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Sári Ember in mostra alla Galleria Campari

Sári Ember in mostra alla Galleria Campari

Negli Headquarters della storica azienda di beverage di Sesto San Giovanni, trasformati tra il 2007 e il 2009 dall’architetto Mario Botta, la Galleria Campari ospita – oltre alla sua collezione di oggetti d’arte e design – la prima mostra in Italia dell’artista ungherese Sári Ember, vincitrice della prima edizione del Campari Art Prize, nato dalla collaborazione tra la fiera d’arte contemporanea Artissima e Campari.

Paolo Cavallo, direttore di Galleria Campari, afferma come «sin dalle sue origini nel 1860, il brand ha sempre considerato l'arte come mezzo principale per comunicare i suoi valori, attraverso il linguaggio, lo stile e la creatività di giovani artisti, tra i quali Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Bruno Munari. La mostra personale di Sári Ember in Galleria Campari rappresenta un perfetto dialogo tra la memoria dell'archivio storico e le sperimentazioni dell'arte del nostro tempo». Selezionata tra gli artisti under 35 presenti nella scorsa edizione della fiera da una giuria internazionale per l’attenzione nella sua ricerca al potere evocativo del racconto e alla capacità narrativa dell’opera, l’artista ha realizzato una serie di nuove sculture e oggetti d’arte che evocano maschere e busti. A cura da Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima, con Michela Murialdo, l’esposizione si sviluppa sul fondo di un grande tendaggio ceruleo in uno spazio definito da una moquette dello stesso colore, alternando opere inedite in ceramica, pietra e marmo che traggono ispirazione da un verso del poeta americano John Koethe sull’importanza del tramandare la storia. Ne parlo con Sári Ember.

Perché ti sei ispirata a questo verso in particolare di Sin of Pride "since our stories all sound alike"? Si tratta di un autore o di una poesia alla quale sei legata personalmente, al di là di questo progetto? Come hai trasporto l’idea nella pratica?

Ero alla ricerca di un titolo molto semplice per questa mostra, al tempo stesso però volevo che fosse evocativo. La poesia di John Koethe mi ha colpito e leggendo Sin of Pride ho trovato numerosi versi che mi hanno coinvolto, ma “since our stories sound alike” è stato il più diretto e raffinato. Come titolo, lascia lo scenario aperto su chi è il soggetto “noi”, potremmo essere io e Campari, Zwack Unicum e Campari, noi Ungheresi e Italiani, L’Europa dell’est e dell’ovest, oppure in generale qualsiasi storia dell’uomo. Le opere sono un mix di oggetti familiari ed estranei, alcuni conosciuti dalla vita di tutti i giorni, altri sembrano legati a rituali o si riferiscono alla cultura contemporanea, modernista, classica e tribale.

Hai usato diversi materiali per rappresentare le maschere/i volti delle tue sculture, c’è un legame tra la materia che hai scelto e il soggetto rappresentato? Anche in rapporto alle storie più o meno personali che gli oggetti veicolano?

Il marmo è un materiale prezioso e nel nostro percepito è molto credibile – nel senso che ciò che è fatto di marmo riceve spesso rispetto e si riconosce la sua importanza, il suo potere. I volti astratti che ho realizzato in marmo e in granito non fanno riferimento a un soggetto particolare ma rappresentano il nostro rapporto con le sculture esposte negli spazi pubblici, definendo quindi la nostra identità. Le ceramiche si riferiscono agli elementi più personali, evocano i sentimenti che proviamo guardando oggetti intimi, cercando di immaginarne la storia, chi li possedeva, quanto preziosi e vecchi sono.

In che modo lo spazio della Galleria Campari ti ha ispirato nella produzione dei lavori, sia dal punto di vista dell’architettura che del design?

Quando ho visitato per la prima volta questo spazio, dopo aver vinto il premio, mi sono resa conto di quanto la dimensione del “museo” sia connessa al mio lavoro. Di solito m’interesso di come queste istituzioni rappresentano il patrimonio visualmente grazie a selezioni di oggetti e immagini proposte in diverse costellazioni. La storia del marchio Campari e la sua forte connessione con le arti e la cultura Italiana è stata per me fonte d’ispirazione. Volevo creare un’installazione dove, uscendo dal museo, si entrasse in qualcosa di simile, un’estensione del museo. Le ceramiche arancioni e rosa sono per esempio evocative di bottigliette, bicchieri e posaceneri esposti in collezione. Lo spazio espositivo si trova nel mezzanino affacciato all’enorme sala principiale, non volevo creare muri ma che l’installazione facesse parte di questo spazio ampio, così le tende creano una sorta di sfondo assieme al tappeto che delimita la superficie. I materiali che ho usato sono quelli che ho trovato nello spazio, come le strutture di ferro, il legno chiaro e la pietra

Dal punto di vista curatoriale, ne parlo con Ilaria Bonacossa.

Il criterio che ha portato alla selezione di Sari Ember come artista vincitrice del 1° premio Campari di Artissima è stata la sua attenzione alla narrativa, la capacità di raccontare storie. Come mai è stato scelto proprio questo tema come principe del premio?

Il brief del premio assegnato dalla giuria internazionale composta da Francesco stocchi, Carina Plath e Adam Budak era di selezionare un artista sotto i 35 anni il cui lavoro raccontasse il potere evocativo della narrazione in tutte le sue forme e la dimensione comunicativa dell’arte, guardando alla storia di un brand come Campari che ha fatto del connubio tra imprenditorialità, eccellenza e sperimentazione creativa le sue cifre stilistiche. Il lavori di Sári Ember è piaciuto alla giuria per la sua freschezza formale il suo tono giocoso e al contempo la sua capacità di  creare una mitologia privata a partire da schemi archetipici ed esperienze collettive. La giuria ha apprezzato la varietà di tecniche e materiali, come ceramica, pietra, collage, fotografia, che l’artista usa per costruire un’archeologia del contemporaneo, evocativa sia del museo che degli spazi domestici.

Il lavoro proposto unisce produzione artistica e artigianale, l'attenzione ai materiali e alla precisione tecnica definisce forse una nuova tendenza tra i giovani artisti? 

Credo che molti giovani artisti stiano rispondendo alla virtualizzazione della realtà attraverso una nuova attenzione ai materiali e alle tecniche associate al mondo dell’art & crafts, di cui si appropriano per stravolgerne spesso i meccanismi funzionali. Materiali come il marmo o la ceramica che dieci anni fa erano considerati antiquati vengono riscoperti in chiave concettuale.

L'allestimento dei lavori evoca la dimensione teatrale, con una tenda blu alle spalle delle opere, una moquette dello stesso colore che delimita il perimetro espositivo, e le silhouette delle sculture che paiono a volte maschere (primordiali come il linguaggio stesso della messa in scena teatrale se non addirittura rupestri), costumi o props scenici. Riconosce quest'intenzione e in che modo l'oggetto in sé viene trattato dall'artista?

L’artista ha creato una scenografia abitabile e percorribile dal pubblico che può calpestare la moquette e vagare scoprendo i volti nelle forme astratte e i piccoli oggetti. Questo spazio nasce sia per creare nello spazio aperto e suggestivo della terrazza un ambiente raccolto ma anche dalla volontà di mettere in scena gli oggetti e le suggestioni di cui sono portatori. Sembra quasi che questi diventino attori muti di una pièce in cui gli esseri umani sono meri spettatori ma evocano anche quella sorta di “messa in scena” che il salotto di chiunque vuole evocare attraverso gli oggetti memori di storie pubbliche e private.