La punta del velivolo davanti alle piramidi. Sono in gomma impregnata di una speciale resina. I coni rossi nascondono gli ugelli del sistema anti-incendio. - Credits: Ph. Alberto Dedè e Bruno Pulici
Un Eurofighter nella camera anecoica, rivestita da 11mila piramidi di materiale radio assorbente per schermare l’interno dalle interferenze elettromagnetiche. - Credits: Ph. Alberto Dedè e Bruno Pulici
A sinistra, i tubi di raffreddamento dello Sky Light Simulator. A destra, dettaglio dei pannelli: alcuni contengono lampade, altri riflettono la luce. - Credits: Ph. Alberto Dedè e Bruno Pulici
Lo Sky Light Simulator aperto. Ai lati si notano le tende che sigillano l’ambiente; al centro si scorge la lampada con braccio mobile che riproduce il sole. - Credits: Ph. Alberto Dedè e Bruno Pulici
Un’altra panoramica della camera anecoica, il cui volume interno è di 18mila metri cubi. Il pavimento è in ferrite, sempre per ridurre le rifrazioni elettromagnetiche. - Credits: Ph. Alberto Dedè e Bruno Pulici
Places

Viaggio nel quartier generale della divisione velivoli di Leonardo

Al primo impatto sembra di essere caduti nella fantasia lisergica di una rockstar megalomane, di galleggiare
in uno studio di registrazione capace di accogliere una dozzina d’orchestre assieme a un plotone di coristi, bassi, batterie. Eppure la prateria di piramidi in miniatura che sporgono su questo antro colossale alto venti metri, non crea il macrocosmo perfetto per incidere la musica. Non serve tanto a zittire rumori di fondo, ma a cancellare ogni interferenza, qualsiasi segnale proveniente dall’esterno: a portellone sigillato il cellulare non prende, non s’arrampica nemmeno fino a mezza tacca. Encefa
logramma piatto. La radio tace, una tv non riceverebbe nemmeno una trasmissione d’emergenza a reti unificate.

Superpoteri della camera anecoica, nome che in generale denota un’assenza d’eco, inteso qui come azzeramento del riverbero, come risucchio di rimbalzi e spifferi delle onde elettromagnetiche. Non una stanzona qualunque: la più grande d’Europa, con una superficie di 900 metri quadrati e un volume interno da 18mila metri cubi. Un mastodonte imboscato in un capannone di Caselle Torinese, accanto all’aeroporto principale del Piemonte, in mezzo alle recinzioni blindate della divisione velivoli dell’azienda Leonardo, che l’ha inaugurata dieci anni fa e da allora l’utilizza per i test sui prototipi segretissimi che solcheranno i cieli di domani o sugli aerei supertecnologici già venduti in tutto il mondo. A cominciare dal gioiello di famiglia, l’Eurofighter Typhoon, che sale a 50mila piedi in due minuti, tocca il doppio della velocità del suono, compie manovre complicatissime con disinvolta leggerezza grazie alla sua struttura agile in fibra di carbonio, più spigoli che curve, ali su ruote, farcitura generosa di radar, computer, sistemi di difesa.

È la “Ferrari dei cieli”, come lo chiamano con affettuosa fierezza ingegneri e tecnici che fanno la spola tra l’ambiente principale e la sala controllo stipata dietro spesse mura impenetrabili e una porta robusta che si spalanca solo digitando un complesso, infinito, codice numerico. Il loro compito è accertarsi che gli strumenti di bordo non si diano fastidio reciproco, intasandosi a vicenda; oppure, torturarli con disturbi artificiali, eccessivi, persino estremi per il mondo là fuori, verificando che mai e poi mai perdano la bussola o non si comportino come pilota comanda. Adoperando un arsenale di ripetitori e trasmettitori fissi e mobili, li bombardano di segnali irruenti, di pulsazioni moleste. Un po’ come se, su un aereo di linea, cinquanta file di passeggeri telefonassero e mandassero messaggi all’unisono un attimo dopo il decollo. A generarsi è uno tsunami d’onde che può arrivare da ogni angolazione: da sopra, dai lati, meglio ancora dal basso. D’altronde, un forzuto meccanismo di sollevamento costruito assieme alla camera, consente d’issare a 16 metri bestioni fino a 25 tonnellate di peso; un altro provvede ad alimentare l’elettronica, così, sebbene il motore rimanga spento, i sistemi ronzano come fossero davvero in quota, con il carrello tirato su, ricreando l’assetto aerodinamico raggiunto tra le nuvole. Mentre la schermatura dall’esterno garantisce misurazioni accurate, depurate d’interferenze, per ciascun livello di stimolo elettromagnetico. Non sono soltanto aerei ad alternarsi in questa cella senza sbarre, dove la voce viaggia smorzata e i coni minacciosi e le pareti che quasi si sfaldano rivelano la loro delicata fragilità a un fugace contatto tra le dita: la Leonardo l’affitta ad altre società che portano elicotteri e, oggi, anche vetture sportive, la cui dotazione di cervelli di chip s’infittisce sempre più, richiedendo che ragionino a dovere, non sbandino o naufraghino persino nel mezzo di un’improbabile, apocalittica tempesta elettromagnetica.

Accanto alla camera anecoica sorge lo Sky Light Simulator, un’area sferica con 12 metri di diametro chiusa da una cupola e aperta sul lato frontale, da cui entra giusto il muso di un velivolo o un’automobile per intero. Qui ci sono spesse tende, obese quinte di tessuto che lasciano fuori non le onde elettromagnetiche ma la luce naturale, preparando il palcoscenico a uno spettacolo di lampadine che s’accendono a comando da un’ottantina di pannelli, mentre altrettanti funzionano da amplificatori d’intensità. Qui s’improvvisano giornate uggiose gonfie di nebbia e zenit con il cielo terso sopra le nuvole, s’orchestrano tappeti di stelle, paesaggi lunari, albe possenti e languidi tramonti. Si studiano altre interferenze: quelle luminose sulla strumentazione della cabina di pilotaggio o sul cruscotto di una vettura. Se in certe condizioni una spia che lampeggia non è visibile da autista o pilota, bisogna intervenire, correggere, rimediare. All’interno della stanza corre un binario: serve a spostare un grande braccio metallico pieghevole che culmina in un faro da 12 kW, in grado di simulare il sole e di farlo battere dov’è utile per il test che si vuole condurre. È l’ennesimo effetto speciale visivo, assieme al reticolo di tubi che alitano aria gelida in un’area altrimenti incandescente, dentro questo luogo indefinibile così spudoratamente fantascientifico nella sua morfologia extraterrestre, nella sua sfilata d’astri artificiali, nelle mura stroboscopiche e nelle pareti a pungiglione.

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