La finestra che illumina la sala da pranzo; sul davanzale a sinistra, lampada di Gino Sarfatti e, a destra, lampada Berenice di Alberto Meda e Paolo Rizzatto per Luceplan (1985). - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
La struttura della casa è retta dalla grande putrella visibile in facciata. Al primo piano, lo studio ricavato sul terrazzo di Riccardo Sarfatti, fondatore nel 1978 di Luceplan assieme alla moglie, Sandra Severi, e a Paolo Rizzatto. - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
A sinistra, poltrona La Chaise di Charles & Ray Eames per Vitra. A destra, accanto al camino della sala da pranzo, due lampade da terra Lola, sempre di Luceplan (1987). - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Il living. «Le tende sono reti da pesca che mia suocera metteva nel tè freddo per togliere il bianco troppo acceso», dice Sandra. Il divano è il modello disegnato da Viganò per il cinema Cavour di Milano; dietro, lampada da terra Hope di Luceplan e chaise longue by Eames per Vitra. - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
A destra, la sala da pranzo con le poltrone disegnate da Philippe Starck per Driade. - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
A sinistra, in alto, il controcampo del living comunicante con la sala da pranzo (sullo sfondo). A destra, la libreria disegnata da Franco Albini negli anni 1956/57 e riproposta oggi da Cassina. Pavimento in lavagna tagliata a spacco di pietra. Sotto, la scala di Viganò che porta alla zona notte. Sulla boieserie in legno di cirmolo, cappelli che raccontano i viaggi di Sandra. - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
La camera all’ultimo piano con il bagno panoramico, progettati da Sandra Severi; l’antica stufa era quella che riscaldava una volta la casa. Sul comodino, lampada Candela di Francisco Gomez Paz per Astep: trasforma il calore della fiamma in corrente che accende dei moduli led, unendo l’illuminazione primordiale a quella contemporanea. - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
La vista della facciata di villa Sarfatti con la montagna sul retro. Si nota la balconata, su cui si aprono le camere da letto del primo piano, realizzata a sbalzo: in questo modo viene creata una zona d’ombra subito fuori dal living. La casa fu protagonista anche del film Cuori solitari uscito nel 1970, diretto da Franco Giraldi con protagonisti Ugo Tognazzi e Senta Berger. - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Places

Una finestra sul lago di Como

Se c’è un denominatore che unisce gli eredi di Gino Sarfatti, fondatore di Arteluce nel 1939, è proprio la luce, intesa come materia prima di un design sperimentale e innovativo. In questa villa sul lago di Como, progettata dal designer insieme a Vittoriano Viganò, e annoverata per il suo uso del cemento armato fra gli esempi di brutalismo italiano, s’incontrano infatti le tracce di vita di ben tre generazioni di Sarfatti, tutte in qualche modo legate al mondo dell’illuminazione domestica.

La storia della villa inizia nel 1958, quando il designer, innamorato di questo angolo di paradiso nei pressi di Menaggio, decide di acquistare il terreno dove allora si trovavano due modeste case di cavatori. Dietro, la montagna, a protezione del luogo; davanti, il lago. L’interno è sviluppato in maniera che i percorsi da un ambiente all’altro siano fluidi, pur mantenendo la privacy necessaria ai locali considerati di servizio.

Si entra così in un grande living comunicante con la sala da pranzo e un angolo studio, illuminato da grandi finestre che si affacciano sul lago. «Le finestre create da Gino Sarfatti e Vittoriano Viganò sono delle vere e proprie invenzioni», racconta Sandra Severi, architetto e fondatrice di Luceplan, assieme al marito, Riccardo Sarfatti, e a Paolo Rizzatto. «Sono senza stipiti e senza frontoni di legno per contenere le tapparelle: hanno ideato un sistema di apertura sotto, in modo che risultasse un taglio pulito nel muro. Ogni dettaglio della casa è stato progettato da Gino e Vittoriano». Il binomio ha fatto sì che la casa diventasse lo specchio dei due progettisti, un po’ brutalista e un po’ poetica.

