A sinistra, a parete, un disegno realizzato da Ana Kras. A destra, la lampada Bonbon di Ana Kras che sarà prodotta e distribuita nel 2019 da Hay. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
A sinistra, l’artista e modella di Belgrado, ora di stanza a New York, sta lavorando a una nuova serie di lampade; a destra, il suo tavolo da lavoro. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
Il quadro che campeggia in un angolo del loft a Chinatown è del compagno di Ana, l’artista Devonté Hynes ritratto mentre suona il violoncello. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
Ana Kras nella sua casa-studio dove la vita privata si mescola a quella lavorativa. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
A sinistra, appoggiati sulla consolle della collezione Mara, disegnata da Kras, alcune ceramiche di Natalie Weinberger. Nell’angolo, il violoncello del suo compagno. A destra, alcuni scheletri delle lampade Bonbon progettate dalla designer. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
Storytelling

Ana Kras e l’importanza di saper improvvisare

Le architetture di cemento, i palazzi squadrati di Belgrado sono parte integrante della sua identità. «Nel mio lavoro si può rintracciare una certa ruvidezza», racconta la designer serba Ana Kras dal suo loft di Chinatown. Ma è piuttosto la cultura dell’improvvisazione tipica del suo Paese a definire la sua estetica: «Belgrado è un patchwork visivo di idee casuali e soggettive da far rabbrividire molte persone, ma non me. L’architettura urbana non è regolamentata, ognuno fa quello che vuole, l’armonia non è un obiettivo. La gente dipinge il proprio terrazzo del colore che vuole, aggiunge finestre, piani uno sopra l’altro, dando vita a forme ibride meravigliose».

Artista, designer, fotografa e modella, Kras è una creativa poliedrica trapiantata a New York. Sia che crei tavoli di vetro in stile Memphis per la galleria Matter Made, o colorate lanterne intessute per Hay, sia che supervisioni le collezioni della stilista Maryam Nassir Zadeh, tutto quello che tocca la designer riflette un’estetica aspra, sofisticata, mai scontata.

Quanto contano le radici serbe nella tua visione estetica?

Moltissimo. Adoro l’estetica dell’urgenza, dettata da bisogni imminenti, semplici e quotidiani. L’ideologia comunista ha mantenuto il design pratico senza décor aggiuntivo.

Qual è stato il tuo primo progetto di design?

La sedia Hug (abbraccio). L’ho realizzata nel 2008 quando studiavo all’Università d’Arte Applicata e Design di Belgrado con l’aiuto di un falegname amico di mio padre. Ho creato due prototipi in compensato di betulla, uno nero e uno bianco. La seduta ha una forma semplice, è costruita con fogli di compensato che creano una base resistente e una specie di “naso” che ricorda la macchina Dodge Charger.

Dal legno al cotone, dalla carta al vetro, ti avvali di diversi materiali. Come li scegli e lavori?

Mi piace manipolare materiali diversi per creare volumi e forme libere. Stravolgerne l’uso tradizionale, mescolarli. È come cucinare con ingredienti disparati, sperimentare e scoprire nuovi accostamenti. Ultimamente sono incuriosita dalle caratteristiche del vetro, quest’anno desidero dedicarmi a questo materiale.

Dove realizzi i tuoi progetti?

Nello studio di Chinatown mi dedico ai progetti di tessuto e carta. Tavoli e sedie, invece, li produco in un piccolo laboratorio a Brooklyn. Non è stato facile, ma dopo diversi tentativi ho trovato un team di artigiani perspicace, in grado di interpretare e dar forma alle mie idee.

Le tue lanterne Bonbon realizzate a mano verranno prodotte e distribuite nel 2019 dal marchio danese Hay. Com’è nata questa collaborazione?

Bonbon è un progetto di quasi di dieci anni fa. L’idea originale era di avvolgere il telaio di vecchie lampade con del cotone. Filo dopo filo coprivo tutta la superficie creando lanterne colorate. È come tessere, ma non nel senso tradizionale. Nel corso degli anni ho creato pochi pezzi, mi sono spesso rifiutata di farli produrre in massa, con Rolf e Mette Hay, invece, c’è stata una sinergia immediata. La collaborazione è nata in modo spontaneo: hanno colto lo spirito del mio design, l’importanza dell’unicità nel mio lavoro.

Come descriveresti il tuo stile personale?

Diversificato. Mi piace mescolare a seconda dello stato d’animo. Cerco di stare comoda e a mio agio. Passo da capi classici e sobri ai più eccentrici abiti tradizionali del Sud della Serbia, ricamati con foglie dorate, perline e fili d’argento.

Un sogno nel cassetto?

Progettare una casa e disegnarne gli arredi. E perché no, lavorare anche al design del giardino, inserendo sculture, fontane e una piscina. Amerei progettare un edificio pubblico, tipo una scuola, un ospedale, un museo o una biblioteca.

Per sentirsi bene nel proprio spazio, quale consiglio di arredamento ti senti di dare?

Farlo con calma. Ci vuole tempo per rendere uno spazio nostro e autentico. Amare gli oggetti che si hanno, circondarsi di cose che fanno sentire bene.

Il tuo loft è uno spazio aperto dove lavoro e vita personale sembrano convivere in armonia.

Faccio tutto simultaneamente. A parte la piccola camera da letto e il patio esterno, il resto della casa è un grande laboratorio. Lavoro in ogni angolo, convivo con i miei prototipi, passando dalla scrivania dove c’è il mio computer, ai tavoli dove dipingo o disegno.

A casa, in quale angolo ti senti più a tuo agio?

Il tavolo da pranzo, dove condivido idee davanti un piatto di  pasta o un bicchiere di vino. È il fulcro di ogni casa.

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