Gli architetti Stephanie Macdonald e Tom Emerson - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Storytelling

6a architects: “Gli edifici parlano”

Il linguaggio dell’architettura parla più dei tempi in cui viviamo che degli edifici in quanto tali. È quanto sostengono Tom Emerson e Stephanie Macdonald, gli architetti fondatori dello studio londinese 6a architects. La loro ricerca progettuale lo dimostra: curata, sofisticata, coinvolta, si esprime in edifici di grande intelligenza che riescono a interpretare lo spirito e le esigenze della società e della città contemporanea.

Fondato a Londra nel 2001, 6a ha progettato spazi per l’arte (come Raven Row a Spitalfields, 2009; South London Gallery, 2010; Fashion Galleries al V&A Museum, 2012), edifici scolastici e culturali (il Churchill College a Cambridge è del 2016), residenze e studi privati (quello per il fotografo Juergen Teller del 2016 è uno dei più conosciuti) e si prepara a inaugurare l’espansione della South London Gallery in Peckham Road (fine settembre) e due edifici a uso misto all’interno dell’area in via di sviluppo Greenwich Peninsula.

Nei disegni dello studio, una lettura attenta del contesto storico, una riflessione costante sulla sostenibilità e l’impiego dei materiali, e soprattutto uno speciale interesse verso i temi legati alla relazione tra natura e paesaggio costruito. Questioni, quest’ultime, che caratterizzano anche un importante progetto in progress: l’ampliamento della Milton Keynes Gallery, una delle più importanti gallerie d’arte contemporanea del Regno Unito.

Sembra che la natura ricopra un ruolo molto importante nel vostro lavoro di ricerca.

TE È vero. Vorrei cercare di ridefinire il significato di natura sfidando l’opinione comune che vede il paesaggio costruito come una cosa, e tutto ciò che è “verde” un’altra. Credo che debbano essere considerati come parti dello stesso sistema. Pensare in questo modo ti costringe a progettare sia l’ambiente sia gli edifici in modo più produttivo, più sostenibile.

Nel lavoro di ricerca che qualche anno fa avete svolto per l’Atlas di Glasgow, sul riutilizzo e la reinvenzione dei vuoti lasciati dall’industria in diminuzione nella città scozzese, avete dimostrato come la “natura” e l’ambiente costruito possano facilmente coesistere se lasciati a se stessi.

TE Glasgow ha oggi la metà degli abitanti che aveva al culmine della sua industrializzazione, e questo è un problema. Fino a una decina di anni fa – prima della crisi finanziaria – si era scelto l’approccio della regeneration, che implicava il “riaggiustare” tutto per permettere ai luoghi di “guarire”. A un certo punto, però, questo non basta più e si deve affrontare il declino in modo più positivo. Ora Glasgow potrebbe diventare un buon posto per vivere. Lo spazio creato da quella decadenza si prefigura come un’occasione per ridisegnare la città in modi diversi, sul piano del paesaggio e dell’architettura.

SM La natura è tenace, ed è incredibile la rapidità con cui api e uccelli selvatici ricompaiono, se viene loro concessa la più piccola possibilità. Nelle città post-industriali le fabbriche sono vuote e la vegetazione le ha sopraffatte. Mezzo milione di persone ha lasciato Glasgow, e la città presenta molti spazi vuoti – come cantieri navali – che iniziano a essere conquistati da piante e arbusti. Prima diventano rovine e poi nasce il nuovo.

TE A Forst, al confine tra Polonia e Germania, l’intera città è quasi scomparsa, inghiottita dalla foresta. È in questi luoghi che, senza far praticamente nulla, l’idea di una città-giardino dei nostri giorni potrebbe avere una qualche possibilità di pren- dere piede, perché per il resto – se pensiamo alle città europee e alle istituzioni internazionali – sembra esserci un’unica regola: crescita, crescita e ancora crescita, mentre il decadimento è, in realtà, essenziale per una natura sana e integra.

SM Dobbiamo ricostruire la nostra idea di città. Tutto, edifici e paesaggio, è stato costruito. E tutto invecchia.

È un ciclo, no? Dev’esserci spazio per il declino e il decadimento: crescita e progresso non sono mai illimitati in natura...

TE Se riuscissimo a comprendere che in ogni sistema c’è un ciclo di crescita e declino, potremmo forse farci un’idea più chiara su come adattarci a questi cambiamenti in corso nell’Europa post-industriale.

