Da sinistra: sedia a dondolo Canapo di Franco Albini (1945), i maestri di Cassina (2010); poltrone tre pezzi di Franco Albini e Franca Helg (1959), i Maestri di Cassina (2009); tavolino Cicognino di Franco Albini (1953), i maestri di Cassina (2008). Boiserie alle pareti e moquette a terra. - Credits: Foto: Federico Torra
Lo scalone elicoidale che domina l’ingresso. - Credits: Foto: Federico Torra
Michela e Antonio Rizzi, gli attuali proprietari di Casa Corini. - Credits: Foto: Federico Torra
Sullo sfondo, scala di servizio con corrimano rosso della metropolitana milanese. A destra, divano e poltrone anni 70 di Cassina; lampada Ic lights floor 2 di Michael Anastassiades per Flos. Dietro, lo scalone elicoidale. - Credits: Foto: Federico Torra
Storytelling

Albini-Helg

«Quando passavo da bambino mi domandavo sempre cosa ci fosse dietro questo muro». Dopo circa 40 anni Antonio Rizzi l’ha scoperto e con soddisfazione presenta la sua nuova abitazione oltre quella cortina lineare e impetuosa sulla strada. Quel muro non è nient’altro che la facciata di una casa: una villa in città commissionata a Franco Albini e Franca Helg dalla famiglia Corini nel 1967 e oggi abitata da Antonio con la moglie Michela e i tre figli. «Solo dopo essere entrati abbiamo veramente capito che questa forma è allo stesso tempo essenza e anima», commentano ancora sorpresi.

Il rapporto dell’architetto milanese Franco Albini con Parma è stato nel tempo costante e sincero. Le sue scelte progettuali, mai ostentate, hanno contribuito a portare in città una piccola rivoluzione moderna iniziata nel 1951 con un edificio emblematico della ricostruzione italiana, il palazzo INA di via Cavour, e terminata negli anni 60 con la realizzazione assieme alla socia Franca Helg di questa villa recentemente passata di proprietà.

Lungo una trasversale del “boulevard” cittadino nei pressi della cittadella farnesiana, tra villette Liberty, è facilmente individuabile rispetto ai palazzi adiacenti un massiccio parallelepipedo dall’assetto orizzontale – chiuso, ermetico verso la strada: un vero e proprio muro non solo agli occhi di un bambino. L’efficace scelta materico-coloristica delle cornici marcapiano in cemento a vista accostate a dettagli in cotto ne disegnano il profilo, interrotto da un volume cieco aggettante e incastrato sull’ingresso principale. Una quinta in muratura che interpreta alla lettera la sua funzione di delimitazione prospettica poiché, una volta superato il varco, è necessario rintracciare il percorso dell’abitazione definito dal nuovo fulcro compositivo e cromatico della scala elicoidale, immancabile firma dei due architetti.

Come una girandola il volume cilindrico svuotato della scala funge da perno e vortice aprendo dinamicamente diverse direttrici di visione: quella diagonale che arriva all’ampio giardino tramite ambienti comunicanti e liberi, posti a quote leggermente differenti, e quella verticale enfatizzata da una volta a padiglione (in rame all’esterno) che rompe la coerenza geometrica e dilata lo spazio del primo piano composto da quattro camere ciascuna dotata di servizi.

«Siamo stati fin da subito colpiti dagli incastri dei volumi, dalla funzionalità di ogni spazio e da alcuni dettagli che abbiamo scoperto poco alla volta. È per noi un privilegio e una responsabilità vivere in questa casa», affermano i nuovi abitanti che confessano di sentirsi ogni giorno accolti da questi muri. «Ci siamo appassionati all’architettura di Albini-Helg e in seguito a un accurato restauro abbiamo deciso di rispettare le caratteristiche originali del progetto mantenendo invariati alcuni ambienti anche nel loro arredo».

Le scelte compositive e progettuali di Albini-Helg emergono inaspettate e sono sempre capaci di tradire una lettura facile e immediata come poteva suggerire la severità del fronte. Il trucco è svelato all’interno nella fluidità spaziale che si apre sul giardino attraverso pareti vetrate che seguono un taglio seghettato e diagonale rispetto al perimetro. L’arretramento dei vani vetrati al piano terra consente di fare emergere terrazzini angolari al primo piano in corrispondenza di ogni camera e creare una fascia d’ombra che enfatizza la smaterializzazione della base per determinare un effetto di sospensione del piano superiore; ennesima firma dei due progettisti.

Non solo giochi di masse e spazi articolati, ma anche dettagli e colori: dalle piccole serre ricavate all’interno dei volumi vetrati come diaframmi tra esterno e interno, alle catene metalliche sui radiatori, dal rivestimento in boiserie dello studio alle scelte cromatiche, fino al tubo rosso della metropolitana milanese (progettata da Albini-Helg nel 1962) posto come corrimano della scala di servizio. Un filo rosso che, in maniera indistinta, da Milano arriva in Parma: la provincia per Albini-Helg era un vero e proprio stereotipo.