L'architetto Andrea Caputo - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, Cosmopolitan Hotel Spa a Civitanova Marche (Macerata); a destra, piattaforma logistica intermodale per la gestione di traffico merci ferro/gomma a Foggia - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Andrea Caputo e l’architetto Paolo Caracini con il modello del Mundanjan Kindergarten, a Pechino: un macro-blocco in cui spazio interno ed esterno vengono ibridati mediante un intervento di ground design che unisce edifici preesistenti, prima separati, attraverso strutture leggere, che richiamano quelle effimere urbane dei ponteggi. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Tra i progetti in progress, la Blonay Soccer Academy sorgerà su un terreno dominato da uno château. Il programma si articola con un triplice approccio: la conservazione del castello, il recupero dei volumi esistenti non di pregio con nuove funzioni e la costruzione ex novo di un building per sport e didattica. A sinistra, la model room con l’archivio materiali catalogati per progetto; a destra, una vista del piano terreno. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Storytelling

In conversazione con Andrea Caputo

«Qualche postazione è ancora vuota. Sono gli architetti che hanno fatto nottata e arriveranno per la riunione delle due». Milano, mercoledì, dieci del mattino; in studio ci si prepara a un’intensa giornata di lavoro. «Stiamo definendo gli ultimi dettagli di un grande progetto a Chengdu, che presenteremo sabato. È una proposta in cui crediamo molto ma audace. E questo ci impensierisce e ci carica allo stesso momento».

Andrea Caputo parla con gli occhi ardenti e la voce lenta e controllata. Quando inizia la chiacchierata ha già risposto a decine di email, fatto ricerca sul web, letto articoli e revisionato tutti i lavori. «Da anni la mia sveglia non suona più e mi alzo da solo alle 4:45. Dalle 5 alle 8:30 ho le mie ore più produttive, prima di iniziare la giornata in studio, con riunioni, incontri con i clienti e telefonate; la sera, poi, divento off-grid e a casa entro nella dimensione del romanzo. È un palinsesto che mi dà il giusto equilibrio». Nato sotto il segno del metodo, nel 1976 a Cesena, Andrea Caputo è uno dei più promettenti architetti della new generation milanese.

Due studi (anche a Shanghai), una squadra di 50 persone (e un recruiting continuo), un partner, Paolo Caracini, con cui lavora a quattro mani (in grande sintonia) e oltre una decina di progetti in progress in Italia e nel mondo, tra cui un masterplan in Brianza, un asilo in Cina da 8.400 metri quadrati, un edificio multifunzionale a Seoul (in cui lo studio sta lavorando a un innovativo concetto di arredi insieme a Massimiliano Adami), un soccer campus in Francia; a Milano ha recentemente rmato Spazio Maiocchi, un nuovo centro per l’arte, il design e la moda con un programma di eventi culturali aperti alla città. Un percorso articolato e singolare, il suo, che alla pratica dell’architettura ha sempre associato l’indagine sulle tematiche urbane, con originali blend tra progetto e cultura di strada, e mix d’ispirazioni tribali, vita da crew e gentrification milanese: ha rilevato una galleria, Plusdesign, con cui ha portato avanti progetti underground a cavallo tra le arti, e si è messo alla prova con esperimenti di cross-pollination tra sociologia, letteratura, fotografia con il libro All City Writers, antologia sul movimento del Graffiti Writing in Europa, pubblicata nel 2009. Ad accompagnarlo, determinazione e rigore: fin da quando, giovanissimo, realizzava blockbuster sui muri; fin da quando...

...dopo le scuole superiori hai deciso di iscriverti al Politecnico di Milano e, contemporaneamente, all’Istituto Europeo di Design.

Ero un writer, ossessionato da Neville Brody e da tutto il suo mondo. Per questo scelsi il corso di graphic design allo Ied. Ma ero anche molto attratto dall’architettura: ne rimasi colpito a 18 anni, quando casualmente visitai il Kunsthal di Koolhaas, a Rotterdam, durante un Interrail per fare graffiti. Fu una folgorazione. Così, per indecisione post-adolescenziale, decisi di iscrivermi a entrambe le scuole. Frequentavo i laboratori in Bovisa, le lezioni in Leonardo e lo Ied era in Cinque Giornate. Un anno intenso.

Ma poi hai lasciato il Poli per trasferirti alla Facoltà di Ferrara. Quindi l’Erasmus al TU Delft e il concorso di progettazione per studenti a Novoli, nel 2000, che hai vinto aggiudicandoti un tirocinio in uno studio italiano a tua scelta...

