I relatori della tavola rotonda ospitata da Samsung
Storytelling

Parola d’ordine: integrazione

«Per noi fare architettura è viaggiare nel mondo», esordisce l’architetto Alfonso Femia durante la tavola rotonda organizzata da Samsung lo scorso 4 ottobre sul tema dell’integrazione tra architettura, design e tecnologia. Un confronto a più voci ospitato negli spazi di Samsung Smart Arena, l’auditorium tecnologico al pian terreno della sede milanese di Samsung. I relatori della serata hanno toccato diversi punti interrogandosi sul rapporto tra progettazione e tecnologia, quest’ultima da intendere non più come un intruso ma sempre più integrata al progetto. Come spiega il giornalista Giorgio Tartaro, che ha orchestrato la serata insieme a Nicola Leonardi, ingegnere e direttore della rivista The Plan, è in atto una vera “gentrificazione tecnologica”, c’è ancora una certa reticenza ma è sempre più sottile. Perché la tecnologia non è sovrastruttura del progetto, al contrario coinvolge tutta la filiera e gli attori del sistema. Un pensiero condiviso anche da Martino Mombrini, Direttore Marketing Divisione IT di Samsung Electronics Italia: «In passato, nell’architettura e nel design, la tecnologia era percepita come elemento estraneo. Oggi non è più così, perché la tecnologia non solo si integra con il progetto architettonico, ma semplifica ogni processo della filiera».

L’architetto genovese Alfonso Femia, che tra gli altri ha realizzato interventi per il pubblico e il privato come le Officine Grandi Riparazioni di Torino o il Palazzo del Ghiaccio a Milano, sostiene che la contaminazione sia la chiave di volta. «Per me la tecnologia è qualcosa a cui non ci può sottrarre, ma occorre trovare un equilibrio nel tempo. Perché il tempo ci dice che esistiamo. La tecnologia dovrebbe permetterci di vivere un tempo qualitativo e in modo fluido». Poi presegue: «Saremo noi a dimostrare di farne buon uso senza esserne vittime. E per farlo è fondamentale distinguere lo sviluppo dal progresso».

Dopo Femia è stata la volta dell’architetto Marco Piva, che si è concentrato sull’importanza del dialogo: «Mi identifico molto nel progettista italiano, una figura che ha la capacità di coordinare e mettere insieme parti che collaborano. La tecnologia ci consente di recuperare gli edifici e trattare spazi contenuti integrando l'ambiente interno con quello esterno». Tra i progetti dello Studio Marco Piva, che si occupa di architettura e interior design in Italia e all’estero, figurano gli interventi di ristrutturazione e ampliamento dell’Hotel Gallia di Milano e la progettazione degli hotel Tiara e Oceana a Dubai.

Per Roberto Mancini, Managing Director di FOR, società specializzata in servizi per l'architettura e l'ingegneria, la tecnologia «nasce per semplificare i processi. E in questo contesto l’ingegneria deve essere pensata al servizio della qualità, perché l’evoluzione è rapida e la vita delle proposte tecnologiche diventa sempre più breve». Mentre Eros Ghezzi di Videoworks, società che opera nel settore dell'audio e video, della domotica e dell’intrattenimento, fornisce un dato utile a capire la portata tecnologica nel quotidiano: «Da oggi al 2020 sono previsti 20 miliardi di dispositivi connessi. Pensiamo ai giovani d’oggi, ai cosiddetti millenials, per loro la tecnologia è qualcosa di scontato. E così il concetto di casa, così quello come l’ufficio, cambia, non è più quello di una volta».

L’incontro si è concluso con una domanda aperta di Nicola Leonardi: «Dieci anni fa eravamo semplici utenti e oggi il nostro ruolo è cambiato, siamo business partner. Questo perché il progetto è sempre più dell’architetto e dei vari consulenti. Allora viene da chiedersi: cosa è che non funziona? E cosa c’è da migliorare?». Le risposte sono molteplici ma la direzione sembra univoca. «Manca fortemente il progetto come dimensione culturale», dice Femia. «Il progetto è cultura dell’integrazione», aggiunge Piva. Mentre per Roberto Mancini «oggi manca ancora una figura di committenza, che poi è il motore di nuovi progetti». Più sintetico Eros Ghezzi, ma in linea con gli interventi precedenti, conclude: «Serve cultura e sinergia».

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