La piscina sul terrazzo della casa: l’opera site specific dell’artista francese Daniel Buren cambia colore dal giorno alla notte. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, sulla parete Untitled, opera di Richard Prince (2007); divano Richard di Antonio Citterio per B&B Italia (2016); sul tappeto di Nanda Vigo per Memphis Milano (2004), Cityscape coffee table di Paul Evans. A destra, libreria Mexique di Charlotte Perriand del 1953; scultura Metalloid-Orange Vertical Wedge-Shaped Object di Gianni Piacentino (1967-68); sulla finestra, i piccioni imbalsamati dell’opera Turisti di Maurizio Cattelan (1997). - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Nello studio, da sinistra, sofa Groundpiece di Antonio Citterio per Flexform; sulla parete Superficie bianca, 1998 di Enrico Castellani; chandelier Eskimo Ball di Paola Pivi (2011); sull’angolo, Mental Piece, Cornered Fireplace di Elmgreen & Dragset (2007) e Untitled di Carol Bove (2013). Poltrone Fiorenza di Franco Albini per Arflex (1952). A destra, tavolo acquistato presso Galerie duXXe Siècle, negozio di antiquariato e design di Beirut, e Ice Cream Chairs di Martino Gamper (2015); sulla parete (a sinistra) dipinto Untitled di Günther Förg (2008) e, a destra, stampa su lino in serigrafia Untitled di Christopher Wool (2005). - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Da sinistra, Red Donut with Chocolate di Nathalie Djurberg (2013) e Pyramid #7 di Sol LeWitt (1985); in fondo, a parete, Mashed di Urs Fischer (2012) e scultura di Evan Holloway; L’Arco della Pace di Martino Gamper (2009). - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Coppia di poltrone e daybed anni 40 di Jean Royère. Vicino alla finestra, Stag Bench di Rick Owens (2006) e, al centro, TRG Bar Table anni 70 di Willy Rizzo. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Asinistra, tra le poltrone di Gio Ponti, side table Flamingo di Michele de Lucchi per Memphis (1984). In primo piano, Table d’Or di Yves Klein (1961). A destra, Tony Salamé. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Places

La casa-museo di Tony Salamé

Dalla residenza del collezionista e imprenditore della moda Tony Salamé, e della moglie Elham, al trentesimo piano di un grattacielo di nuova costruzione a Beirut, la vista spazia a 360 gradi. A Sud, si riconosce la Green Line, ora Damascus Road, che divide il quartiere cristiano della città da quello musulmano; a Nord, si distinguono le montagne e la strada che costeggia il mare, e si intravede perfino il rosso dell’edificio dell’Aïshti Foundation: il progetto commissionato da Salamé all’architetto David Adjaye, per ospitare, a rotazione, la sua collezione di oltre 2.000 opere di arte contemporanea raccolta in tempo record, circa diciotto anni.

L’appartamento, su più livelli, si sviluppa intorno a un salone centrale con proporzioni fuori scala, per accogliere opere di dimensioni macro: richiesta specifica fatta all’architetto e amico Marcello Lo Mauro, che ha progettato anche l’intera torre, situata ad Achrafieh, uno dei più antichi quartieri della città. È una versione in scala ridotta della fondazione, in cui convivono due padrone di casa: Elham, che ha scelto le opere, e l’arte. Una collezione dall’anima pop. Dipinti di Richard Prince e Günther Förg, sculture di Gianni Piacentino e Sol LeWitt e un’opera site specific di Daniel Buren: due pareti alte 7,5 metri e un intervento sul soffitto di strisce colorate realizzate in fibra ottica fotosensibile evanescenti con il sole e vivide al tramonto.

La casa è esposta a Nord, la luce è calda, naturale, mai diretta, mentre la percezione visiva cambia a seconda dell’ora del giorno. L’illuminazione è affidata interamente a opere d’arte: il neon di Dan Flavin e i nasilampadina della scultura di Evan Holloway nel soggiorno, il neon di Tracey Emin nella camera da letto padronale, lo chandelier di Paola Pivi nello studio e la piscina sul terrazzo, sempre di Buren, azzurra di giorno e rosso fuoco la notte. In un’armonia di colori e forme anche gli arredi sono da collezione, da Gio Ponti a Martino Gamper a Jean Prouvé e Jean Royère, designer francese che nel Middle East e a Beirut lavorò negli anni 50 con maestranze locali. Un ascensore e una scala collegano i due piani superiori con le stanze da letto minimaliste, dove alle pareti continua la galleria di opere scelte da ciascuno dei quattro figli. Racconta il collezionista: «Per scegliere materiali e colori abbiamo lavorato con l’architetto Marco Costanzi che si occupa anche della progettazione degli store Aïshti», catena di department store di moda e prodotti di lusso di proprietà di Tony Salamé. Aïshti, in arabo, significa “la mia vita”, che per Salamé è binomio di arte e moda. Così, nell’edificio progettato da Adjaye e inaugurato nel 2015, convivono shopping mall di lusso e fondazione, con al suo attivo tre mostre a cura di Massimiliano Gioni. 

C’è molta Italia nella vita di Salamé e nei suoi collaboratori. «Abbiamo lavorato molto con aziende italiane per la Aïshti Foundation: i marmi sono di Alberto Bertoli, i serramenti di Capoferri, il parquet di Magri», racconta. E la passione per il Bel Paese e la moda gli hanno cam- biato la vita. «A 12 anni sono stato per la prima volta in Italia, mi piacevano i brand, la dolce vita, la storia. A 19, quando già collezionavo, conobbi Dino Facchini; iniziai a lavorare con lui come importatore del marchio Rocco Barocco Jeans in Libano e nel Middle East e poi per altre firme. Nel 2000 Facchini venne a trovarmi in un appartamento in via della Spiga a Milano e mi disse che dovevo iniziare un percorso di collezionismo “serio”. La prima opera che acquistai fu un Pomodoro, poi Valerio Adami, quindi Fontana. La passione diventò in seguito un’ossessione e si trasformò nell’idea di aprire una fondazione». E l’ha fatto velocemente: «Ho voluto creare una collezione per condividerla, iniziando a comprare arte contemporanea internazionale con il desiderio che i libanesi impossibilitati a viaggiare potessero scoprire cosa succede fuori». Mancano, però, le opere di artisti del Libano. «Gran parte del loro lavoro parlava della guerra, che ho vissuto e con cui non volevo ancora avere a che fare; oggi in collezione ce ne sono alcuni, scelti perché in linea con la nostra visione». Stupisce, poi, vedere più opere dello stesso artista. Ma Salamé precisa: «Voglio raccontare il percorso di un artista nella sua totalità». E non nasconde la preferenza per Richard Prince: «Perché vive il momento e rappresenta cosa significa il Pop oggi», anche se confida che «La relazione con gli artisti non è stata facile, poiché non siamo un museo pubblico. Ho conosciuto Prince nel suo studio a Upstate NY, gli chiesi di vendermi delle opere e mi disse di no. Cinque anni dopo lo rincontrai e gli domandai il perché. Non mi rispose ma mandò la sua assistente all’inaugurazione della Aïshti Foundation con un biglietto: “I prefer to be on my own and not where everybody is”. Non voleva condividere lo spazio con altri... Ma sono tante ora le sue opere, in casa e in collezione».

Il tempo è veloce per un libanese e Tony Salamé non si ferma. Infatti è prevista per il 2020 l’apertura di un department store di marchi di lusso a Downtown Beirut, un progetto iniziato da Zaha Hadid nel 2006, che dopo oltre 10 anni vedrà finalmente la luce.

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