Sotto la scritta al neon De te fabula narratur, Arno Brandlhuber e il team del suo studio, aperto nel 2006 nel cuore del Mitte di Berlino - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Lo studio, un open space diviso da tende, si trova al terzo piano di un edificio progettato dallo stesso Brandlhuber. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
La scala di accesso. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
La circolazione dell’edificio è affidata interamente alla scala esterna che collega i diversi piani, permettendo di avere spazi interni più grandi - Credits: Ph. Jeremy Liebman
L’area modelli, dove si mettono in pratica, con prototipi realizzati in diversi materiali (dalla stampa 3D al cemento), ricerche e commissioni. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, il modello della torre San Gimignano Lichtenberg (2012); a destra, il modello del sito di progetto per la collezione d’arte Siedle a Furtwangen. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
l’ingresso si trova a un livello leggermente più basso rispetto al resto dello studio, poichè i solai dell’edificio progettato da Arno Brandlhuber sono allineati ai solai dei due edifici adiacenti: un dislivello che si legge anche sulla facciata, in questa pagina, di policarbonato bianco. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
La facciata dell'edificio. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Storytelling

A Berlino nello studio di Arno Brandlhuber

Se questo fosse lo script per un film, inizierebbe con flash di immagini in sequenza ritmata: è il Primo Maggio e Berlino è immersa in un silenzio surreale interrotto soltanto dalle sirene della polizia. Da una parte i festeggiamenti in un affollato Kreuzberg, dall’altra il Mitte quasi deserto. E ancora, vociare e musica techno liberata da sound system ammassati in strada. Silenzio e serrande abbassate. Poi, nero. A seguire l’inquadratura si concentra su una linea luminosa le cui curve, un po’ incerte, disegnano la scritta “De te fabula narratur”. Non è un caso se questa citazione sia posizionata all’ingresso dello studio di Arno Brandlhuber, monito per chiunque varchi la soglia dell’open space progettato dallo stesso architetto tedesco, perché in quel luogo si sta parlando di noi e della necessità di urlare la nostra presenza, il nostro essere, in antitesi all’assopimento – o rassegnazione – di un giorno di festa. È lì anche a rimarcare la consapevolezza che ogni architetto dovrebbe avere all’interno della società; quella consapevolezza che ha portato l’architetto e urbanista, attivo dal 1992, a capire che l’architettura da sola non può rispondere a tutte le questioni, ma ha bisogno di un plus. Lo stesso che ha aggiunto al nome del suo studio aperto nel 2006 (Brandlhuber+), a sottolineare come il dialogo, la contaminazione con altri mondi e discipline porti all’arricchimento e al raggiungimento di obiettivi oltre le aspettative. È per questo che Arno Brandlhuber non si lascia ritrarre da solo, ma accompagnato dal suo team; così come nell’insegnamento (attualmente all’Eth di Zurigo) e in questa intervista condivide il pensiero e le parole con Olaf Grawert. Se da una parte quel “più” è un memorandum per le sue oltre 80 collaborazioni con artisti, musicisti e progettisti, dall’altra rammenta a chi modella la nostra società, con regolamentazioni e legislature, che un progettista non si ferma al solo disegno di un edificio, ma sa indagare aspetti molto più complessi e profondi.

La nostra conversazione non può che iniziare da quella citazione, che campeggia e illumina le nostre teste, estratta da uno dei testi più conosciuti (dopo la Bibbia): «Nella prima edizione della versione tedesca de Il Capitale di Karl Marx, mancava il te», spiega Arno. «Un errore voluto: anche se il filosofo narrava della situazione della classe operaia inglese, voleva far intendere ai tedeschi che quella in realtà era la storia di tutti. Il lavoro, la casa, la proprietà sono questioni che toccano ognuno di noi, alla stessa maniera, anche in sistemi economici dif- ferenti. Una storia che oggi spetta a noi raccontare».

