Qui il soggiorno, da sinistra: a parete, lampada Tolomeo di Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina per Artemide, divano Seymour di Rodolfo Dordoni per Minotti con cuscini Turner di Jonathan Saunders per The Rug Company, coperta di alpaca di The Rug Company e cuscino Pratomagno – Semi di Ailanto Design; lampada IC Lights Floor 2 di Michael Anastassiades per Flos; tappeto Climbing Leopard di Diane von Furstenberg per The Rug Company; tavolini Fishbone di Patricia Urquiola per Moroso e candela Grande Malachite di Fornasetti; tavolino Shuffle MH1 di Mia Hamborg per &Tradition; sedia soffice di Silvera; poltrone Husk di Marc Thorpe per Moroso; lampada Optical di Lee Broom. Alle pareti quadri di Silvera. - Credits: Foto: Taran Wilkhu
L’ingresso laterale di Archway Studios. - Credits: Foto: Taran Wilkhu
Nell’area lounge e cucina, da sinistra:seduta e cuscino di Silvera; tappetoWitton Bright di Jonathan Saundersper The Rug Company; tavolino Bellagiodi Gordon Guillaumier per Minotti; poufdi Pierre Frey con tessuto True Velvetdi India Mahdavi. - Credits: Foto: Taran Wilkhu
Veduta dell’atrio della casa,con le scale che collegano i diversilivelli. - Credits: Foto: Taran Wilkhu
Places

A Londra, un ex viadotto diventa una casa piena di luce

Girovagando per le strade di Elephant and Castle, nell’immediato sud di Londra, all’esploratore adulto potrebbe capitare di imbattersi in uno dei tanti viadotti ferroviari che attraversano la città con le loro linee snelle e il ritmo regolare. Chissà se, di fronte a quello che è forse il più emozionante esempio di rigenerazione urbana, riuscirebbe a scorgere, anziché un cappello uniformemente colorato di marrone, l’immagine assai più fantasiosa di un elefante ingoiato da un serpente boa.

Didier Ryan, l’architetto che da Il Piccolo Principe sembra aver mutuato la prospettiva, se l’è figurata proprio così quella casa dalla pelle arrugginita e i contorni morbidi che si estende in altezza e sfida con le sue fenditure i limiti di un luogo inospitale. «All’inizio cercavo qualcosa di economico per me e la mia famiglia», racconta Ryan, «Londra è piuttosto costosa, ma fortunatamente c’erano ancora posti che la gente considerava inabitabili e che si vendevano quindi a prezzi più bassi. L’arco ferroviario dove ho costruito la nostra casa era uno di quelli». Prima di cimentarsi con Archway Studios – così è stato in seguito battezzato il progetto –
Ryan ricorda come, con lo studio di cui è fondatore, Undercurrent Architects, fosse impegnato nella creazione di edifici che non presentavano particolari difficoltà ambientali.

«Stavolta è stato diverso», continua, «perché la sfida qui era usare il design per valorizzare un sito industriale con enormi limiti oggettivi, quali rumore, vibrazioni, buio, umidità e scarsa ventilazione. Inoltre si trattava di fare qualcosa di nuovo, suggerendo un impiego originale degli archi ferroviari abbandonati». Così decise di acquistarlo, sebbene a prima vista non fosse che una vecchia officina meccanica con un passato di rave e combattimenti di galli. Nella sua mente però si affastellavano già i riferimenti più disparati, Dickens, l’età vittoriana, la controcultura giovanile, i fogli di lamiera e naturalmente Saint–Exupéry.

Per sua moglie invece, la fotografa e stylist Candice Lake, trovarsi di fronte quella specie di caverna fu quasi uno shock: «Non poteva certo immaginare la trasformazione che avrebbe subito. Ma ha avuto fiducia», sorride lui. La luce che penetra dai tagli che l’architetto ha operato sulla parte esterna della struttura è intensa e vibrante: «anche d’inverno», precisa, «quando il cielo è grigio e le giornate non promettono bene». Merito dell’altezza, che estende lo spazio e offre il conforto acustico di una gigantesca conchiglia.

La percezione di questo involucro del resto dialoga con l’interno, in un rapporto che è insieme di continuità e rottura. «Tutto risponde al medesimo bisogno di luce, dall’architettura agli arredi», spiega infatti Ryan. Così, il bianco perfetto che definisce gli spazi lunghi, ecclesiali dell’atrio prosegue in quelli cavernosi dell’arco, interrotto soltanto dalle accese cromie del mobilio. «Il merito degli arredi è di mia moglie Candice», dice con un certo orgoglio, «lei e Pia Bayot Corlette di MonteVera Design hanno lavorato a stretto contatto per creare una galleria di pezzi contemporanei e classici del design italiano e internazionale, in un mix ipnotico di stampe geometriche e colori pop».

Dal soggiorno alla cucina, le poltrone e i tavolini di Moroso e &Tradition, le lampade di Michael Anastassiades, Lee Broom e Ettore Sottsass, che si alternano ai motivi grafici di India Mahdavi, Jonathan Saunders e Diane von Furstenberg, rivelano il gusto massimalista di Lake, il piacere sofisticato di rimandi e citazioni. Al tempo stesso, i diversi ambienti che uno dopo l’altro si offrono alla vista – e che si trasformano in un immenso spazio di gioco per i due bambini della coppia – mostrano quanto l’esperienza della casa possa essere straniante: «esternamente sembra un posto alto e stretto, dal di dentro invece è ampio e voluminoso». Varcarne la soglia, attraversando la piccola porta laterale e poi lo stretto corridoio, è come entrare in un mondo magico. «Hai presente il libro Le Cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio?», chiede lui. «Beh, è davvero così».

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Articolo pubblicato sul numero di aprile/maggio 2020 di ICON DESIGN.