SM Proprio per questo ha più senso prendersi cura di un edificio fino a renderlo in qualche modo utilizzabile, piuttosto che demolire e ricostruire – una rigenerazione fasulla – o farne una merce, cosa che spesso accade.

Trattate questi temi anche a livello accademico?

TE Sì. Il lavoro che svolgiamo per conto del Dipartimento di Architettura della ETH Zürich è, per così dire, la versione su vasta scala, cioè a livello territoriale, di quello che facciamo per i nostri clienti, che di solito si limita a singoli edifici. È un modo per testare il nostro approccio in condizioni estreme e valutare in che modo lo si può applicare a una produzione architettonica più mainstream. Direi che alla base c’è una mentalità, una percezione, oltre che dei fatti. Per intenderci, il progetto di Glasgow non mira ad “aggiustare” Glasgow.

SM È un tentativo di comprendere che cos’è diventata la città e con che cosa abbiamo a che fare.

A sinistra, un dettaglio della libreria in studio; a destra, campioni di arenaria usati negli studi preliminari per il giardino pubblico della South London Gallery, un progetto del 2016 in collaborazione con l’artista Gabriel Orozco e gli esperti della Royal Botanic Gardens, Kew - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Gli spazi di 6a architects. 6a è il civico del precedente studio, dove ora Tom e Stephanie, coppia anche nella vita, risiedono. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Stephanie Macdonald e Tom Emerson hanno pubblicato insieme Never Modern (con Irénée Scalbert, Park Books, 2014), monografia su 6a architects, e Dust Free Friends (Park Books, 2015), una raccolta di disegni per l’autoproduzione di piccoli arredi domestici. Tom insegna presso l’ETH Zürich. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Una vista del terzo piano dello studio. Il terrazzo, affacciato a Ovest, è stato progettato dal garden e landscape designer inglese Dan Pearson. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
In studio, un modello di The Courtyard Villa, progetto di una residenza privata a Londra. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Ancora una vista dello studio. Sulle pareti, modelli del progetto Greenwich Design District, a sinistra, e della MK Gallery, a destra. - Credits: Ph. Barrie Hullegie

A proposito dell’attualità, parlate spesso dei linguaggi degli edifici. Avete dichiarato che, quando iniziate a costruire un progetto, vi immaginate che questo sappia comunicare il suo tempo. Mi fa pensare all’incendio della Grenfell Tower e a come l’architettura parli del proprio presente e serva a trasmettere ideali.

SM Una tragedia. Quel che è accaduto alla Grenfell Tower indica una mancanza di attenzione per un’intera comunità. Quell’edificio è un monumento al taglio dei costi a tutti i livelli e all’insensibilità umana. Se si costringono le persone a costruire con risorse irrisorie, questo è il risultato: palazzi incompleti, fatti in fretta. Ho letto che non c’era un’adeguata ventilazione, il sistema antincendio non era a norma e il rivestimento esterno non era adatto per un edificio del genere, anche se il progetto originario era pensato per resistere al fuoco.

Terribile. Parliamo però ora di Londra. Pensate sia inaccessibile vivere qui? I prezzi esorbitanti non avranno un impatto sul suo tessuto culturale?

SM Londra si rinnova continuamente, ma la velocità di questo processo, ora, è sconvolgente. Cambierà quindi, e sta cambiando. Le iniziative interessanti traslocheranno in posti meno cari. La cosa che mi preoccupa è che la casa sia diventata una merce o un investimento, invece che un diritto. Alla base di tutto questo c’è una grande disuguaglianza, che non so bene come possa essere combattuta.

Vale lo stesso per Milton Keynes?

SM Direi di no. Milton Keynes è una new town anni 70 che sta scoprendo ora la sua storia. Ha i segni del tempo, alcune tracce di degrado, ma dal punto di vista commerciale è un gran successo. Spesso mi dimentico delle cifre, ma Milton Keynes è cresciuta da zero a 200mila abitanti, e continuerà a crescere. La cultura è un ambito in cui le autorità locali intendono investire molto, sicché il progetto vedrà presto la costruzione di un auditorium, l’espansione della galleria, spazi per la formazione e una caffetteria, con una grande apertura verso l’esterno. Tutto il resto, a Milton Keynes, è abbastanza introverso. La galleria segnerà un nuovo accesso a Campbell Park, il grande polmone verde cittadino, e il progetto interpreta il contrasto tra la griglia urbana e i cerchi esistenti all’interno del parco. Un contesto interessante su cui lavorare.

