L’esterno di casa Veritti costruita da Carlo Scarpa tra il 1955 e il 1961 - Credits: Ph. Ilaria Orsini
A sinistra, la scala di servizio, ellittica e in cemento, è un tipico elemento scarpiano. Al piano terra vi si accede da due porte, per scendere in cantina o salire in alto. A destra, l’ingresso è segnato da un ponte sospeso sulla vasca d’acqua, su cui si affaccia in aggetto una finestra del soggiorno, a segnare un dialogo tra interno ed esterno. - Credits: Ph. Ilaria Orsini
A destra, soggiorno con colonna modulare in cemento. Si tratta di uno dei pilastri strutturali dell’edificio, internamente armato e decorato all’esterno con tavelle industriali a incastro. A sinistra, la scala che porta al primo piano. Ovvero, una sintesi dei materiali: boiserie (che celano le camere), stucco veneziano azzurro sulla parete (ancora originale) e cemento. - Credits: Ph. Ilaria Orsini
A sinistra, le finestre a doppia altezza del soggiorno, nella zona del giardino d’inverno, sono completamente apribili grazie a due meccanismi, uno girevole e uno scorrevole. A destra, la sala da pranzo, come la cucina, è stata completamente disegnata da Scarpa, inclusa l’illuminazione. Si apre a sorpresa dal soggiorno attraverso pannelli in legno. - Credits: Ph. Ilaria Orsini
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Benvenuti a Villa Veritti

A casa Veritti si può giocare a nascondino, senza trovarsi mai: è una partita a guardie e ladri, in un disegno
di Escher: scale continue, stanze a scomparsa, porte fantasma e un sottosopra ammesso anche nella dimensione terrestre, dove la legge gravitazionale normalmente indica con certezza l’alto e il basso.
Casa Veritti si trova a Udine. Ma a varcare quella porticina rossa, appena oltre la vasca d’acqua, si entra in un mondo inatteso. Le stanze vanno cercate, tra pannelli di legno e porte stravaganti, e i soffitti, che a volte scappano a doppia altezza per incontrare il tetto. Oppure capita che dei poligoni irregolari funzionino da finestre, affacciate però sull’interno della casa, o che, appoggiando qualcosa su un ripiano, si resti rapiti a guardare qualcuno nella stanza attigua: il fondo della parete è aperto.

1959, Udine. I coniugi Veritti, committenti della loro abitazione, impongono a Carlo Scarpa di consegnargli le chiavi e concludere i lavori: allo scoccare del 1960 esigono trasferirsi nella loro dimora. Avverrà, finalmente, dopo anni di attesa, di lettere cestinate, di soldi spesi inutilmente per tenere fermo il cantiere, di viaggi a Venezia per brancare l’artista (più che architetto) a cui si erano affidati. Più di cinque anni prima infatti l’avvocato Veritti decise di costruire la casa per la famiglia su un suo terreno appena fuori città, affidando i lavori al cugino, l’architetto Angelo Masieri, che però morì poco dopo in un incidente d’auto. Collaborava con Carlo Scarpa, soprattutto in ambito progettuale, così fu naturale rivolgersi a lui. «La prima cosa che fece fare all’avvocato fu vendere il terreno», racconta Federico Marconi, architetto allievo di Scarpa di casa a Udine, «Diceva che era troppo lontano dalla città e gliene fece acquistare un altro in una zonadi artigiani, molto vicina al centro». Marconi la storia la conosce bene perché venne coinvolto nella realizzazione. «Io ho cercato di fare da matita», spiega Marconi «Scarpa veniva qui, mi lasciava gli schizzi e io proseguivo con gli esecutivi. Oppure andavo a Venezia e stavo lì diversi giorni, perché era difficilissimo farlo lavorare. Non cominciava mai prima delle cinque, facevamo passeggiate bellissime, a vedere cose del Palladio, per esempio... E Veritti era disperato perché non riusciva a fargli costruire la sua casa. Lo tempestava di lettere facendo scrivere l’indirizzo sulla busta da altri, in modo che Scarpa non riconoscesse la sua  grafia... ma riconosceva il trucco: le cestinava tutte, senza nemmeno aprirle!». Si stufava presto dei lavori, ma invece la parte iniziale, quella dove la creatività insegue i propri lampi, lo entusiasmava.

«Fece un primo progetto con due dischi collegati da un corridoio vetrato, una serra che univa la zona giorno alla zona notte», spiega Alessandra De Luca Veritti, figlia dell’avvocato e attuale inquilina della casa, «Ma mia mamma non era tranquilla. Non le piaceva l’idea di avere tutto a pianterreno e che i figli fossero distanti. Così Scarpa ne fece un secondo, sovrapponendo i due cerchi». Aveva artigiani fidati ovunque, ed era con loro che stabiliva le migliori intese, intime, profonde. Come il falegname di Udine, l’unico che capiva i suoi disegni e dava forma allo Scarpa-pensiero, diversamente dall’ingegnere, che proprio non decifrava le idee avveniristiche dell’artista dell’architettura. «Alvar Aalto diceva che fare un progetto era come dare un pugno nello stomaco al cliente: se non andava al tappeto, era inutile. E Scarpa lo faceva con l’intuizione spaziale e l’uso dei materiali», commenta Marconi. Così disegnò la casa sull’acqua, quasi un citazione di Venezia e dei suoi legni, scelti per l’interno, così poetica che nel 1960 sembrava una follia: stucco veneziano sui muri, una serra chiusa con il vetrocemento e quasi nessuna parete. La casa vive sui suoi pilastri, colonne cave in cemento ma armate internamente e realizzate a incastro, appoggiate su un cotto fabbricato su misura. Così come le boiserie che dividono il soggiorno dalla sala da pranzo: una sorpresa, per chi si ferma a cena. Ma con qualche anticipazione: ci sono dei tagli nei pannelli che fanno intuire altro spazio, così come tra le mensole, sulle scale e oltre i divani o verso la cucina. In sala da pranzo, una finestra a cuspide, fa intravedere il sotto: il vetro a pavimento mostra la cantina, in un senso di vertigine inverso, rispetto a quello provato poco prima nel soggiorno, dove le verticali raddoppiano in altezza. Al primo piano un’altra sorpresa: oltre le camere, un piccolo salottino affaccia sulla serra. Che esternamente prosegue con un muro, tagliato quasi fosse un quadro di Fontana: un’altra sorpresa. «Per me bambina, un gioco meraviglioso», ricorda la padrona di casa, che è arrivata qui all’età di 10 anni. «E quella poesia non ha ancora finito di stupirmi: scopro dettagli che non avevo mai visto». E il gioco del nascondino ricomincia. Sempre.

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