È quello che fai con la serie dei tre film realizzati con il regista Christopher Roth. In The Property Drama indaghi il significato di “possesso di un territorio”. Nella società della sharing economy, è ancora necessario essere proprietari di qualcosa?

AB Non ci serve possedere nulla, abbiamo solo bisogno di una casa, una stanza da letto e un bagno. Insomma uno spazio dove vivere. Esistono differenti modi per creare la sicurezza di una casa, come i contratti di locazione, nei quali puoi abitare uno spazio ma non possederlo. Una volta scaduto potresti estendere la locazione o comprare l’edificio. Ma il fatto di esserne proprietario non ti farebbe vincitore nella battaglia della speculazione. Se ci pensi, sono pochissimi coloro i quali possono speculare sul terreno, e questo crea uno squilibrio, escludendo gran parte della popolazione da quel mercato.

OG La classe media non è in grado di competere in questo commercio di compra/vendita e proprietà di terreni. È una questione trattata sia nella serie di film presentati alla scorsa Biennale di Chicago sia nel numero della rivista Arch+, The Property Issue, dedicata alla nostra ricerca, dove è emerso che il suolo è un bene illimitato e non dovrebbe essere merce di scambio, come l’aria e l’acqua. Attualmente, invece, è un bene sul quale si specula, senza remore. Così come la sharing economy: non è altro che un’altra faccia del capitalismo.

AB La condivisione nasce dalla voglia di sentirsi parte di una comunità, oggi è solo un nuovo metodo di guadagno.

Insomma, siamo esclusi da ogni gioco, anche se nel primo film, Legislating Architecture, emerge una speranza: nonostante le regole è possibile ottenere risultati al di fuori degli schemi, in un “dittico” tra regola e libertà. Non c’è uno senza l’altro...

AB Ho la sensazione che gli architetti si lamentino troppo, dando la colpa a leggi capaci di rovinare il disegno del loro operato. La nostra pratica si basa su norme, regole e vincoli. È come in una partita a scacchi, bisogna imparare a giocare e non solo a vincere. Imparato il gioco puoi creare le tue regole. Per esempio, qui a Berlino il suolo pubblico era stato messo in vendita a privati, togliendo l’opportunità di realizzare asili nido, scuole e progetti di edilizia popolare. A ridosso delle elezioni abbiamo fatto una campagna contro questa pratica, e oggi non è più attuabile. Si possono perciò proporre nuovi codici e leggi e cambiare lo stato delle cose. Si tratta del nostro futuro.

Un architetto può essere un buon politico?

AB Assolutamente! Le attuali classi politiche sono piene di avvocati, insegnanti, si può fare affidamento anche sugli architetti. Il percorso per entrare nel dibattito pubblico è piuttosto lungo, ma ogni architetto dovrebbe essere consapevole delle questioni che riguardano la società. Se lavori nello spazio pubblico, poi, sei già un politico, perché puoi creare un certo tipo di benessere generando nuove visioni. L’architetto, d’altronde, ha la grande capacità di ideare immagini dal nulla.

Se dovessi “scendere in campo”, quale sarebbe il colore del tuo partito?

AB Rosè! (ride) Nel 2012 abbiamo fatto una campagna che si basava sulla comunicazione intrinseca del colore politico. Per sei settimane, prima delle elezioni, abbiamo chiesto ai partiti una risposta rispetto alla questione del suolo pubblico. Tutti hanno ipotizzato possibilità, nessuno ha preso una posizione. Per rappresentare quest’indifferenza abbiamo deciso di mescolare i codici colore dei partiti. Il risultato? Un bel marrone.

OG RGB 165/96/36 CMYK 14/40/80/20 è un progetto di ricerca sfociato in un oggetto tangibile; spesso accade che progetti concreti diventino pura teoria. La parola “dittico” definisce alla perfezione il nostro approccio: è un questione di interazione continua tra le parti.

