Andrea Branzi nel suo studio con le maquette di studio dei cavalletti realizzati per la mostra La Metropoli Multietnica (2016), in programma per la XXI Triennale di Milano 21st Century. Design After Design. - Credits: Delfino Sisto Legnani
Storytelling

Nello studio di Andrea Branzi

Il grande teorico del design, che non si occupa di produzione ma di temi che informano l’umanità, ha quattro mostre in apertura a Milano, Lugano, Bruxelles e New York.

Una sala a lui dedicata nel Centre Pompidou e una nuova pubblicazione in corso per Harvard. Eppure Andrea Branzi pensa ancora che abbiano sbagliato persona.

In occasione della XXI Triennale aprono nel Palazzo dell’Arte due mostre da te curate. La principale porta il titolo Neo Preistoria – 100 verbi, co-curata da Kenya Hara. Com’è nata questa mostra e quale significato sottende?

Nasce dalla volontà di fare una mostra sul 21esimo secolo non trionfalistica, ma più problematica, critica, realistica, meno futuristica. Che contenesse anche questo pericolo latente di de deflagrazione, che risulta essere uno dei caratteri del 21esimo secolo. Con Kenya Hara si è convenuto a posteriori che si tratta di una mostra drammatica, segnata dalla violenza. Ma anche dalle invenzioni – che veicolano una componente comica, il trionfo delle martellate sulle dita, degli errori – e dalla deduzione che alla fine le grandi invenzioni sono state il fuoco, la ruota e così a correre fino a una pecora che è stata recentemente progettata per produrre il doppio della lana. La mostra così diventa ellittica, dove nel correre del tempo ritrovi le stesse invenzioni, magari geniali, ma che non descrivono l’inizio di un percorso che ha, o avrà, un seguito; il design emerge come un’operazione tattica, come il produrre organi umani artificiali (che saranno in mostra): non ti è mai chiaro a che cosa serva in futuro, se non salvare la vita di una persona oggi.

È come se si lavorasse su un tracciato che è solo presente; e anche nel mondo del progetto è come se non esistesse più l’immagine del futuro, né la tensione che porta a immaginarlo.

È una forma di lettura del presente, delle potenzialità e delle contraddizioni irrisolvibili. Sono il tema dell’altra mostra che stiamo curando per la XXI Triennale, La Metropoli Multietnica, dedicata al formarsi di società caratterizzate dalla convivenza più o meno conflittuale tra minoranze. Si tratta di un problema irrisolvibile: se integrata, una minoranza viene assorbita, e dunque cancellata, dalla società merceologica. In questo caso il design è utilizzato come paradigma per mettere alla luce questi temi, senza per forza diventarne “risolutore”.

Esiste una visione comune tra le esposizioni che nel complesso andranno a costituire la XXI Triennale?

C’è stato un dibattito sul tema Design After Design, ovvero, il progetto che ha perso il progetto di se stesso... ma ogni curatore ne ha dato una diversa lettura. Un’esposizione internazionale è un’occasione di rilancio per Triennale, che ha sempre prodotto eventi epocali all’interno del Palazzo dell’Arte. Questa volta abbiamo pensato a mostre di use. Se almeno alcune riuscissero, Milano potrebbe tornare a essere una vetrina del dibattito sul progetto. La Triennale è come una rivista: piace se all’esterno c’è qualcosa d’interessante, nuovo, interlocutorio... Il problema è trovare motivo di discussione, che sembra scomparso anche in Università. Forse è il momento di creare attrito per riaprire una partita che produca dibattiti interni.

A sinistra, l’angolo della libreria dedicato alle pubblicazioni su Le Corbusier. A destra, le maquette dei cavalletti per la mostra La Metropoli Multietnica. - Credits: Delfino Sisto Legnani
Alcune postazioni di lavoro - Credits: Delfino Sisto Legnani
Schizzi di progetto di Voliere (2016), la collezione di gabbie per canarini realizzate in metallo, legno e plexiglas, presentata durante il Fuorisalone presso la Galleria Luisa Delle Piane di Milano. - Credits: Delfino Sisto Legnani

Nelle produzioni che presenti quest’anno s’intravede uno sguardo diverso rispetto alle tue ultime narrazioni: più rasserenato e leggero.

Dipende dalle aree di pensiero che attraverso. Per esempio quella dei canarini è molto serena ma è un tema su cui io ho già lavorato. Sono tematiche che spesso improvviso, non percorsi omogenei. Anche questo è un percorso neoprimitivo, istintivo. Ci sono momenti in cui le mostre accadono perché mi sembra già di vederle. È il caso di Voliere, alla Galleria Luisa delle Piane. O della collezione di oggetti in oro e gesso alla Galleria Clio Calvi Rudy Volpi, che prevede la presenza di pesci rossi che nuotano indisturbati. Poi, come diceva Ettore Sottsass, questo nostro modo (ndr Il Nuovo Design Italiano), in particolare Memphis, fatto di oggetti gioiosi, giocosi, colorati, da una parte rispondevano all’esigenza di proporre creazioni più espressive in un mercato sempre più in azionato. Era una logica che le industrie hanno capito nel tempo. Ma questa giocosità di Ettore derivava da un dono alla tragedia della solitudine dell’uomo. Sai, per esempio a Napoli, vicino a Poggio Reale, ci sono molti negozi di canarini perché i carcerati sono autorizzati a tenerne uno in cella. Il canarino è un grande professionista, sereno, un buon compagno.

Questo è un periodo intenso per la tua attività. Come vivi questo momento?

All’inizio del prossimo anno inaugureremo una mostra al Pompidou in occasione dell’apertura della sala permanente al quarto piano dedicata a me. Saranno esposti lavori della collezione del Beaubourg, dai più giovanili no alle ultime produzioni acquisite. Poi Lugano, Bruxelles, New York; e Harvard con una nuova pubblicazione. Ma vivo tutto questo come se avessero sbagliato persona. La gente in sostanza non capisce quello che faccio, anche perché forse non lo capisco nemmeno io. Mi fa piacere, ma non ho un’ambizione per cui sentirmi diverso da prima. Questo credo sia un sentire comune a molti cosiddetti “creativi”... non ci credono.

Quanto conta il potere immaginativo in quello che fai?

È una capacità che ho sempre avuto. È la percezione politica di dare grande importanza ai nomi delle cose. Di produrre un nucleo verbale, come “Nuova Drammaturgia” per esempio. O “Architettura Radicale”. Si terrà presto al MAXXI una mostra sul Superstudio: mi fa piacere perché significa che la mia vicenda di Harvard non è isolata. C’è attenzione, anche 50 anni dopo. Sembra che ci sia nuova attrazione verso i grandi temi dell’umanità, che travalicano il mondo del progetto e su cui ancora non c’è lettura, come la Terza guerra mondiale o la scomparsa delle etnie. E perché no, anche l’importanza dei canarini.

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