La sala dove è visibile l’antico orditoio. Dietro, gli scaffali che contengono alcune schede forate più di un secolo fa. Queste ultime, oggi, non vengono più utilizzate perché troppo fragili. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, foto di fasi della lavorazione e della visita dell’allora patriarca di Venezia Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII, in occasione della tessitura del velluto per le colonne della Basilica di Santa Maria della Salute. A destra, campionario dei disegni e dei filati. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Vista sul Canal Grande dalla tessitura Luigi Bevilacqua: Chiesa di Santa Lucia - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Scorcio di Palazzo Labia, sede della tessitura alla fine dell’Ottocento. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, velluto soprarizzo Grottesche a telaio: una tessitrice riesce a realizzare in media 50 centimetri di tessuto al giorno. A destra, dettaglio dei cartoni Jacquard: ogni foro corrisponde a un filo e ogni scheda rappresenta mezzo millimetro del disegno del tessuto. Per esempio, per un disegno con un rapporto di 1,5 metri sono necessarie 3mila schede forate. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Una fase della preparazione dell’ordito. Tra le realizzazioni più complesse dell’ultimo periodo, il prezioso velluto soprarizzo per il Cremlino a Mosca. È stato tessuto a mano su un telaio con 16mila fili, rimesso in funzione per l’occasione, dopo più di 50 anni di inattività. Solamente per prepararlo alla tessitura, ci sono voluti circa sei mesi di lavoro. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
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Trame di famiglia: all’interno della Tessitura Bevilacqua

La passione della tessitura attraversa da secoli la famiglia Bevilacqua: già nel 1499 – anno riportato nel cartiglio del quadro San Marco trascinato nella sinagoga di Giovanni Mansueti, allievo di Gentile Bellini – appare tra i committenti “Giacomo Bevilacqua, tessitore”, antenato di Luigi Bevilacqua che nel 1875 apre una manifattura tessile a Venezia, con Giovanni Battista Gianoglio. La sede scelta, in Fondamenta San Lazzaro, era quella di un’antica Scuola della Seta di cui Luigi recupera i telai orginali del ’700: gli stessi ancora in uso presso la Tessitura Bevilacqua.

Varcata la soglia della sede oggi a Cannareggio, che si affaccia da una parte sul Canal Grande mentre dall’altra si apre su piazza Santa Croce, ci si trova proiettati in un’altra dimensione, dove il ritmo incessante dei telai fa da sottofondo alla visita. Ad accoglierci, Maddalena Vianello – ufficio vendite e comunicazione – che ci racconta degli orditoi, macchine originali del ’700, usate per l’ordito: ossia il grande rotolo di seta o di cotone che serve per fare il fondo del tessuto. E mentre parliamo, si apre sullo sfondo una delicata “danza” delle lavoranti che abilmente districano i fili delle matasse che verrano poi tessute: gesti lenti e antichi che rivelano l’anima della Tessitura Bevilacqua. Ogni telaio, e qui ce ne sono ben 18 originali del ’700, è utilizzato da esperte tessitrici che si tramandano i segreti delle tecniche di madre in figlia e che intrecciano abilmente velluti, sete e broccati filati d’oro. La lavorazione è qui totalmente manuale, a partire dal disegno, eseguito con cartoni forati, raccolti in un immenso archivio.

Racconta Maddalena: «Io li definisco i primi computer: una volta posizionati, danno l’informazione al telaio su come si deve fare il disegno. E ne servono due per ogni mm di stoffa: significa che per un disegno medio di circa 60 centimetri si utilizzano 1.200 cartoni. Prima di questa invenzione c’erano dei bambini posizionati sopra i telai che andavano a muovere i fili». Poi bisogna prevedere quanti colori avrà il velluto e quindi posizionare le bobine (piccoli rocchetti) nel punto esatto sul telaio. «L’allestimento di un telaio ex novo può impiegare anche tre mesi. Poi abbiamo anche un telaio particolarmente complesso che ha 16mila fili, che si riesce ad allestire in sei mesi», spiega Maddalena. Una volta preparato il telaio, la tessitrice si posiziona davanti in piedi e inizia a premere i pedali con una sequenza prestabilita. «Mediamente si riescono a produrre circa cm 50 al giorno, ma dipende dalla complessità del disegno», conclude. Broccati, damaschi, ma soprattutto velluti escono da secoli dalla Tessitura Bevilacqua che ha rivestito palazzi e dimore antiche in tutto il mondo, tra cui le colonne della Basilica della Salute a Venezia, la sala ovale della Casa Bianca a Washington, il teatro Götenborg in Svezia, alcune sale del Quirinale e del Cremlino a Mosca. «A Venezia credo non ci sia dimora antica senza qualche nostro tessuto e siamo molto apprezzati in tutto il mondo. Anche se, a volte capitano cose inspiegabili...», a parlare è Rodolfo Bevilacqua che, assieme al fratello Alberto, si trova a guidare l’azienda. «Si ricorda la vicenda del teatro La Fenice (distrutto nell’incendio del 1996 n.d.r.)? Il suo ripristino doveva essere caratterizzato da una ricostruzione filologica basata sul rigoroso “com’era, dov’era”. All’epoca, la persona incaricata di ricostruire la parte storica aveva ritrovato foto d’epoca delle Sale Apollinee. Un giorno era venuta qui da noi e avevamo aperto un pacco di damaschi d’archivio. Lei aveva identificato subito il tessuto visibile nelle immagini delle Sale Apollinee. E sopra, in effetti, c’era scritto Fenice. Non solo, dopo una ricerca, avevamo anche ritrovato la commessa. Ma, nonostante questo, per qualche ragione che ancora non mi spiego, non siamo stati chiamati a realizzare il tessuto di quelle sale. Era una commessa esigua dal punto di vista economico, ma grande da quello morale e storico», racconta con rammarico Rodolfo Bevilacqua.

E poi la moda: tantissimi gli stilisti che, innamorati dei loro tessuti, li utilizzano per creare capi haute couture: come Dolce & Gabbana, Valentino, Emilio Pucci, Pierre Balmain, Roberta di Camerino. «Noi non siamo una realtà artigianale: i metodi di lavorazione risalgono a tre secoli fa, ma siamo organizzati industrialmente. Non basta conservare: bisogna evolversi continuamente altrimenti si rischia l’estinzione», spiega Rodolfo Bevilacqua. «Bisogna sempre studiare e trovare lavorazioni diverse. Il mio sogno, per esempio, era quello di tessere il denim su telaio a mano. Qualche anno fa l’azienda turca Isko, maggior produttore di denim al mondo, ha realizzato un filato per noi. E l’abbiamo tessuto, realizzando un pezzo unico al mondo». Sperimentare, evolversi, conservando la tradizione di una lavorazione che nella manualità trova il suo plus. Tra i manufatti più complessi della tessitura c’è il velluto soprarizzo, composto da due diversi tipi di pelo: il velluto riccio e quello tagliato (più alto del riccio), le cui sfumature di colore variano partendo dallo stesso filato. Il primo riflette la luce e risulta più chiaro, mentre il secondo la assorbe ed è quindi più scuro. «Non solo, dipende anche dalla tessitrice: il modo di tessere e la forza sono sempre diversi», racconta Rodolfo.

Ma che cos’è per lei la Tessitura Bevilacqua? «Io la sento come una missione. È l’unica manifattura restata
a Venezia, ed è l’unica insegna che appare ancora oggi sul Canal Grande. E poi... sente? - in sottofondo il rumore ritmico delle tessitrici - click clank click clank... questa è musica per le mie orecchie!».

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