Divano a righe Liljevalchs di Josef Frank per Svenskt Tenn coperto dal tessuto Reflex 0159 di Raf Simons per Kvadrat; tavolino di Angelo Mangiarotti per Frigerio. a sinistra, vasi Ruutu di Ronan & Erwan Bouroullec per Iittala & Galerie Kreo. sul fondo, tavolo Azo di François Bauchet da Galerie Kreo; quadro di Camille Henry. L’appartamento è stato arredato in collaborazione con l’art advisor Sibylle Rochat. - Credits: Foto: Claire Israel
Tavolo Pion di Ionna Vautrin per Sancal; sedie osso dei fratelli Bouroullec per Mattiazzi; lampada di Serge Mouille. - Credits: Foto: Olivier Amsellem
Poltroncina di Pierre Paulin scultura di Ettore Sottsass, vasi di dan Mccarthy, Mike Kelley e di Lalique. - Credits: Foto: Claire Israel
Marion Mailaender ha immaginato questo appartamento nel marais per poter esporre la collezione di un gallerista: sopra a un tavolo di ettore Sottsass, vaso blu di Erik Dietman. alle pareti, due quadri: in fondo Françoise PÉtrovitch, a destra Laurent Proux. - Credits: Foto: Claire Israel
Atelier d’artista nel quartiere Pigalle a Parigi, immaginato da Marion Mailaender per uno stilista sudamericano. - Credits: Foto: Romain Laprade
A destra, Nella zona salotto, due poltrone Okko dell’artista Elvire Bonduelle. - Credits: Foto: Romain Laprade
Nella casa di Sandra Benhamou, da sinistra, seduta Kiko di Sergio Rodriguez; libreria Infinito di Franco Albini per I Maestri di Cassina; Piantina disegnata da Pierre Cardin negli anni '70; Divano Sesann di Gianfranco Frattini per tacchini; Poltrone ABCD di Pierre Paulin per Artifort. Lampadario Model 2109 di Gino Sarfatti per Astep. - Credits: Foto: Gaelle Le Boulicaut
In sala da pranzo, tavolo Eros di Angelo Mangiarotti per Agapecasa; sedie superleggera di Gio Ponti per Cassina I Contemporanei; lampadario 604 moon di Gino Sarfatti per Arteluce. In fondo a sinistra, Carrello 901 di Alvar Aalto per Artek. Sul camino, ceramiche di Ettore Sottsass, Andrea Branzi, Georges Jouve e Bruno Gambone. Appliques vintage in vetro di Murano. - Credits: Foto: Gaelle Le Boulicaut
Nel nuovo studio di Sandra Benhamou, lampadario Akari di Isamu Noguchi per vitra; Divano in velluto di Vladimir Kagan (1952), da Galerie Alexandre Guillemain; Tavolino di John Keal per Brown Saltman (1950) comprato da Piasa; vasi scandinavi. Libreria in palissandro di Galerie Déjà Vu, con Vasi di Fornasetti e Ettore Sottsass.
Storytelling

À la Parisienne

Ma è vero che nel 2020 la Francia è ancora tutta macarons e bon ton? Certo, bisogna ammettere che i vicini d’Oltralpe continuano a esportare questa immagine con una certa soddisfazione, dimenticando quasi di aver ghigliottinato i suoi miti d’antan. Il fasto dell’art de vivre, quello, fa sempre leva, rigorosamente foderato di velluto, incorniciato da modanature rigogliose, con tanto di lampadario di cristallo. Ritz o Crillon, i grandi palazzi parigini continuano a incarnare l’eleganza à la française così come la trama ottocentesca di Haussmann sembra rimanere lo standard decorativo con codici estetici ben precisi, ereditati da generazioni intere di décorateurs... O architetti d’interni. E qui la sfumatura non è da sottovalutare.

Infatti in Francia questa denominazione apre un primo divario, fra quelli che ribadivano una filiazione con le classiche arts décoratifs e quelli che invece oggi si richiamano a una matrice sempre più architettonica. Differenze di formazione ma anche di impronta concettuale. Mentre i primi si avvicinavano più alla figura dell’arredatore, gli altri rivendicano un approccio volumetrico più globale, cercando magari di lasciarsi alle spalle le abitudini abitative più borghesi con i consueti eccessi stilistici. Insomma, nell’interiorismo francese c’è voglia di cambiamento.

