Le sedute della platea sono Thonet originali per bambini; le applique sono invece state realizzate oggi ad hoc da artigiani milanesi; il lampadario è di antiquariato - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
A sinistra, il palco a lato dell’ingresso alla platea. Le decorazioni sono originali; in alto a sinistra, una delle formelle in cartapesta, che si ripetono su tutto il primo ordine. A destra, il sipario del Gerolamo, ripreso dal Teatro alla Scala, è realizzato in un velluto più pesante di quello usato per le sedute, per evitare che la luce degli spot lo danneggi - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
Il Gerolamo conta oggi 209 posti (contro i 600 originari), per obbedire alle regole sulla sicurez- za. Sono stati annessi una caffetteria, una sala conferenze e una biblio- teca con l’archivio della famiglia Ceschina – da sempre proprietaria del teatro – che ha finanziato il restauro, affidando a Chitose Asano la direzione artistica - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
A sinistra, la poltrona rossa guarda il palcoscenico, realizzato secondo un sistema modulabile su tre livelli di altezza; a destra, l’ingresso al teatro su Piazza Beccaria, a Milano - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade
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Bentornato Gerolamo

Una poltrona sola. Rossa, color ceralacca, dentro un piccolo palco foderato di seta verde. La storia parte da qui, dietro una porta della prima galleria di un teatro poco più grande del salotto di casa: il Gerolamo. La Piccola Scala, per i milanesi. Ma anche il teatro delle marionette, quello con le sedie a misura di bambino che ospitava gli spettacoli di Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Dario Fo. Ecco, la poltrona rossa. Rappresenta la perfetta corrispondenza con il palcoscenico, come se lo spettacolo fosse bidirezionale. Un dialogo diretto, senza mediazioni. Seduti su quella poltrona, quasi non ci si accorge di avere intorno altri palchi e, subito sotto, una platea: giochi prospettici disegnati da chi sapeva trasformare la visione nell’illusione di una grande magia. Certo, questo è il teatro. Ma anche l’architettura, che tratta gli spazi come quinte. Quasi il maestro del progettista fosse stato quel Bramante che, sempre a Milano, aveva creato la profondità dell’abside di una chiesa, tanto piccola quanto preziosa, con un semplice lavoro pittorico: il trompe l’oeil di Santa Maria presso San Satiro. Era il 1868 quando Giuseppe Mengoni, autore della Galleria Vittorio Emanuele, progettava il teatro, con i tradizionali forma a ferro di cavallo, loggione e platea ma, per la prima volta in Europa, concepito esclusivamente per le marionette.

Un gioiello, a misura di bambino. Con un ingresso sobrio come quello di un qualsiasi portone di un edificio povero. Per i piccoli spettatori, la magia partiva lì: varcata la soglia, una piccola loggia anticipava l’ingresso alla platea, dominata da un sontuoso sipario. Per manovrare le marionette, infatti, occorrono altezze inusuali, come se Mangiafuoco si fosse costruito un teatro sulla sua imponente corporatura. Ma questa è una leggenda: Giuseppe Mengoni non ha firmato i progetti del Gerolamo. Pare invece fossero di un ingegnere, Paolo Ambrosini Spinella, che affidò i lavori alla stessa impresa che stava lavorando alla Galleria, probabilmente utilizzandone i materiali di scarto. Un falso, come la realtà di una scenogra a. Ma un luogo reale: si entrava al Gerolamo a vedere storie classiche in versione marionettistica e spettacoli per adulti, fino al 1957, quando fu chiuso la prima volta sotto la minaccia della demolizione. Paolo Grassi lo recuperò un anno dopo con uno straordinario Eduardo De Filippo sul palco, a cui successero Franca Valeri, Enzo Jannacci, Dario Fo e Franca Rame, Juliette Greco... Dal 1978, con la gestione di Umberto Simonetta, arrivarono anche Giorgio Gaber e Paolo Poli ma, nel 1983, il cartellone si interruppe per oltre 30 anni: chiusura, per ragioni di sicurezza.

La poltrona rossa, febbraio 2017. Il teatro è vuoto, le luci illuminano la scena, nuovamente incorniciata
da un sipario, questa volta verde, di un tono più scuro delle sete che foderano i palchi, disegnati da elementi  
color crema e qualche stucco in oro. La visione, da lì, è la stessa di sempre, ma il teatro è pronto per la sua quarta vita. Otto anni di lavori e tre architetti, Edoardo Guazzoni, Chitose Asano, l’anima del Gerolamo di oggi, e Guido Ferrarese. È Asano che ha scelto di non fare del Gerolamo una “Piccola Scala”: niente damaschi bordeaux. Mentre seguiva i lavori di consolidamento della struttura e l’annessione di tre locali per ospitare caffetteria, sala conferenze e biblioteca, cercava il tessuto: gli antichi kimono del suo corredo prima e gli archivi Rubelli a Venezia, poi. Da quei cassetti arriva un pezzetto di stoffa, forse del ’700 e forse giapponese, di un verde che ne tocca il cuore. Quel tono, con una decorazione geometrica, diventa il tessuto su misura per il suo teatro. Come le poltrone della platea, allargate per ospitare gli adulti, senza modi carne la forma originale, i paraventi che separano i palchi e quel punto di rosso ruggine, come vuole la tradizione in Giappone. E poi il lavoro di artigiani per costruire e adattare le luci, riprendere le modanature e le formelle in cartapesta, foderare le sedie e tappezzare i palchi. E in ne l’invisibile: la macchina scenica, il palco ad altezza variabile, gli impianti elettrici e di aereazione. Tutto nel piccolo Gerolamo. Un’altra magia, questa volta di Asano, erede dell’ingegnere un po’ bramantesco, che ebbe la meglio sulle misure del luogo. Grazie a un’intuizione: sedersi sulla poltrona rossa.

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