L'architetto Annabelle Selldorf nel suo ufficio, seduta su una Herbert Chair di Vica - Credits: Ph. Jeremy Liebman
L’open space di Selldorf Architects, suddiviso in sei isole di lavoro - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Modelli di studio della 21 East 12th Street, torre per appartamenti a New York (attualmente in costruzione); in primo piano, maquette per una villa privata - Credits: Ph. Jeremy Liebman
«Le mie giornate? Lunghe e molto intense. Il mio ruolo è di essere lucida, propositiva e critica, solo così posso intuire ciò che non funziona. Prendo parte a ogni progetto ed è importante che di ciascuno ricordi gli step di avanzamento perché significa rispettare l’impegno di chi lavora con me. Quando posso mi rifugio nella mia casa di campagna nel Maine. Lì mi sento libera». - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, l’archivio materiali è uno degli spazi a servizio degli architetti dello studio. Lì vengono raccolti campioni di rivestimenti e modelli di studio di edifici e interni. A destra, all’interno di una teca in plexiglas, il modello di una delle ville Mesa at Amangiri, nel deserto dello Utah: eco-residenze private immerse nella natura - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Un momento di revisione. Lo studio, che conta 70 persone, si trova nello stesso edificio che ha ospitato una Factory di Andy Warhol, su Union Square. Dice Selldorf: «Lavoriamo all’idea schizzando e discuten- do, analizzando sito e cliente, sviscerando il più possibile gli obiettivi. Un processo interattivo e collaborativo» - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, in alto, una vista della lobby dello studio con, appesa alla parete, una serie di immagini di Bernhard e Hilla Becher, artisti e fotografi tedeschi. A destra, in basso, nel laboratorio maquette (una delle tre stanze operative insieme all’area stampa e alla materials library), modello di studio per una galleria - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Storytelling

Annabelle Selldorf: “Questo lavoro soddisfa la mia creatività”

Parla con voce calma. E sicura. È diretta, ironica; ha una naturale eleganza e serenità. Le stesse virtù che imprime nelle sue architetture: rigorosi, impeccabili, risolti organismi concepiti per funzionare da catalizzatori individuali e sociali. Possiede la speciale capacità di sintonizzarsi con la melodia della storia e di riprenderne accenti ed evocazioni. Riesce a sentire gli edifici, come se li indossasse, e a restituirne la verità attraverso un ridisegno seducente, contemporaneo, intenso. Dalle ville negli Hamptons e le penthouse di Manhattan, al palazzo-galleria d’arte di David Zwirner sulla 20esima newyorkese o le hall luminose del centro culturale di Luma Arles, fino ai volumi sostanziali di un edificio scolastico in Africa, il suo segno soave, silenzioso quanto espressivo, dà vita a spazi ricercati nelle pareti giustapposte, negli inserti materici, nelle prospettive assolute, vibranti nei dettagli attenti, nelle composizioni ritmiche dei prospetti. È a capo di uno studio di progettazione che dal 1988 estende la scala dei lavori dal masterplan all’allestimento museale ed espositivo, e anche di Vica, azienda di interior e furnishing design fondata dalla nonna a Colonia, sua città d’origine. È Annabelle Selldorf. L’architetto. La donna.

Alcuni mesi fa hai scritto un articolo sul tema della gender inequity per l’organizzazione non profit canadese New Cities. Ci sono state situazioni in cui ti sei sentita “una donna” in architettura?

Ce ne sono state molte, già a partire dagli anni della scuola, dove capitava che alcuni professori si concedessero una confidenza non richiesta con le studentesse. Nel mondo del lavoro siamo viste spesso prima come donne e poi come architetti e fino a qualche tempo fa era difficile che uomini andassero a lavorare per donne (per fortuna le cose sono un po’ cambiate). I dati parlano chiaro: solo il 25% delle laureate in architettura pratica e una minima percentuale ricopre ruoli dirigenziali. Ed è una condizione che non tocca solo questa professione, è diffusa. Poiché la gender inequity è una piaga sociale legata ad altre forme di disparità: sessuale, economica, razziale.

E come può l’architettura promuovere un miglioramento? Come, in studio, lavorate sull’uguaglianza?

Bisogna essere consapevoli e aperti, perché capire le esigenze e le diversità delle persone serve a realizzare edifici e ambienti migliori. Si deve rifuggire dagli stereotipi, compreso quello del progettista-eroe o mastro-costruttore. Il nostro modo di fare architettura è collaborativo e basato sull’ascolto e sulla ricerca delle soluzioni più corrette. In studio tutti hanno le stesse possibilità di fare carriera, il congedo di maternità/paternità è un diritto; le quote sono equilibrate... anche se, al momento, 4 dei 5 partner sono donne. E anche i project manager sono perlopiù figure femminili. Ma non è una regola.

