Storytelling

Vudafieri & Saverino: l’architettura che nasce da un incontro

Due personalità diverse ma complementari hanno dato vita a progetti eclettici in tutto il mondo: da negozi a dimore, da alberghi a ristoranti. Rivelando un talento inaspettato anche in cucina

In conversazione con Olafur Eliasson

L’artista danese-islandese Eliasson considera il suo studio un sistema universale: un luogo sospeso tra realtà e ricerca, dove i processi di produzione creativa s’incrociano a tematiche sociali. In continuo scambio con l’esterno
Le architetture funamboliche di Haegue Yang

Le architetture funamboliche di Haegue Yang

Alla Triennale di Milano va in scena il secondo appuntamento di Furla Series, la prima personale italiana dell'acclamata artista coreana Haegue Yang. L'abbiamo intervistata
Lake Como Design Fair, al via la prima edizione

Lake Como Design Fair, al via la prima edizione

Ne parliamo con Margherita Ratti, curatrice ed editrice, che insieme a Lorenzo Butti ha dato vita a un nuovo format dedicato al design da collezione

Naoto Fukasawa: "Il mio obiettivo è creare qualcosa che faccia del bene"

Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”

Marazzi: grandi formati

Le fughe scompaiono, le superfici diventano sempre più ampie e le finiture ancora più preziose. Oggi Marazzi lavora sulle dimensioni delle lastre e la piastrella di ceramica non è mai stata così, a misura di progetto

Dror Benshetrit: "Io, visionario, vi presento il mio mondo libero"

Un’immaginazione senza lacci, una curiosità spigliata. E una sincera umanità. L’estro fuori dalle regole del designer-artista newyorkese, per cui il progetto è una questione di cuore
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L'opera pubblica di Roberto Coda Zabetta a Portivy, in Bretagna

Far rivivere luoghi e architetture attraverso interventi pittorici effimeri, che suggeriscono nuove prospettive sulle cose e sulle città. È quello che fa Roberto Coda Zabetta - artista biellese classe 1975 - che dopo il gigantesco dipinto realizzato sul tetto dell'ex Ospedale Militare di Napoli con il progetto Cantiere 1 / Terrazzo, si è spostato in Bretagna per la seconda tappa del suo tour di arte pubblica. Inaugurato il 2 giugno, Cantiere 2/ Harbour è un grande affresco sui muri del porto della cittadina di Portivy, creato esclusivamente con pitture organiche e a base di ostrica. Con l'avvicendarsi delle maree, il dipinto si dissolverà dolcemente nell'arco di qualche mese. Come per Cantiere 1/ Terrazzo, il processo di creazione dell'opera è stato documentato dal fotografo e filmaker Henrik Blomqvist, che ne farà un docufilm. Abbiamo chiesto a Roberto Coda Zabetta di spiegarci le potenzialità rigenerative della pittura e il suo approccio all'arte pubblica.

Com'è partito il ciclo di interventi pittorici Cantiere 1 e 2?

Cantiere 1/ Terrazzo è stato commissionato dal Museo Madre di Napoli, che mi ha chiesto di realizzare un progetto pittorico fuori dai confini museali. Insieme ad Andrea Villani, Direttore del Museo Madre, abbiamo visitato tantissimi luoghi della città. Ho scelto il più maestoso: il complesso della SS. Trinità delle Monache, poi ex Ospedale Militare di Napoli. Un edificio enorme completamente abbandonato situato in pieno centro, nei quartieri spagnoli. Da quel momento ho iniziato a pensare al mio lavoro in modo completamente diverso e ho applicato il mio concetto di pittura al contesto architettonico, sperimentando nuovi confini e allontanandomi dalla classica tela dipinta.

Perché hai deciso di spostarti in Bretagna per la seconda tappa del progetto?

A Portivy sono arrivato per caso, andando a trovare un amico. Lì c'è un artigiano che produce un particolare pigmento a base di ostrica che avevo già iniziato a utilizzare: gli ho chiesto se ne poteva produrre in grandi quantità per dipingere un molo, e da lì è nata l'idea di Cantiere 2/ Harbour. Sono andato dal sindaco e ho chiesto di poter creare un dipinto sul molo del paese. Naturalmente c'erano opinioni discordanti in comune, ma ho capito che i sindaci possono fare moltissimo. Come accade spesso, ho lanciato una pietra e qualcuno ha seguito la mia follia. Da lì in poi si sono aperte moltissime opportunità e il progetto è partito.

In cosa consiste la tua opera a Portivy?

Il mio intento pittorico non è mai quello puramente decorativo: voglio che le mie opere abbiano un senso e un'importanza per i luoghi in cui lavoro. Il mio obiettivo era quello di creare un'opera concettuale, che restituisse al mare ciò che aveva prodotto, ovvero l'ostrica. In tutta la produzione dell'opera mi ha seguito Airlite, azienda che produce un tipo di pigmento completamente biologico che mi ha permesso di stendere un primo strato su cui poi ho applicato la polvere di ostrica bianca, Marea dopo marea, l'opera si dissolverà completamente e verrà riassorbita dal mare nell'arco di circa sei-sette mesi.

Qual è stata la risposta della cittadinanza?

Per Cantiere 2/ Harbour ci sono state delle opposizioni da parte di alcuni residenti che hanno creato un comitato per il no. Credo sia normale, per gli abitanti di un piccolo paese marittimo il molo è come la Tour Eiffel per i parigini. A Napoli invece, la risposta della cittadinanza è stata sorprendente: fin dal primo momento abbiamo ricevuto l'aiuto e l'appoggio di tutti. Non era affatto scontato: eravamo in un edifico enorme completamente abbandonato, per di più nei quartieri spagnoli. Ma c'è stato qualcosa – chiamalo karma – che ha fatto in modo che tutte le persone si dimostrassero disponibili ed entusiaste. Quando lavori in questi luoghi straordinari, succede che inizi a fare parte di loro, a sentirti a casa. Così è successo sia a Napoli che in Bretagna.

Com'è stato lavorare a dei progetti di arte pubblica? Era la prima volta per te...

Esatto, Cantiere 1/ Terrazzo e Cantiere 2/ Harbour sono stati i miei primi progetti di arte pubblica. Grazie a loro ho scoperto che vorrei proseguire in questo senso, attingendo dall'architettura già esistente, magari abbandonata, per ridarle una vita inaspettata. Mi piace far evolvere gli spazi disabitati o semplicemente pubblici: in Italia ce ne sono migliaia. Spesso rimangono abbandonati, oppure vengono sfruttati solo internamente, ma perché non farlo anche esternamente? Con questi due progetti ho provato la sensazione di ingigantire la mia pittura, rendendo la mia tela enorme, e sono arrivato alla conclusione che usufruendo di ciò che esiste faccio del bene non solo al mio lavoro ma anche ai luoghi e all'architettura in cui intervengo. È una sorta di rebuilding: qualcosa che continua a evolversi ma che esisteva già.