La cucina in ferro smaltato è tenuta sul retro della casa ed è separata dal living da una parete in legno di cirmolo che si apre soltanto in alcuni punti con porte raso muro. «Una volta la si considerava una zona di servizio e, per questo, doveva essere tenuta separata dal soggiorno», spiega Sandra Severi. Dal living si accede poi, attraverso una scala con struttura in ferro e legno disegnata da Viganò, al piano superiore che porta alla zona notte. Ogni camera si affaccia sul lago attraverso una porta finestra che si apre sulla terrazza a sbalzo, elemento caratterizzante di questa casa. «In facciata si nota la putrella in ferro che sostiene la struttura: un elemento distintivo di Viganò», spiega Sandra Severi Sarfatti. Estetica ripresa anche negli interni, come nella boiserie in legno di cirmolo o nel camino della sala da pranzo sottolineati da una cornice in ferro che li sostiene. Dettagli funzionali studiati dai due progettisti senza lasciare nulla al caso. Come l’intonaco a frattazzo delle pareti interne, restato immutato nel tempo: «Mio suocero era un uomo molto pratico. Per progettare le lampade andava a Francoforte alla fiera dell’illuminazione per vedere i nuovi tipi di lampadine. Partiva di lì per ideare le sue creazioni». All’esterno, un altro tocco di stile: la finitura dei muri intonacati a calce “grossolanamente”, che richiama Notre Dame du Haut a Ronchamp, capolavoro realizzato da Le Corbusier secondo i canoni dell’architettura brutalista.

Rispetto al progetto originale, la villa presenta oggi un piano in più progettato da Sandra Severi Sarfatti, dove si trova una spettacolare camera degli ospiti con bagno privato. «Avevo un po’ timore a toccare un progetto di mio suocero. Ma alla fine mi sono divertita molto», racconta Sandra. Ovunque lampade e prototipi che attraversano la storia della famiglia Sarfatti. Dai pezzi storici realizzati dal capostipite per Arteluce, passando attraverso i prodotti di Luceplan, fino ad arrivare alle lampade di Astep, l’azienda di illuminazione fondata da Alessandro, che racconta: «Facciamo lampade da generazioni con lo stesso pensiero: vogliamo creare cose che restino. E da sempre ci anima lo stesso spirito di ricerca, pur declinato in modi differenti». «Mio nonno Gino si definiva “artigiano della luce”: si metteva in officina e lavorava quasi sempre senza disegni, con l’operaio, sul dettaglio della lampada. L’idea era nella sua testa e sperimentava sui materiali. Mio padre, ha fondato con mia madre e Rizzatto, Luceplan. In comune avevano lo stesso spirito di ricerca, di innovazione, con la differenza che si erano spostati da una realtà artigianale a una più industriale. Io sto cercando di fare la stessa cosa: nel 2014 quando ho fondato Astep ho messo insieme la tradizione della mia famiglia – rimettendo in produzione alcuni pezzi storici nella collezione Flos with Sarfatti – alla tecnologia realizzando nuovi prodotti wireless, tema che vorrei spingere sempre di più», spiega Alessandro.

In questa casa, dopo la vendita di Arteluce a Flos, nel 1973 si è ritirato a vivere Gino Sarfatti fino alla sua morte nel 1985. «Era un uomo abbastanza solitario e ha vissuto per quasi dieci anni con la sua compagna. Noi venivamo per i week end o le vacanze», racconta Alessandro che, ancora oggi, trascorre una parte dell’estate in questa villa con i suoi figli e la moglie. Ma Gino Sarfatti dopo essersi ritirato qui a vivere, ha continuato a progettare? «Assolutamente no. Chiusa la sua avventura con Arteluce, mio nonno non ha più voluto ideare nulla che riguardasse l’illuminazione. Ha seguito un’altra sua passione, completamente diversa: ha aperto un negozio di filatelia a Menaggio».

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