A sinistra, co-fondatore e direttore della Fondazione ICA Milano. A destra, Javier Téllez, Letter On The Blind, For The Use Of Those Who See, 2007, installazione video parte della mostra di inaugurazione della stagione espositiva dell’ICA. - Credits: Ph. Iris Humm
La prima mostra Apologia della storia è un racconto corale. Tra le opere esposte Study for Incarnator, Paul Pfeiffer, 2018. - Credits: Ph. Iris Humm
A sinistra, gli spazi dell’ICA hanno mantenuto alcune caratteristiche e finiture dell’officina meccanica che li occupava in precedenza. A destra, gli ex uffici amministrativi oggi sono scenario per opere come il lavoro di Antonio Ottomanelli, Gaza City, Gaza Strip – Palestine, 2012. - Credits: Ph. Iris Humm
L’ICA Milano, nell’ex area industriale in via Orobia, prevede un fitto programma di eventi aperti al quartiere e alla città. - Credits: Ph. Iris Humm
La mostra Apologia della Storia è stata curata da Alberto Salvadori e Luigi Fassi, direttore del Man di Nuoro. - Credits: Ph. Iris Humm
I progetti di ICA Milano seguono un modello di partecipazione e condivisione diretta di pubblico, patrons e amici della Fondazione. - Credits: Ph. Iris Humm
Storytelling

In conversazione con Alberto Salvadori

Una volta chiuso alle spalle il pesante portone nero della Fondazione ICA, acronimo di Istituto Contemporaneo per le Arti, rimangono due concetti a volteggiare nella mente, relativi a sentimenti di cui (di questi tempi) dovremmo essere più coscienti. Il primo è l'indeterminatezza, perché questo nuovo polo per l’arte e attività culturali è come se fosse non finito. Anzi, è un non-finito in tutti i sensi, a partire dalla sede, una ex officina abbandonata, distribuita su due piani molto diversi tra loro: il piano terra a doppia altezza è caratterizzato da classiche e regolari piastrelle rosse, e il secondo è definito da un susseguirsi di piccole stanze bianche con la pavimentazione in cemento grigio. A unirli, una scala in marmo bianco striato verde che rimanda a un certo razionalismo anni 30. Una scelta voluta, quella di non nascondere con sofismi architettonici la testimonianza del tempo che passa e i suoi conseguenti difetti. Perché per Alberto Salvadori, fautore di questo progetto “aperto”, l’ICA Milano è un luogo in continua crescita, dove progetti, idee e attività diverse si susseguono in maniera naturale, senza paura di non essere “culturalmente” all’altezza dello spazio che li ospita. L’offerta espositiva della Fondazione infatti è tra la più varie nel panorama culturale milanese: si passa da mostre di arte contemporanea a una programmazione di film in collaborazione con Il Cinemino, dalla scuola di filosofia – alla quale sono invitati tutti perché: «Scuola deriva dal greco skholé, ovvero svagare la mente» – all’AAA. Arts and Access for All, progetto dedicato alle persone affette da Alzheimer, per poi concludere con una fiera dedicata ai libri e una serie di mostre focalizzata sulla ceramica.

L’ICA Milano è dunque un luogo indefinito, che vuole restituire quello che i suoi soci fondatori (Alberto Salvadori, Lorenzo Sassoli de Bianchi, Bruno Bolfo, Giancarlo Bonollo e Enea Righi) e sostenitori hanno “raccolto” durante i loro percorsi professionali: «È un regalo alla città di Milano», spiega Salvadori, Direttore della Fondazione, «il give back è un principio su cui si fonda questa istituzione totalmente privata e no profit. È un concetto anglosassone e significa restituire: imprenditori di successo, artisti, grafici, professionisti e altre figure eccezionali sono coinvolte e stanno dando il possibile per realizzare e far funzionare questo progetto. Credo sia molto importante ricambiare quello che un luogo, una città, un Paese ci ha dato e ci da tutt’ora. Siamo fortunati, perché la città, o meglio la comunità, sta rispondendo positivamente a questa nostra apertura all’esterno. Ora dobbiamo capitalizzare e restituire l’attenzione ricevuta attraverso un impegno costante nello sviluppare nuove iniziative, e fare sempre meglio». Dalle sue parole e dal suo modo di fare elegante affiora il secondo concetto che rimarrà in testa a chi decide di prendere parte a questo processo virato verso l’inclusione: accoglienza. Nell’essenzialità di questi spazi e nella chiarezza con cui viene spiegato il significato di “coscienza” per James Lee Byars e Ryan Gander, gli artisti che danno il via alla mostra Apologia della Storia attualmente in corso, s'innesca una curiosità reciproca, dove il pensiero e il saper fare di ognuno è rispettato e ascoltato. A conferma di ciò Salvadori sostiene: «Il giudizio è un grande limite, impedisce la conoscenza: ogni qualvolta giudichiamo, ci fermiamo. Con l’ICA stiamo cercando di costruire una comunità, di mantenere le porte aperte e non giudicare gli altri. Vogliamo fare il nostro percorso, costellato da un programma vario e di qualità. Ovviamente ci sarà chi lo ama e chi no, ma quest’ultimo non sarà mai giudicato, anzi verrà accettato e sarà incluso nel nostro modo di pensare». Sarà un percorso sicuramente lento, ma senza dubbio animato da una grande passione e voglia di confrontarsi con un pubblico di non addetti. «Chi ha avuto la fortuna e possibilità di poter coltivare una passione, nel mio caso affinare un percorso perlopiù intellettuale, deve avere a mio avviso la capacità di saper parlare alle persone: questo non significa banalizzare o abbassare la qualità di quello che si sta facendo. La semplicità o la leggerezza risiedono nella capacità di saper riportare concetti interessanti e seri, spesso complicati, con una modalità che non sia respingente, ma anzi che generi un confronto alla pari». Dopo queste ultime riflessioni, seguite da una veloce considerazione sulla lezione dello storico francese Marc Bloch secondo cui la storia serve a conoscere gli uomini e a vivere e costruire il presente senza rivivere o coltivare il passato, Alberto Salvadori mi accompagna all’uscita e, prima di congedarci, saluta uno degli operai dell’azienda con cui ICA Milano condivide il cortile. Chissà se anche a lui ha spiegato che il termine “filosofare” significa semplicemente “pensare”. Sono sicura di sì.

Traduzione di Annabel Little