TE È una scatola dalla struttura d’acciaio, con la griglia sulla facciata e grandi finestre circolari – le due caratteristiche della città: griglia e paesaggio, appunto – ed è divertente perché si può giocare con questi elementi e raffinarli. Ma se il nostro progetto per il Churchill College è compiuto, Milton Keynes non è ancora del tutto Milton Keynes.

SM Anche se non potrebbe essere che lì.

Progetti come questo richiedono anni prima di essere conclusi. Come fate a essere certi che il vostro lavoro sarà ancora pertinente e adeguato, anche tra parecchio tempo?

TE Nel nostro studio, un progetto può richiedere da un anno di lavoro, nei casi più semplici, fino a quasi un decennio. Quelli culturali, come appunto la galleria di Milton Keynes, possono protrarsi per cinque, sei, sette anni.

SM Prima o poi, però, arrivano a compimento e ispirano i progetti successivi.

TE Quando si scopre un inconveniente – magari dopo anni – a volte si pensa: “Hmm, non funziona, ma non devo occuparmene per forza ora”; la questione è se farsi distrarre dalle microdecisioni che pure, via via, si presentano, o se si deve puntare a una prospettiva più ampia di tempo. Sarebbe bello pensare che i nostri lavori di oggi possano essere utili e significativi domani.

SM Il principio a cui ci ispiriamo è quello del loosefit, un cambiamento fisiologico cui bisogna adattarsi. Un edificio, ora, è una cosa, ma tra 10 o 100 anni potrebbe essere qualcos’altro. Se avrà una buona illuminazione naturale e una corretta relazione con lo spazio circostante, sarà sicuramente flessibile. Gli edifici georgiani, ad esempio, hanno questa flessibilità; ci si più abitare o lavorare, li si può anche usare come sedi scolastiche, perché sono molto luminosi grazie alle grandi finestre, all’altezza dei soffitti, ai materiali che raccontano storie di epoche e luoghi.

TE Ma quanta gente è in grado di distinguere una finestra georgiana da una finestra regency? A Londra, tradizionalmente, si tende un po’ a confonderle, ma in realtà fra i due stili corrono sessant’anni, e alla loro epoca erano visti come essenzialmente differenti... “Le finestre georgiane non sono più di moda. Io le voglio regency”. Noi evitiamo di contrapporre il nuovo e il vecchio, il passato e il futuro, e pensiamo che tutto ciò che è vecchio è stato nuovo a sua volta, e tutto ciò che è nuovo tra non molto sarà vecchio. Non si sfugge al proprio tempo.

SM Prestiamo molta attenzione ai materiali, di tutti i generi, ma di solito usiamo quelli che possiedono un processo di invecchiamento naturale. Non ci interessano i materiali impermeabili o non deteriorabili, che invece piacciono tanto alla persone. Quando si va a Roma o a Venezia, si resta incantati proprio perché c’è tanto di antico, di vissuto. Tutto questo ha a che fare con il tempo: con la sensazione di essere stati pre- ceduti da altri, che con i loro segni ci rimandano a un passato più o meno lontano.

TE Richard Wentworth diceva: “Il primo graffio è un danno, il millesimo è patina”.

Tornando a noi, vivendo e lavorando insieme, immagino sia difficile separare la vostra vita personale da quella professionale. So però che il vostro studio è molto social: si condividono appartamenti, si esce insieme la sera, si cerca di limitare gli straordinari. Tenete molto al benessere dei vostri collaboratori e credo che questo sia un fattore molto importante e motivante loro.

SM Facciamo del nostro meglio.

TE È un approccio che dà i suoi frutti, che permette a tutti di crescere e di evolversi.

SM Siamo entrambi molto interessati alle persone, e questo è un aspetto fondamentale del nostro modo di lavorare. Riguarda come il progetto finito evolverà, le persone che lo abiteranno o che comunque verranno toccate dalla sua esistenza. E anche tutti i ruoli coinvolti nell’architettura: clienti, costruttori, appaltatori, installatori, architetti, fornitori, ingegneri, designer. Un buon edificio si realizza solo se a immaginarlo sono persone valide e serene. E la comunicazione e la sintonia tra tutti è la chiave per realizzare qualsiasi iniziativa. Se funziona, può essere un vero piacere. E noi ce la mettiamo tutta, per far funzionare bene le cose. 

Traduzione di Gianni Pannofino

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