Irene Crocco, fondatrice di Viasaterna - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Il nome della galleria è un omaggio alla strada immaginaria del romanzo grafico di Dino Buzzati Poema a fumetti - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
A sinistra, l’intervento site specific dell’artista milanese Luisa Protti. A destra, la collezione di tappeti antichi incorniciati in un passepartout di feltro blu - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
La scala, dalle pareti rivestite di specchi, che porta al primo piano di Viasaterna, dove si trova la residenza privata di Irene Crocco. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
La libreria di ottone brunito divide la scala dal salotto ed espone la collezione di vetri d’autore – Buzzi, Scarpa e Cibic tra i tanti – dei proprietari di casa. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Attorno al tavolo le Wire Chair DKR di Charles & Ray Eames (1951) per Vitra; a soffitto, la lampada Costanza di Paolo Rizzatto (1986) per Luceplan - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Fino a settembre 2018, Viasaterna ospita la mostra Milan Unit, un progetto in itinere che svela l’archivio del fotografo e artista Ramak Fazel - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Parallelamente alla mostra, Irene Crocco ha curato una serie di incontri per approfondire il lavoro di Fazel durante la sua permanenza a Milano (dal 1994 al 2009) - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
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In Viasaterna, sospesi tra l’arte e la vita

Per avvicinarti hai molte possibilità. Segui la strada, deviando appena come alla biforcazione di un ramo, oppure percorri pochi metri in salita e scendi da una scaletta di roccia, o ancora in punta di piedi ti immergi nel glicine che avvolge la cancellata, e da cui intravedi un giardino e la casetta del custode. A ogni cambio di prospettiva, lei, non essa come sarebbe corretto, proprio lei, la casa, persona fisica che respira, si muove e si trasforma, ti guarda. E non potrebbe essere altrimenti, visto che questa splendida dimora di fine 800 è, secondo i proprietari, la citazione esatta della casa descritta da Dino Buzzati nel suo Poema a fumetti (ed. Mondadori), personalissima versione del mito di Orfeo ed Euridice nella Milano del 1969. All’epoca il libro fece scandalo, solite accuse di pornografia. I lettori più attenti invece scoprirono una versione estrema del Deserto dei Tartarie si misero in cerca di quel luogo incantato. Tra loro, tempo dopo, anche una giovane gallerista, adriatica di Chioggia ma nata a Milano, passione per la pittura guardando Giorgione, Brera con Luciano Fabro, molta arte povera, molta fotografia, una prima galleria in casa, e oggi una seconda creatura, di nuovo in casa e di nuovo a Milano. Entra in scena così Irene Crocco, quarantadue anni, dal 2015 responsabile della Galleria Viasaterna, appunto, una sola parola, come se Buzzati stesso avesse suggerito l’unicità e l’alterità di quell’indirizzo, non più dalle parti del Corriere della Sera, via Solferino, come aveva immaginato lo scrittore, ma in via Leopardi. Se magiche, le case si muovono, si trasformano. Diventano spazio espositivo e qualche piano più su, a sfiorare i vertici della città, dimora privata.

Anzitutto la galleria di arte contemporanea, cui si accede dall’ingresso di casa, immaginarie fondamenta di tutto l’edificio. Non per nulla Irene Crocco e il suo compagno hanno scelto di affidare l’intero progetto di ristrutturazione a Flavio Albanese, architetto visionario, ma soprattutto importante collezionista d’arte del XX secolo e oltre. Flavio avrebbe voluto aprire ogni spazio e attenuare le tracce della precedente abitazione, Irene avrebbe voluto mantenerli per offrire agli artisti una temperatura più intima. Qualche baruffa e vincono entrambi, Flavio disegnando il grande palcoscenico all’entrata, visibile anche dalla strada, e Irene conservando le “sue” stanze, che a ogni inaugurazione si specchiano e si moltiplicano nelle stanze più private, dal quarto al sesto piano. Tema importante, gli specchi, non solo perché rivestendo le pareti della scala principale collegano i tre livelli dell’abitazione e trasformano lo spazio “verticale” in un unico open space, ma anche perché invitano chiunque vi si rifletta negli innumerevoli spostamenti quotidiani a guardarsi in modo diverso, o meglio, come spiega Irene Crocco: «A non guardarsi più, ma a guardarsi attorno». È il resto che parla, sono gli altri. Magari sono i figli piccoli che rientrano da una partita di calcio, magari è la figlia grande, che ha nel nome il colore più amato dai greci per indicare il mare, o magari è un’artista come Koo Jong A, che unendo i magneti come blocchi di pietra ha creato una scultura da parete, e viene voglia di appoggiare le mani per assorbire quella forza che tiene tutto vicino. Una forza nascosta, come nascoste erano le due colonne portanti della biblioteca e della sala da pranzo, riemerse durante i lavori di restauro.

«La casa era stata abbandonata per molti anni, ed era apparentemente disabitata, come immaginava Buzzati», prosegue Irene: «Memorie molte, invece, per esempio quella di un certo Corner, primo proprietario che evidentemente voleva sentirsi a casa anche a Milano e aveva scelto il seminato veneziano per ogni pavimento. Un altro inquilino invece era morto durante la prima guerra mondiale, poi c’erano stati i bombardamenti del 1943 sulla stazione di Cadorna, e a un certo punto, forse negli anni 60, quelle colonne, tornite nel marmo del Duomo, proveniente dalle cave di Candoglia, erano sembrate fuori tempo ed erano state murate. Per festeggiare la scoperta ho chiesto a Luisa Protti, artista, di immaginare un’opera sul tema e così è nato il filo d’oro che come un racemo avvolge la pietra e completa il capitello, mozzato in più parti». Idealmente quel filo di luce buca il pavimento e prosegue anche al piano superiore, ancorandosi all’immenso tavolo ovale creato dal Laboratorio Avallone. Accanto si apre una nicchia, più teca sentimentale che wunderkammer: «Flavio ha pensato di rivestirne le pareti ingrandendo il motivo di una carta da parati francese del primo ’900», spiega Irene. Qui, tra gli oggetti preziosi, le ceramiche di Melotti, una scheggia di marmo statuario le sabbie di Barbuda, Mustique, Tobago, Piscinas e ancora: «Il mio gotto veneziano». Venezia riprende nei vetri in salotto, Scarpa, Cibic, Buzzi, e annuncia un viaggio ancora più a oriente, tra le montagne del Tibet da cui proviene una collezione di tappeti antichi, incorniciati da un oceano di feltro blu. Oltre si apre una grande terrazza su tutto ciò che svetta a Milano, i grattacieli di Zaha Hadid, Libeskind, Isozaki, Magistretti, gli alberi di Parco Sempione, le torri del Castello Sforzesco e la Madonnina del Duomo: «Che noi ormai chiamiamo Santa Rosalia, dopo aver inaugurato una residenza d’artista a Palermo, in via Alloro, per la nuova edizione di Manifesta», racconta Irene. E questa guglia santa, che si trasforma in albero di nave e viaggia da nord a sud, sarebbe sicuramente piaciuta a Buzzati. Anche perché l’approdo era su un’isola magicamente invasa dagli orsi.

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