L’interno dell’ex-Municipio (oggi Centro Polifunzionale) di Segrate, dopo la ristrutturazione del 2013 - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
I lavori di recupero hanno alterarato la percezione e i caratteri figurativi del progetto originale di Guido Canella. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
A sinistra, il progetto di recupero ha alterato radicalmente anche le finiture utilizzate per gli spazi interni. A destra, i serramenti originali sono stati sostituiti con vetrate riflettenti contornate da profili metallici marrone scuro. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
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Al centro del dibattito: il Municipio di Segrate

«Siamo di fronte a un’opera originale, tra le più pregevoli realizzate in Italia negli ultimi anni, tra le pochissime degne di essere citate in un rapporto europeo sull’arte». Giudicava così Bruno Zevi, nel 1970, il Municipio di Segrate, progettato e realizzato tra il 1963 e il 1966 da Guido Canella con Michele Achilli, Daniele Brigidini, Laura Lazzari. Se in passato il manufatto suscitò grande interesse nel dibattito architettonico, come rivoluzionario nucleo propulsivo di una città in espansione, marziano oggetto atterrato nei campi, oggi, a seguito del restauro terminato nel 2013 dall’amministrazione comunale, l’edificio vincitore nel 1969 del Premio nazionale In/ Arch (opera realizzata) appare un’architettura piuttosto irrilevante, quasi un intonacato monito a non conservare tutto a tutti i costi, che il catalogo dei Beni Culturali della Regione Lombardia astrusamente definisce: «un edificio complesso composto da una parte centrale cilindrica, alla quale s’addossano una specie di ventaglio e un blocco trapezoidale: tutto s’affaccia sulla piazza disegnata da Aldo Rossi».

L’opera di Canella, in effetti, aveva senso in spesso calcestruzzo faccia a vista, brutalista nel materiale e al contempo barocco nel decorativismo delle facciate. Dopo il restauro, invece, sembra perduta non soltanto nell’aspetto esteriore, ma nella funzione, attribuitale a partire dal 2013, di Centro civico polifunzionale. D’altronde, l’espressione stessa “polifunzionale”, tema progettuale ricorrente al primo anno di Architettura (ai tempi di Canella docente Composizione I), con il trascorrere del tempo appare sempre meno risolutivo, poiché la molteplicità degli scopi che si propone per natura non indica alcuna direzione definita. L’Autore, però, rabbrividerebbe (come accadde agli architetti che nel 2014 firmarono una “Lettera a tutela dell’opera”) sapendo che l’edificio da centro dell’iniziativa comunale è divenuto un luogo anonimo della città che, se da una parte accoglie biblioteca e sale per attività di cittadini e associazioni, dall’altra è una sorta di “panchinona” per i più giovani che fanno un uso ben più prosaico delle rampe d’accesso un tempo simboliche. Gli anfratti, le pieghe, le scale che girano e i vuoti del progetto originario, pensati non senza enfasi da Canella, hanno perso il loro significato. Non c’è complessità, contrasto, dialettica sociale o politica ad animarne l’articolazione. La retorica entusiasta degli anni 70 è rabbonita, addomesticata dal contesto. Gli infissi e l’intonaco della residenza circostante sono riusciti a sedare ogni moto rivoluzionario civile (e architettonico), piombando con le loro superfici anonime e riflettenti sul calcestruzzo a vista. È come se le case attorno, per anni messe a confronto con l’ambiziosa opera di Canella, si siano vendicate con la normalizzazione estetica di un manifesto culturale ormai passé. Come accennato, l’intero lotto, incluso l’edificio, è stato oggetto di un contestatissimo recupero. L’opera originaria, sottoutilizzata e preda di occupazioni temporanee, è stato vagamente mantenuto nei volumi, ma stravolto nelle finiture con l’intonacatura del cemento e la sostituzione dei serramenti con vetri a bassa trasmittanza, leggermente verdini e specchianti. L’effetto è modesto, pur essendo comprensibile che, non potendo in Italia sostituire le architetture, ancorché sperimentali, il Comune abbia optato per una rifunzionalizzazione puramente ispirata alle esigenze più pratiche.

I lavori completati nel 2013 hanno così alterato l’aspetto del centro civico. Oltre all’intonaco plastificante, che ha appiattito la superficie eliminando la texture originale, i nuovi serramenti sono in vetro riflettente, con grandi fasce in alluminio marrone. I pilastri circolari nelle nicchie, la copertura praticabile e la scala esterna sono spariti, sostituiti da volumetti a falda per gli impianti. L’esterno è stato alterato nel disegno e nei materiali, con muretti, gradini, fioriere. L’edificio dà ora la sensazione di essere appoggiato su un piccolo rilievo altimetrico, che non si relaziona con la forma e sezione del manufatto. Diverse rampe accompagnano le facciate, portando gli utenti in quota senza definire una gerarchia tra gli accessi, stravolgendo il mix ideato da Canella in cui funzioni amministrative e pubbliche convivevano nei volumi. Non ha più la potenza di esperimenti brutalisti coevi (il Barbican a Londra in primis), ma è un edificio che ben rappresenta la capacità delle amministrazioni tecno-normative odierne di adeguare burocraticamente qualsiasi architettura e di ricondurre il Progetto nell’alveo dell’edilizia. Non c’è un vincitore tra i radicali di ieri e i gestori di oggi; chiudiamo la visita con la sensazione di aver assistito a un triste pareggio a reti inviolate: il progetto di Canella non ha scardinato lo spazio pubblico e le case che lo circondano non hanno sentito alcuna vibrazione formale, rimanendo impassibili, come tanta cintura milanese, ai tentativi rivoluzionari degli anni 70.

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