Alessio Bertallot
Casa Bertallot - Credits: Foto: Matteo Girola / opfot.com
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Storytelling

Alessio Bertallot e l’architettura del suono

Alessio Bertallot ha la voce morbida e lo sguardo lungo di chi sa intercettare le direzioni del presente. Conduttore radiofonico, cantante e dj, è considerato il più sperimentatore della radio italiana. E il suo progetto, Casa Bertallot, più che una web radio è un laboratorio che fa incontrare idee, artisti e visioni restituendo il suono della contemporaneità. Un luogo virtuale – ma anche fisico, una casa - in cui trovare la musica che scolpisce il presente: contaminata e fluida, che scivola tra generi musicali e che trascende confini e appartenenze culturali. Un territorio di esplorazione illimitato, come illimitata è la ricerca di Alessio Bertallot. Siamo andati a trovarlo nella sua abitazione, dove va in onda tutti i giorni Casa Bertallot. Ne è nata una lunga chiacchierata sul concetto di abitare e sulle interconnessioni tra architettura e suono, che termina con una playlist pensata appositamente per i lettori di Icon Design.

Qual è la storia di Casa Bertallot?

La Casa mi ha trovato nel 2013. Fino a quel momento creavo programmi per alcune radio nazionali, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di uscire dai circuiti tradizionali e di fare qualcosa di mio. Purtroppo, la radio italiana ha rinunciato a fare ricerca musicale. E trovare questa casa mi ha indotto a dare finalmente concretezza al mio progetto. È stato come se esercitasse un'influenza sulle mie scelte, come se mi guidasse. Casa Bertallot è nata fin da subito come una radio online, in cui ho trasferito la mia idea di musica.

Una casa che è spazio privato e al contempo pubblico. Cosa rappresenta, per te, la casa?

La casa è per me il luogo in cui la dimensione creativa e quella intima si incontrano. Tra le due c'è una completa fusione: una è l'estensione dell'altra. Qui mangio, dormo, vivo, lavoro, accolgo gli amici e gli altri autori di Casa Bertallot, che seguono i vari programmi della radio. Qui intervisto cantanti e dj da tutto il mondo. Il mio concetto di casa segue la mia idea di lavoro: non ho mai svolto un lavoro normale, anzi forse non ho mai lavorato. Lo stesso vale per la casa.

(Ed è una casa molto particolare quella di Bertallot: strutturata su tre livelli, si compone di un piano superiore dedicato alla zona notte, in cui grandi vetrate affacciano sul terrazzo abitato da alberi d'ulivo, un piano che accoglie il soggiorno, la cucina e un altro terrazzo, e un livello inferiore dove ha sede la radio. A regnare in quest'ultima sono i dischi, che riempiono le librerie di sottili arcobaleni di colore).

Qual è l'oggetto di questa casa a cui sei particolarmente affezionato?

Ho un oggetto a cui tengo molto e che rappresenta una sorta di Bibbia per me. È un volume fotografico che si chiama Atlante dei classici padani (me lo mostra e noto che è pieno di post-it colorati, ndr). Si tratta di un progetto finanziato tramite crowdfunding, che raccoglie tutte le brutture architettoniche realizzate nella zona della pianura padana. Fabbriche, agglomerati urbani, capannoni, strade. È una sorta di narrazione del nostro ambiente, un atlante di quegli orrori che qui vengono ironicamente definiti “classici padani”. Lo paragono alla Bibbia perché, proprio come nei versetti, fa prendere consapevolezza degli orrori della nostra pseudo-società. In questo volume trovo tantissime analogie con la musica: ad esempio nei moduli dei capannoni, prima prodotti e poi assemblati. È il serialismo tipico della musica dance: non c'è variazione, tutto procede in successioni stabilite. Un tipo di serialismo che non deriva da un concetto artistico consapevole, ma dalla necessità di fabbricare con poco e in poco tempo. In questi casi, la praticità induce un'estetica. Un grandissimo rischio: per la musica, per l'architettura, per tutto.

È questo il futuro del suono?

Sì. Il suono della contemporaneità si compone proprio di pattern, di elementi modulari che vengono copiati, incollati e poi modificati. Esattamente come succede, a volte, nell'architettura. Alcuni utilizzano questo metodo con grandissima creatività, altri in modo banale e ripetitivo. Nella musica dance, ad esempio, forma e funzione coincidono spesso. Prima dell'avvento della musica elettronica, anche la musica dance veniva composta da musicisti. James Brown, che componeva musica dance prima dell'avvento dei computer, aveva ben chiaro il significato intrinseco della musica elettronica. Il suo sound era fatto di cellule molto brevi che si ripetevano in loop: Brown era cosciente del fatto che per far ballare le persone era necessario creare un ritmo che si ripetesse a catena. Il suo grande talento fu quello di fare in modo che i musicisti rimanessero all'interno di quelle cellule, impregnandole di groove. La sua musica era incredibile perché era ricchissima di imperfezioni umane. Lo stesso vale per un'orchestra: la bellezza della sua musica sta nell'unicità delle sue micro-imperfezioni. Nell'elettronica, invece, tutto è perfetto. E qui può sopraggiungere la noia. Soltanto la creatività può evitarlo.

Chi sono, secondo te, i più grandi architetti del suono?

Brian Eno, sicuramente, per tutto il suo lavoro con la ambient-music. Poi Alva Noto, con la sua collaborazione con Ryuichi Sakamoto. Andrebbe insegnata a scuola: definirla musica è riduttivo. È una pietra miliare di un discorso timbrico, estetico e concettuale. Poi ovviamente John Cage, che trattava la musica come un artista che deve creare un'installazione. Poi ci sono delle opere di architettura del suono che amo molto: un esempio è il pezzo Become Ocean di John Luther Adams, che ho inserito anche nella playlist per voi. Si tratta di un'immersione nell'oceano che sposta l'esperienza musicale nello spazio. È un'esperienza materica, che trasforma la musica in oggetto. Qui andrebbe fatto anche un ragionamento circa il concetto di iperoggetto del filosofo Timothy Morton. La musica è un iperoggetto. È un'idea, ma allo stesso tempo un oggetto. Relativizza la nostra visione delle cose e ci mette su un piano di analisi diverso.

Cosa ti affascina del design e dell'architettura?

Mi ricordo di aver letto, tanto tempo fa, un'intervista a Vico Magistretti, in cui spiegava la genesi della sua lampada Eclisse. Raccontava di averla spiegata a un operaio al telefono. Al giorno d'oggi, sarebbe impensabile. Lui diceva, invece, che è proprio quello che riesci a spiegare al telefono a essere reale. Una frase di una verità talmente forte da andare oltre al concetto di design e arrivare fino alla musica. Che cos'è virale nella musica? Il fatto di poter essere comunicata e trasmessa nel modo più semplice possibile, anche fischiettando.

Suono, design e architettura: ecco la playlist di Alessio Bertallot per Icon Design.