Un ritratto di Alessio Sarri circondato dalle sue creazioni - Credits: Diego Alto
Storytelling

Alessio Sarri e l’arte della ceramica

Alessio Sarri ha 59 anni, ma potrebbe anche averne ottanta, oppure trenta, se non guardi le mani che sembrano aver lavorato per cent’anni. Ha capelli lunghi e grigi, come il suo amico Ettore Sottsass, e li porta raccolti in una coda. Ha il corpo asciutto e un passo svelto. Una voce calma e una cadenza aspirata che pesca parole vecchie, letterarie, antichi detti, e poi li ribalta come un’onda. Un surfista. O un eremita saggio.

Alessio Sarri è un ceramista, da sempre. Lo era il padre, lo è diventato lui, dopo gli studi alla Scuola d’Arte. Ma abbastanza presto ha lasciato la tradizione artigianale locale per mettersi in proprio. E “mettersi in proprio” per Sarri significa davvero lavorare da solo. Sì, forse nel tempo ha avuto qualche giovane a bottega, ma nessuno ha la pazienza che ci vuole a imparare quel mestiere dove non si sa mai davvero che cosa sta succedendo, finché il forno si raffredda, si apre lo sportello e allora capisci se puoi essere felice come un ragazzino, o se la giornata sarà andata irrimediabilmete storta. “Il grullo del paese”, che litiga con l’amministrazione, che inziga i colleghi del distretto, che risponde alle mail dopo qualche settimana, ma poi ti regala un trattato autografo sulla ceramica.

Un poeta solitario. Abbastanza presto, però, trova una compagnia che non abbandonerà, una famiglia complessa, che cresce nel nome del design. Di che cosa sia il design Sarri, all’inizio, è totalmente all’oscuro. Sono gli anni 70. Sta accompagnando degli amici a volare col parapendio sul Monte Cimone, all’Abetone, e lì incontra Matteo Thun, un appassionato studente di architettura, con cui a breve si sarebbe messo a collaborare per la produzione di una serie di vasi, i Rara Avis, e da cui sarebbe cominciato tutto per continuare, fino a oggi, con la presentazione di una nuova collezione insieme.

Alessio capisce abbastanza in fretta che questo lavoro di esplorazione, sperimentazione, forzatura dei processi e addomesticamento di forme originali, immaginate, impossibili, non ha niente a che fare con quello che vede nella stragrande maggioranza delle attività artigianali del distretto, «impegnate nella riproduzione infinita di copie delle copie delle copie». Per fortuna ha l’esempio del suo maestro Londi, nella fabbrica Bitossi a Montelupo e poi della vicina Richard Ginori, con la sua tradizione straordinaria, i suoi autori, il catalogo e il resto, ma quella è perizia artigianale applicata alla produzione industriale. Mentre da Sarri succede il contrario: che oggetti interamente fatti a mano, uno per uno, ciascuno col proprio tempo e con l’umore di quel momento, emulino una patina quasi di serie.

«Abbiamo bisogno di storie nuove. In troppi, anche qui, non hanno capito che uno è sempre artigiano del suo tempo, del presente»

Il suo laboratorio diventa negli anni un saliscendi senza soluzione di continuità tra vita e lavoro. Sfoggio involontario di aspirazioni forti e catalogo informale di quanta bellezza può produrre l’uomo. Studio e casa – in una via Garibaldi, che anche lei sembra un omaggio all’esiliato di Sesto Fiorentino – e bottega, dove ha vita uno degli archivi più interessanti dell’epoca d’oro del design italiano. Nell’82, alla mostra della seconda Memphis, vengono presentati questi Rara Avis e lì Alessio conosce Sottsass, che col suo fare solenne e ieratico, gli si fa vicino, esplora le ceramiche, non dice nulla, apre un coperchio e finalmente: «Ah, sì. Queste ceramiche sono fatte bene. Si capisce se una ceramica è fatta bene da quello che non si vede». Da lui impara così che l’elemento nascosto è quello verso il quale tendere, il senso: «lo spazio vuoto ma denso tra l’oggetto e il suo osservatore», «la vibrazione della tensione intrappolata nel materiale», l’implementazione dell’interprete all’opera dell’artista, senza la quale il risultato sarebbe solo un insieme virtuosistico di dettagli ben riusciti.

Tra l'86 e l’87 nasce così la prima collezione con Ettore, le Indian Memories. Da lì ecco piano piano conoscere tutti: George Sowden, Nathalie du Pasquier, Jasper Morrison... e poi le grandi aziende: Cappellini, Zanotta... Fino alle nuove, nuovissime collaborazioni con i giovani Analogia Project e le scuole, la moda, il lusso. Non “sale” spesso a Milano, sono loro a scendere. Ormai tutti sanno di questo lupo sordo che lavora la ceramica come fosse acqua, come se si potesse imprimere in un oggetto finito e bellissimo una narrazione di storie, gesti, persone.

Ecco: il racconto. Oggi, dopo essersi sentito ripetere, in trent’anni e più di frequentazione con quella “famiglia”, che il «design è morto», quasi quasi gli verrebbe da dire «è l’artigianato che è morto», soprattutto quello che vive solo consorzialmente, che alimenta il mercato delle pro-loco, che si lamenta per le cose non vanno più come un tempo», e così quel tempo lo perde lagnandosi e reiterando le stesse storie. «Invece abbiamo bisogno di storie nuove. In troppi, anche qui, non hanno capito che uno è sempre artigiano del suo tempo, del presente. E le ceramiche sono il risultato di questa relazione presente con il mondo. La ceramica non è un oggetto, alla fine, ma un mondo di esperienze, di domande e di risposte. È una lotta. È una danza. Della polvere».

Credits: Diego Alto
Vista del laboratorio dove vengono studiati e rifiniti gli oggetti - Credits: Diego Alto
A sinistra: Alessio Sarri all'opera. A destra: vista del laboratorio dove vengono studiati e rifiniti gli oggetti - Credits: Diego Alto
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