Lampada a sospensione Bon Ton Marbles di Cristina Celestiono per Il Fanale.
Sistema di sedute Malitte di Roberto Matta, edizione Paradisoterrestre 2019.
Poltrona Haggy di Brit Leissler per Lago.
Coppia di sgabelli A-W (Campbell’s) di Ufficio Progetti Gavina 1973 (dalla collezione storica di Paradisoterrestre) e lampada da tavolo Giravolta di Alberto Basaglia Natalia Rota Nodari per Pedrali.
Sul tavolino Flowers di Roberto Lazzeroni per Lema, scultura Woman with Fruit di Jonathan Trayte per Nilufar Gallery e lampade da tavolo Bilia Mini di Gio Ponti per FontanaArte.
Pouf modulari Nesos, design R&F Twils per Twils, e lampada da tavolo Bon Ton di Cristina Celestino per Il Fanale.
Poltrona UP5_6 di Gaetano Pesce per B&B Italia.
Pouf Buddy di Busetti Garuti Redaelli per Pedrali; seduta Le Témoin di Man Ray, produzione Simon International-Ultramobile 1971 (dalla collezione storica di Paradisoterrestre);rinfrescatore Circus di Marcel Wanders per Alessi; lampada Bilia Mini di FontanaArte.
Paravento di Giacomo Balla produzione Simon International (1971), dalla collezione di Paradisoterrestre. Poltrona con pouf Le Midì di Setsu & Shinobu Ito per Désirée.
Divano Rendez-Vous di Sergio Bicego per Saba Italia; sul tavolino Flowers di Lema, scultura Hhohho di Jonathan Trayte per Nilufar Gallery.
Tavolino Dione A di Paolo Castelli per Paolo Castelli, seduta in bronzo Margarita di Roberto Matta edizione Paradisoterrestre 2019.
Lampada a sospensione Miami di Elena Salmistraro per Il Fanale.
Libreria Sidewall di Piero Lissoni per Porro; sgabelli Wikatoria di Martino Gamper per Nilufar Gallery.
Tappeto Hole di ArchirivoltoDesign per Calligaris;in alto, borsa dalla collezionein edizione limitata Markeraddi Virgil Abloh per Ikea.
Sulla seduta Doraff di Ben van Berkel/UNStudio per Alessi, lampada da tavoloGalileo di Michele Menescardiper Natuzzi Italia.
Tappeto Terrazzo di CalligarisStudio per Calligaris; poltronaLisa Lounge di Marcello Zilianiper SCAB Design.
A sinistra, poltroncina Yorkcolor Classic Blue di Riflessi Labper Riflessi; a destra, poltronalounge Kram di Thomas Pedersenper infiniti, con tessuto Kvadrat.
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Archivio Anna Piaggi

Piccola bocca rossa da star del cinema muto, ciuffo azzurro di onde ricadente sull’occhio destro, un eclettico collage di frivolezza e erudizione, sormontata da un’impalcatura di qualche tipo in testa.

La leggenda di Anna Piaggi, esteta instancabile, comincia quando lei è ancora in vita. Già nel 2006 il prestigioso Victoria & Albert Museum di Londra le dedica una mostra dal titolo Fashion-ology inviando una giovane e brillante curatrice (Judith Clark) a Milano, a rovistare nell’immensa collezione della fashion editor. «Cappelli e cappelliere, borsette, guanti, bastoni, bigiotteria, costumi di scena e inviti riempivano la sua abitazione in centro storico», racconta il nipote, Stefano Piaggi, «e sebbene l’appartamento fosse spazioso occupavano anche due magazzini».

Oggi quella straordinaria raccolta (un migliaio di vestiti circa, 800 cappelli e qualche centinaio di bijoux) è stata catalogata e trasferita in un archivio istituito nel 2013, l’anno dopo la scomparsa della signora della moda, dal fratello Alberto e da Stefano, che continua a prendersene cura collaborando con musei e istituzioni culturali; e sono alcuni di questi pezzi che fanno capolino nelle pagine precedenti. Negli anni 50 Piaggi è una giovane della buona borghesia e frequenta assieme al futuro marito, il fotografo Alfa Castaldi, il bar Jamaica a Brera, dove si dà appuntamento la bohème. Ma è un decennio più tardi, a Londra, che il senso di Anna per lo stile prende la sua piega naturale, accanto a eccentrici come lo shoemaker Manolo Blahnik, il fotografo David Bailey o l’antiquario Vern Lambert.

A Parigi la si può incontrare a Le Palace, la discoteca che frequenta negli anni 70 con Karl Lagerfeld. I due diventano inseparabili: lui la ritrae freneticamente nei suoi altrettanto frenetici cambi di look. Lei fornisce allo stilista momenti di curiosa ispirazione: come quando lo segue nel suo castello di Penhoët e va a distribuire il becchime alle galline abbigliata di lingerie vintage. Intuito per la bellezza unito a bizzarria guidano le sue invenzioni, che Quirino Conti già ha definito ermetiche, aggiungendo: «I suoi capolavori sono rompicapo, thriller, gialli alla Ruth Rendell».

E infatti, dall’inventario del guardaroba sbucano oggetti d’ogni sorta, enigmatici. «Anna sapeva riutilizzare elementi attraverso chiavi di lettura sorprendenti. Uno dei tanti esempi è la lampada gialla da cantiere, di quelle che si tengono sulla fronte, che lei infilava al collo come collana: questo suo modo ha molto influenzato gli stilisti», racconta ancora Stefano. «Ricordo quando veniva da noi a Natale: lei sempre variopinta, arrivava in compagnia di Alfa, che indossava invariabilmente giacche militari, e Vern, con i capelli rossi e l’aria da dandy. Portavano in regalo strani oggetti, che raccoglievano ovunque».

Spesso gli objet trouvé finivano per diventare lo spunto per i suoi articoli, le iconiche “Doppie Pagine” che per 24 anni ha tenuto su Vogue Italia. Giustapponeva geometrie e caratteri tipografici, immagini e parole, forme di “poesia moderna”. D’altra parte, rimane questa sua nota: «La mia ossessione grafica è congenita. Sono nata a Milano, capitale del design. Il senso del design, un fratello graphic designer, hanno influenzato gran parte del mio modo di lavorare». Franca Sozzani, quando a fine anni 80 aveva preso le redini della rivista, cercava “una variabile impazzita”. Ecco, l’aveva trovata in Anna Piaggi.

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Concept and Creative direction: Susanna Cucco
Photography: Marco Pietracupa
Fashion and Design Consultant: Vito Deserio
Set Design: Michela Natella

Un ringraziamento speciale a:

Stefano Piaggi e Archivio Piaggi 
Design: Fedra Malara 
Assistants: Angelo Iannone (Photography) 
Design Research and Coordination: Sara Dassi