Antoine Simonin ha fondato Studio Asaï nel 2014 con un discorso più autentico: «Non mi piace la sovrabbondanza, non mi piacciono tutti questi architetti che impilano un effetto sopra l’altro come se fosse un dolce pesantissimo con 20 strati all’interno. Come si fa poi a apprezzare il sapore di ognuno? Guarda caso, credo questo stia accadendo anche nel campo culinario che tende a semplificare per focalizzarsi sui singoli alimenti. Ecco, io vorrei fare la stessa cosa con l’architettura: ritrovare l’odore e il tatto dei materiali che uso».

A Rodolphe Parente, in proprio dal 2010, il fake invece non dispiace – ma a una condizione: «Non deve nascondere un vuoto di senso perché in quel caso si avverte subito qualcosa di strano. Se però dà una sua coerenza narrativa allo spazio, allora perché no? Anzi, può diventare un elemento inaspettato che dà il suo carattere a un interno e lo rimette in discussione. Mi piace pensare che si debba fare questo mestiere seriamente ma senza prendersi troppo sul serio». Come? Basta guardare i progetti firmati dal suo studio parigino, che si tratti di una cucina a mo’ di scultura minimalista per un appartamento al Trocadéro o di un muro di cemento accostato a un pavimento di un rosso deciso, con tanto di vernice. Quasi fosse un’istallazione. Chiaramente qui il richiamo è più all’arte che all’arredamento e Parente non lo nega: «Sarei in difficoltà a trovare nel mio lavoro riferimenti all’interiorismo, a parte gli architetti giapponesi degli anni 80 o i negozi Issey Miyake di una volta, per esempio, per la loro radicalità. Invece seguo molto più tutti quegli artisti che oggi si affacciano alla decorazione».

Di arte parla molto anche Marion Mailaender, almeno da quando ha fondato il suo studio nel 2004: «Mi sono sempre ispirata più agli architetti e agli artisti contemporanei. Sono loro che ci permettono di inserire un tocco diverso in un interno alla Haussmann: tutto dipende dal contesto. Bisogna mescolare le cose. Io non ho nulla contro i tributi, anzi li uso anch’io. Quando disegno un mobile mi può capitare, ma sommo Raynaud più Sottsass più Hockney, per esempio, oppure Royère e Kawakubo». Da questi remix sono nati tutti i suoi mobili, sia la panchina Endless Summer piastrellata di bianco come una piscina, sia la sedia Superpesante, versione di bronzo di 1,7 kg dell’icona pontiana vantata per il suo peso piuma. Fra un progetto d’interni e l’altro, i mobili sono rimasti uno spazio di libertà, dove Mailaender si diverte a sperimentare idee e soluzioni più azzardate che magari un cliente non oserebbe accettare in casa sua. «Io comunque ci provo sempre e sottopongo ai clienti! Poi è chiaro che la scelta finale dipende da loro. Ecco dov’è la differenza con gli artisti, nel senso che loro sono meno legati a vincoli di produzione o di perennità». E forse anche di tendenze. Perché anche quelle sono ormai onnipresenti, nei magazine, su Instagram, Pinterest, ovunque, prima di finire nei moodboards dei clienti che si presentano dagli architetti d’interni con idee spesso omogenee.

Convertita all’interiorismo nel 2010 dopo una carriera nel cinema a New York, Sandra Benhamou conferma: «Si, è vero che in Francia la gente ama seguire certi stereotipi. C’é stata una fase anni 50, poi una più pura e minimal, e via così. Tutti questi fenomeni sono stati molto seguiti al loro tempo. Avendo lavorato anche negli Stati Uniti e in Inghilterra, devo riconoscere che lì i clienti sono un po’ più liberi e questo senz’altro mi ha portato a essere più creativa. E poi è importante la mia curiosità per il design e l’arte. Infatti è tramite il mio collezionismo che mi sono avvicinata a questo mestiere». Da Gianfranco Frattini a Gino Sarfatti, i riferimenti eruditi pullulano nei suoi interni, spingendo i suoi clienti a andare oltre i soliti divani neri di cuoio, aggiornando i loro standard. Insomma, tra il lusso all’antica e il tutto marmo e ottone, un’altra via si sta lentamente aprendo anche nella patria della décoration, fuori dai clichés dagli specialisti. Parente lo ripete: «Che noia fare sempre la stessa cosa. Io non mi voglio specializzare in un solo genere».