere nel proprio negozio alcune creazioni. Nel 1973 Nelson Rockefeller, governatore dello Stato di New York, gli commissiona 200 pezzi per la sua residenza: il nome dello studio Nakashima si afferma definiti vamente. I lavori sofisticati ed essenziali dell’architetto nippo-americano traducono nelle sedute, nei tavoli e negli armadi il complesso concetto giapponese di “shibui”. «Non è facile da spiegare», anticipa Mira, cercando la giusta metafora. «Riflette qualcosa che sta per maturare, ma che è ancora aspro, costretto, riservato. I cachi sono peggio dei limoni se si raccolgono prima del tempo. Ma se si sa aspettare diventano deliziosi. Shibui è il momento appena prima che ciò avvenga».

Al termine della visita Mira si avvicina al tavolo da pranzo della Reception House: «Questo tavolo è il prototipo dell’altare della pace che mio padre ha donato alla cattedrale St. John Divine di New York nel 1986. A differenza di un piano rettangolare, dove è inevitabile che si creino conversazioni parallele, la forma di questo tavolo a farfalla unisce, facilita la conversazione». Il suo desiderio è che le opere di legno Nakashima continuino a unire e “maturare” nelle case di tutto il mondo. «Molti clienti vivono in palazzi di cemento, vetro e acciaio senza alcun elemento naturale. La presenza del legno fa la differenza. Alcuni dicono di poter sentire ancora, in quei blocchi, le vibrazioni degli alberi».