A sinistra, Alberto Casiraghy mostra il rossetto che Alda Merini mise fino al giorno prima della sua morte, in ospedale: lo conserva in un piccolo tabernacolo che si vede alle sue spalle, aperto. A destra, caratteri mobili pronti per la stampa. - Credits: Matteo Imbriani
Una foto dell’editore con Alda Merini e, sotto, un suo ritratto, esposti sulle mensole della cucina. - Credits: Matteo Imbriani
A sinistra, qualche libro delle edizioni Pulcinoelefante. A destra, un dettaglio dei legni. - Credits: Matteo Imbriani
Storytelling

Alberto Casiraghy: artigiano, poeta, scenografo

Osnago, piccolo paese della Brianza, casette basse in fila, cancelletto in ferro verde. Il maestro mi apre la porta ed è come se si spalancasse un’epoca, un mondo, la sua, il suo. Tutto è pieno. Pieno di libri, di disegni, di quadri, di oggetti, di ritagli e di versi scritti su foglietti appesi dappertutto; e poi di colori, di legni intarsiati per la stampa.

Pieno della vita del padrone di casa, Alberto Casiraghy, creatore della casa editrice Pulcinoelefante: librini stampati a mano con i caratteri mobili, accompagnati da opere d’arte e prodotti al massimo in trenta esemplari. Sono piccoli gioielli dedicati a chi ama la poesia e cerca la bellezza pescando negli abissi di se stesso. ma lui minimizza: «Sono soltanto pezzetti di carta...». La macchina tipografica è nella stanza principale, strumento e monumento, insieme, di una creatività inquieta che lo spinge continuamente a fare. fare libri, fare mostre, fare oggetti, disegnare, incontrare le persone – e, ancora, fare insieme a loro.

Caffè della moka e biscottini. Colonna sonora: Gustav Mahler. La stufa è accesa, Alberto parla e io vengo assorbita da mille dettagli, ma soprattutto da un’idea: la possibilità di vivere nella perfetta rappresentazione di se stesso. Non c’è nessuna mediazione, non ci sono né compromessi né inganni: questa casa laboratorio è l’anima del suo inquilino. I suoi “pezzetti di carta” sono quasi 10mila titoli, ne ha circa 500 in arretrato e con loro ha fatto il giro del mondo.

Ce ne sono dappertutto, anche in cucina, insieme ad altri libri, ai cassetti per la stampa, preziose teche in cui vengono custoditi i caratteri in piombo, divisi per lettera e font. «Vedi», mi dice porgendomi una m corpo 10, «con questi una volta stampavano i vocabolari... Componevano la pagina, poi a un certo punto cominciavano a mancare le a, le i e le l; per questo ce ne sono di più nella cassa tipografica. Questa roba la buttavano via, quando hanno introdotto i computer. Ma il piombo è memoria da preservare. anche solo per la maestrìa che richiede». È durante il passaggio dall’analogico al digitale che il giovane Casiraghy abbandona la tipografia a milanese dove stampavano i quotidiani. Fece il liutaio e lo scenografo per la pubblicità, il cinema e il teatro. Poi venne Pulcinoelefante. era il 1982. E sulla carta cominciarono a prendere forma i suoi aforismi, i suoi disegni, ma anche i versi e le opere di altri.

Nei 9.500 titoli conservati nel suo archivio/camera da letto ci sono nomi come Sottsass, Munari, Cattelan, Dorfles, Nietzsche, Confucio, Sofocle, Merini, illustratori come Rebori, Scarabottolo, Matticchio, ma anche nonni che creano piccoli gioielli da regalare alla nipotina, intuizioni geniali di bambini e creazioni di illustri sconosciuti. «L’aforisma è la mia cifra, ne ho pubblicati moltissimi. hanno un valore psicanalitico: scriverli è come mettersi a fuoco, conoscersi. Alda Merini ha cominciato a scriverli dietro mio suggerimento. Era un invito, per la verità. Perché all’inizio lei mi dettava delle poesie lunghissime e io facevo fatica a comporre i libretti. Così le dicevo: “Signora Merini, perché non prova a scrivere aforismi...”. Era recalcitrante ma poi, be’, sono venute fuori cose splendide».

La macchina tipografica per i caratteri mobili - Credits: Matteo Imbriani

Già, la Merini. Vent’anni insieme. «non eravamo danzati, ma la nostra era un’amicizia particolare, non erotica, ma quasi... lei stuzzicava sempre gli uomini. Un giorno mi ha detto: “Senti, Alberto, facciamo l’amore?” Io le risposi che, be’, sì, se voleva... e lei, prontissima: “no, era solo per metterti alla prova. tra noi sarebbe incesto”. Ecco, questo è il rossetto di Alda, quello che ha messo l’ultima volta in ospedale, il giorno prima di morire. Lo metteva anche sulle guance, come le donne di una volta. È ancora sporco di tabacco. Eh, sì, un incontro notevole. E molto libero. Quando le davo un libretto, gliene ho fatti 1.500, non guardava se era bello o brutto. A lei serviva per andare dal panettiere. In cambio del libretto prendeva qualcosa... il farmacista ne avrà 500».

E così i “buoni spesa” Casiraghy arrivavano ogni settimana, no a creare tra loro un sodalizio raro. E poi. E poi Fernanda Pivano. «Un personaggio molto corteggiato: quando si andava nei ristoranti alla ne si avvicinava sempre qualcuno che le chiedeva di Ginsberg o di Hemingway... quasi un jukebox di storie del passato. Avevamo una bella amicizia, ma un giorno, dopo qualche anno, mi disse che siccome frequentavo la Merini non voleva più vedermi».

Sono stati tanti gli ospiti di Casiraghy. Cattelan, giovanissimo, ha dormito sul divano rosso della cucina di Alberto. Gillo Dorfles, pochi giorni prima del nostro incontro, passando di lì, all’amico-artigiano ha confessato: “mi sento più bello ora di dieci anni fa”. «Dorfles è un personaggio speciale», rivela Casiraghy, «al funerale della moglie si è presentato vestito di rosa, scarpe comprese, perché era il colore preferito di lei». Un gesto toccante, ma non solitario. «anni fa, un amico di Piero Manzoni venne a trovarmi per dirmi che stava morendo di cancro», racconta, «poi si fece comprare la bara dalla moglie e la dipinse di azzurro... Un poeta!».

Poeta come quel signore, povero e stravagante, che viveva lì, a Osnago, in una casa senza né tetto né sotto. Ci pioveva dentro, i mobili erano tutti imbarcati. ma lui s’ostinava a dormire su un lettino, proprio sotto i gradini di quel piano che non vide mai la luce. fuori, granoturco e qualche gallina. Un giorno finalmente rispose ad Alberto sul perché non avesse fatto il tetto: «non ho ancora avuto tempo», disse. aveva 87 anni, ormai, e viveva in quel monumento dadaista da 43. «ma tu sei il Buddha», disse Casiraghy. Storie in infinite. Come la bellezza, da cercare e raccontare, sempre.

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