Tuo padre era un architetto, interior e furniture designer e tua madre, artista, lavorava con lui. Quanto la famiglia ha influito sulla tua scelta professionale?

A 18 anni non ero convinta di voler diventare architetto perché sapevo che significava molto lavoro e pochi soldi, mentre a me piaceva stare con gli amici, andare a sciare, viaggiare... Ammiravo ciò che facevano i miei genitori – mi hanno insegnato a capire e amare l’arte e il progetto, influenzando inevitabilmente il mio modo di osservare il mondo – ma allo stesso tempo era importante per me crescere da sola e realizzarmi lontano dalla Germania, in un luogo – New York – che continuo oggi a considerare variegato, stimolante e intenso.

Quando hai pensato “ce l’ho fatta”?

Succederà forse nel momento in cui non ci sarò più! Non l’ho mai detto, ma ricordo che quando nel 2001 la Neue Galerie è stata inaugurata, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo, ho pensato: “ne è valsa davvero la pena”. Era stato un pro- getto complesso, che aveva richiesto un restauro importante di un edificio dei primi ’900 integrato con l’inserimento di tutti i servizi e le funzioni di un museo contemporaneo. C’ero riuscita e questo mi aveva reso orgogliosa.

Oltre alla Neue Galerie hai firmato molti progetti di spazi espositivi. I galleristi di tutto il mondo ti inseguono. Qual è la relazione tra arte e architettura?

L’architettura è la madre di tutte le arti. Ne sono certa perché credo sia istintivo e fondamentale per il genere umano cercare di costruire un ambiente in cui sia possibile vivere, nel senso più ampio della parola. L’architettura è una forma d’arte che deve soprattutto soddisfare delle esigenze e una funzione; il suo aspetto positivo, e anche il più difficile, è proprio la pragmaticità. La mia arte deve avere una finalità incentrata sul pensiero di come siamo, ci muoviamo, interagiamo... È davvero vitale e implica sempre una precisa presa di posizione, attraverso quello che si fa e il modo in cui lo si fa.

Come è cambiata NY dalle prime gallerie realizzate a Soho negli anni 90, come quella di David Zwirner?

La città è mutata come è mutato il mondo. È sempre interessante e piena di vita e ha visto l’universo dell’arte ampliarsi molto. Proprio questo è stato il grande cambiamento: oggi le gallerie operano alla scala dei musei e lavorano per gli artisti in un modo più organizzato ed efficiente; ci sono più galleristi e più persone interessate e coinvolte nel settore; a Soho gli spazi espositivi erano loft ricavati in edifici industriali mentre ora a Chelsea non solo sono in location più ampie, ma anche più specifiche. L’arte è diventata un’industria globale poiché gli strumenti di comunicazione sono mutati rispetto al passato, le informazioni viaggiano più velocemente.

Uno dei tuoi più famosi progetti, però, non ha a che fare con l’arte bensì con i rifiuti. Mi riferisco al Sunset Park Material Recovery Facility, a Brooklyn.

Una galleria e un centro per il recupero dei materiali hanno entrambi a che fare con la dimensione fisica dell’architettura, con la sua capacità di creare spazi in relazione tra loro e in dialogo con chi li vive, con il suo essere terribilmente funzionale pur facendo sentire le persone parte dell’ambiente disegnato. Ovviamente cambiano le priorità e l’ambito su cui si va a operare: più si sa di un determinato argomento, più specifica sarà la risposta. Quando abbiamo iniziato a lavorare al complesso non sapevamo molto di come funzionasse un impianto per il riciclaggio. Abbiamo dovuto studiare ed è stata un’ottima occasione per pensare al progetto in modo olistico, disegnando sì un masterplan, ma anche riflettendo su come le persone potessero usare un edificio come quello. Mi riferisco sia agli impiegati sia ai visitatori, perché lo abbiamo reso anche un luogo da visitare, per apprendere. L’aspetto più interessante è stato il cambiamento di scala: le sue dimensioni non erano certo comparabili con quelle di un museo e questo ci ha imposto un approccio mentale differente. È stato educativo.

E quali altre sfide aspettano Selldorf Architects?

Il cantiere della Frick Collection, a NY, inizierà nel 2020, anno in cui aprirà al pubblico il Museum of Contemporary Art di San Diego, di cui firmeremo l’ampliamento. La scuola di Mwabwindo, in Zambia, sarà completata a breve e accoglierà i primi studenti in primavera: un progetto molto importante perché ha dimostrato a me, e a tutto lo studio, quanto l’architettura possa davvero fare la differenza per le persone, quanto possa costruire significato.

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Una sedia realizzata con rifiuti oceanici riciclati
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