La facciata della sede del Partito comunista francese, progettata da Oscar Niemeyer e terminata nel 1971 - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
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Common Party: la sede del Partito comunista francese

La facciata a vetri ondulata dialoga con la cupola bianca di cemento: le curve morbide di Oscar Niemeyer, architetto brasiliano e comunista. Quella cupola, la pancia protuberante di una donna incinta (Oscar l’immaginava così), nasconde un ampio auditorium sotterraneo. Dove la luce dei neon diventa quasi naturale, grazie a una cascata di lamelle metalliche chiare, ognuna perpendicolare all’altra. È una tela di ragno, che attutisce i rumori, annulla i rimbombi. Per entrare nell’auditorium, invece, i pistoni idraulici delle porte emettono strani fruscii. Eccoci piombati in Star Trek.

Sì, benvenuti nel mondo surreale e senza tempo della sede del Partito comunista francese (Pcf), in piazza del Colonel Fabien, nel Nord-Est popolare di Parigi. Quando l’edificio fu inaugurato, nel 1980, Le Figaro vi consacrò un articolo dal titolo: La fortezza sublime. Perché piacque anche alla destra, per la sua modernità comunque sensuale (tre anni prima, invece, l’altro grande monumento dell’architettura all’avanguardia di Parigi, il Centro Pompidou, fu distrutto dai media francesi). Si cominciò a costruire nel 1966. I comunisti volevano dare di loro una nuova immagine, al passo coi tempi, moderna. «Il Pcf puntava a emanciparsi, anche dall’immagine che aveva allora l’Urss», sottolinea Nicolas Bescond che gestisce il palazzo per il partito (ormai, per mantenerlo, lo affitta perfino per sfilate di moda). «C’era pure l’idea di sfidare la Défense, il quartiere del business, allora in pieno sviluppo». E tempio del capitalismo. Così si affidò il progetto a Niemeyer, in esilio da due anni nella capitale francese, a causa della dittatura in Brasile. Comunista, ma spirito libero. Quella facciata a vetri fu una delle prime a Parigi e si dovette ricorrere a Jean Prouvé, il famoso architetto e designer, per progettarla: disegnò anche le maniglie in alluminio, leggere e splendide, per aprire dall’interno le placche in vetro. Altre “chicche” dell’edificio: la sala delle delegazioni, al -2 (il palazzo si sviluppa molto nel sottosuolo, intorno ai cinque piloni portanti), dove si confondono il pavimento e i muri (in cemento a vista, con le tracce lasciate dalle tavole di legno utilizzate per costruirlo).

«Un edificio semplice, senza rifiniture lussuose e superflue», lo definiva Oscar. Che disegnò tutto, anche i mobili, aiutato per le poltrone in cuoio stondate dalla figlia Anna Maria. Mentre al penultimo piano, gli azulejos colorati, che decoravano uno spazio consacrato un tempo alla mensa, sarebbero opera di Roberto Burle Marx, amico di Niemeyer. Dalla sala della direzione, con una scala a chiocciola, si può salire sul tetto-terrazza, ispirato a uno dei principi di Le Corbusier. Ma dove il tocco fantasioso e poetico di Oscar prevale ancora, con una serie di piccole terrazze e ripari di cemento, quasi linee artistiche, che nascondono i locali tecnici. Da sopra le nuvole di Parigi si riflettono sulla facciata a vetri. «Contemplare le nuvole è sempre stata la mia distrazione preferita», diceva l’architetto, «Ci vedevo cattedrali, animali. Cose fantastiche di ogni tipo».

Le porte d’entrata all’auditorium, nel sottosuolo, sono provviste di pistoni idraulici, dal suono particolare: varcandole, sembra di penetrare in una navicella spaziale - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Sul soffitto dell’auditorium, migliaia di lamelle metalliche restituiscono una luce quasi naturale e migliorano la resa acustica - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Le lamelle del soffitto, una perpendicolare all’altra, compongono una tela di ragno: la cupola doveva essere simbolo della fecondità “gravida dell’emancipazione umana” - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Niemeyer disegnò tutto, anche i mobili che arredano l’edificio. Per queste poltrone, però, si fece aiutare dalla figlia, Anna Maria Niemeyer, morta nel 2012, lo stesso anno del padre - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Uno degli accessi all’auditorium incastonato nei muri in cemento, i quali portano le tracce lasciate dalle tavole di legno utilizzate per costruirli - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
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