Decisi di andare da Stefano Boeri e alla fine rimasi lì per tre anni: finito lo stage, iniziai a lavorare dando gli esami da lontano, e anche la tesi fu a distanza, su un progetto dello studio: la vecchia Fiera di Milano, in collaborazione con Oma. Poi lasciai l’Italia per fare altre esperienze all’estero – sono stato molto in Spagna – ma sempre lavorando per altri architetti e al ritorno, nel 2008, ho avuto l’opportunità di chiudere All City Writers, un lavoro di ricerca durato anni: è stata la mia parentesi dall’architettura. Nel 2011 ho aperto il mio primo studio. Eravamo io e un paio di tirocinanti in uno spazio occupato in via Arrighi, a Milano. Era il picco della crisi economica internazionale e io avevo deciso che quella sarebbe stata la mia chance. Volevo rompere le regole dei giovani studi di architettura che per mancanza di lavoro si buttano sulla teoria, la ricerca, i concorsi. Io non volevo dipendere dalle banche. Lo impostai allora su un modello aziendale, a diretto contatto con il cliente, con un approccio molto pragmatico. Si facevano solo cose con i soldi che arrivavano dai nostri lavori e così riuscivamo a seguire progetti a scale diverse, dagli allestimenti agli spazi culturali e commerciali, collaborando con professionisti esterni da campi di erenti.

Dallo squat di Lambrate a viale Abruzzi 32 c’è stata una tappa in via Ventura, dove vivevi, lavoravi e al contempo ti occupavi di Plusdesign, galleria molto attiva con progetti di ricerca tra arte, artigianato e industrial design: due anni che ti sono serviti per capire cosa volevi realizzare davvero. Qui ora tutto è organizzato, incasellato, catalogato con cifre e numeri.

Lo studio oggi ha una struttura ben definita, dalla gestione interna della contabilità al management di un laboratorio modelli, di un workshop-falegnameria e di un dipartimento grafico, con progettisti che lavorano a incarichi e ambiti differenti. Siamo divisi su due livelli “tematici”: un piano dedicato agli interni e uno per progetti a scala urbana, quindi edifici o masterplan. Non ci sono postazioni fisse: ognuno ha un account personale per accedere da qualsiasi pc e avere il proprio setup, e tutti i computer sono collegati a un server e a una render farm che processa i 3D. In questo modo gli architetti possono lavorare in modo fluido. È la nostra filosofia progettuale: non abbiamo l’ossessione di fare tutto, ma consideriamo senza soluzione di continuità la transizione tra spazi interni e quello che è pelle e volume dell’edificio. Ogni specificità viene ibridata e i team di lavoro sono combinati in modo tale da creare più complessità nei nostri dialoghi. Che sono costanti, perché ogni commessa apre filoni di ricerca che cerchiamo di approfondire e amplificare. Per esempio un nuovo spazio commerciale è occasione per indagare il futuro del sistema retail tradizionale, alle prese con l’affermazione dell’online sale, ma anche per analizzare la condizione degli shopping mall, che stanno vivendo una fase discendente in tutto il mondo a partire dalla Cina, dove si sta parlando di riuso. Il progetto di Chengdu infatti vuole recuperare 25mila metri quadrati con un programma che integra 30% di spazi museali e attività sportive, urbane e negozi. Un altro, a Qingdao, propone per un mall decaduto funzioni commerciali e didattiche, con una sede universitaria aperta alla città.

Per questo avete un’Unità di Ricerca Locale interna allo studio. E pubblicate anche un magazine, Public Domain, sulla città contemporanea.

Prima non era sostenibile ma ora la ricerca si fa in maniera strutturata, con cognizione di causa e le spalle coperte. Url organizza durante l’orario di lavoro lecture mensili su tematiche progettuali con ospiti internazionali. Lo scopo è ossigenare lo staff e implementare i progetti facendo riflettere altri per noi, o anche generare un network per supportarci su temi complessi in vista anche dei concorsi cui nel 2018 inizieremo a partecipare, come nuova opportunità di indagine. Per lo stesso principio lo studio ha acquisito Plusdesign. La galleria rappresenta la necessità di operare a un’ulteriore scala, quella dell’oggetto, integrando ai nostri lavori di interior prodotti commissionati a designer sempre diversi. Questo genera molteplici scenari, scongiurando il rischio di replicare un ambito domestico, lavorativo o commerciale attingendo dallo stesso repertorio.

Questa schizofrenia della scala di progetto, insieme alla pratica della ricerca, richiede regole. E anche extra staff e più ore di lavoro.

Se dovessimo limitarci a restituire la richiesta di un cliente, lavoreremmo un terzo e con il 30% in meno di architetti. Ma l’extra lavoro per ampliare ed esasperare ogni commessa è il nostro valore aggiunto. Difficilmente ci accontentiamo di adottare soluzioni preconfezionate. Ribaltiamo l’uso e le convenzioni con un editing instancabile sui materiali e controlliamo ogni dettaglio per difendere una progettazione istintiva ma dove ogni aspetto è pianificato. È una questione di metodo.

La riunione finisce tardi nel pomeriggio e il sabato seguente il progetto viene presentato, con successo, al committente (un tycoon cinese che li aveva trovati su Internet, dice Caputo): «Vogliono stravolgere il paradigma di queste strutture urbane e trasformare il privato in pubblico» incalza. Con gli occhi ardenti e la voce lenta e controllata.

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