Con influenze da molte discipline, ma soprattutto dal mondo dell’arte. Il tema del suolo pubblico, per esempio, rimanda a Reality Properties: Fake Estates (1973), opera che vede Gordon Matta Clark proprietario di 55 spazi interstiziali di New York.

AB Il vuoto è una tematica che trattiamo spesso. Con Option Lots (2010) abbiamo mappato gli spazi di risulta presenti qui al Mitte, derivati dalla costruzione “poco ragionata” di caseggiati popolari di forma rettangolare. Ora, il passo successivo è convincere i proprietari dei lotti a utilizzare questi vuoti a forma di “fette di torta” per attività condivise: una grande cucina per ospitare feste o spazi per il lavoro. In questo modo le case potrebbero essere più piccole, di conseguenza l’affitto più basso, e si tornerebbe a vivere la comunità.

Siamo pronti alla condivisione senza secondi fini?

OG Non possiamo assicurare il funzionamento perfetto delle nostre ricerche. Option Lots è un programma destinato a suscitare dibattito, dalle università fino alle società immobiliari, che dovrebbero capire le potenzialità di uno schema capace di crescere e migliorare di pari passo con chi abita gli edifici.

AB L’idea di famiglia è in evoluzione ed è molto più complessa di come la disegniamo. Ogni volta che si progetta un nuovo complesso residenziale si parte dal nucleo “base”: padre, madre e due figli. A Berlino meno del 50% dei bambini ha questa situazione familiare perché i genitori divorziano, si sposano di nuovo, cambiano casa.

Qual è il ruolo dell’architettura in questo scenario?

AB Gli architetti devono prevedere un nuovo tipo di società, e quindi di casa. Anche il lavoro sta generando nuove regole sociali e spaziali. Ti sarà capitato di lavorare in cucina... è difficile, vero?! Mangi e lavori sullo stesso tavolo, sei distratto dal disordine, ma non hai alternative perché non vuoi pagare un altro affitto. Una soluzione potrebbe essere quella di progettare due livelli, uno pubblico e uno privato, o creare ingressi indipendenti a stanze che non dovrebbero più avere una funzione specifica, ma essere spazi da abitare il giorno o la notte.

OG Il progetto VierRichtungsModule mette in pratica queste teorie: edifici residenziali dove il modulo abitativo combina spazi di lavoro a quelli privati, ma grazie un sistema di scale esterne sono completamente indipendenti.

AB E non hai corridoi! Di solito più del 20% dei metri quadrati di una casa è dedicato alla circolazione, spazio che può essere utilizzato in altro modo, se sai come giocare con le regole.

Come nel progetto di questo edificio, che ha solo scale esterne. O la doppia porta del vostro bagno...

AB Normalmente devi avere un anti-bagno per evitare che si sentano i rumori. Qui, abbiamo progettato un anti-bagno profondo solo 20 centimetri, mantenendo le due porte.

Di nuovo, avere i limiti e saperli sfruttare a proprio favore: il progetto Rachel, guest house di Antivilla, è un altro esempio lampante di questa reciprocità.

AB Esatto! In quel caso, se avessimo demolito anche un solo muro, non avremmo ottenuto il permesso per costruire nuovamente. Perciò, insieme a un gruppo di studenti abbiamo realizzato delle “ingessature” di cemento attorno ai tre muri perimetrali, poi abbattuti, della futura guest house. Il risultato è un edificio completamente nuovo, ma con il segno indelebile del suo passato: il lavoro che si svolgeva al suo interno è impresso in negativo sulle pareti della nuova casa. Ed è la stessa architettura a ricordarlo. Il lavoro è da sempre relazionato alla nostra cultura e gli edifici sono testimonianza diretta di questo legame. Pensa alle ex aree industriali: non possiamo far finta che in quegli spazi non sia mai successo nulla. L’architettura ha il compito di raccontare questo connubio che delinea i caratteri fondamentali della nostra identità.

OG Senza aver paura di distinguere tra buoni e cattivi ricordi.

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