Credits: Ph. Nicola Favaron - Set design di Greta Cevenini
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Storytelling

Atelier Biagetti, tra performance e design

In uno spaziotempo X, sospeso in un limbo di sovrapposizioni oniriche, un catalogo di caratteri prelevati alla più stereotipabile contemporaneità abita la scena: hostess, body builder, infermiera, insieme, in un interno eccitato e artificiale in cui la temporalità intreccia. Strati di mondanità si accavallano, convivono in un brodo primordiale di citazioni solitarie, come accade oggi, nel più sofisticato svuotamento di significato della nozione di senso, di tempo, di presente. Gli oggetti (e i soggetti) in scena sono tutti artefatti di Laura Baldassari e Alberto Biagetti, alias Atelier Biagetti, il cui lavoro recente ha dichiarato un cambio di rotta di quello che oggi definiamo progetto. L’hanno raccontato attraverso la Biagetti Trilogy – curata da Maria Cristina Didero e composta da tre atti su tre anni – che metteva in discussione i miti del nostro tempo attraverso un’ascesi che partiva dal corpo e dal culto della forma fisica (Body Building, 2015), passava attraverso i tabù della mente, che si scioglievano in una dimensione erotica rarefatta in un’epoca dove la libido
è considerata business – e la sua comprovata assenza è considerata una patologia – (
No Sex, 2016), per arriva- re al massimo della trasgressione nel far coincidere il sacro, Dio, con il più dissacrante desiderio di onnipoten- za, il denaro (God, 2017). Ogni atto corrispondeva a una collezione di oggetti, presentati attraverso performance pensate ad hoc che attivavano spazio e significato della scena. Da body builder che elevavano lo spazio gym a paradiso del corpo, a una coppia di dottoresse sci-fi con camici in lattice cipria che accompagnavano lo spettatore nello spazio dilatato e sospeso di No Sex (mentre al di fuori uno squadrone di infermiere in camice bianco eseguiva sequenze da parata militare); fino alle hostess di God, da cui acquistare, al momento e con carta di credito, un biglietto-lingotto per vincere una vacanza alle Isole Cayman, paradiso (fiscale) per eccellenza. Ogni atto corrispondeva a una bolla esperienziale – diserzione da una realtà esterna così diversa da come avevamo immaginato – che immergeva i fortunati in altrove esotici, alla ricerca di vie di fuga da una civiltà di convenzioni e simulacri, sebbene utilizzandone gli stessi codici estetici.

Per capire gli artefatti è necessario, nel caso Atelier Biagetti, introdurre il concetto di “artefare”, ovvero il procedimento mentale e progettuale che presiede l’artefatto (come raccontava Francesca Alinovi in Affetti Artificiali, il titolo di un testo introduttivo in uno dei tre volumi della mostra dal titolo Conseguenze impreviste. Arte, moda design: ipotesi di una nuova creatività in Italia, tenutasi a Prato tra il 1982 e il 1983). L’artefare formula la possibilità di un processo autofondato, autonomo rispetto alle leggi di Natura, ma non per questo meno umano. Anzi, l’artificialità del pensiero conferma l’umanità della natura umana. E l’artificio (leggi oggetto e scena) raggiunge le conseguenze più inaspettate quando, dopo aver esteso le percezioni sensoriali dell’uomo, e creato oggetti sintetici preferibili a quelli veri, arriva a riprodurre, dilatandole, le facoltà della sua mente, vale a dire gli stessi tratti distintivi caratteristici della sua umanità. La ricerca di possibili vie di fuga ha sempre corrisposto a una riscrizione di codici formali, prevedendo delle sovrapposizioni nell’utilizzo di formati altri, in questo caso l’aspetto performativo del progetto: se nel design è stato una costante sin dagli inizi del design radicale, va notato che negli anni 80 la creazione diventa meno politica, meno ideologica e più aperta alla soggettività analitica, patologica, esistenziale, come suggeriscono Giuseppe Bartolucci e Franco Quadri a proposito della “nuova spettacolarità” del teatro sperimentale. Citazione, montaggio di materiali, gioco con l’immaginario mediatico diventano i procedimenti, mentre il corpo incarna la destrutturazione del sistema attraverso l’alienazione del gesto e della sceneggiatura. In questa fase la sperimentazione agiva sulla contaminazione dei linguaggi e, nel tentativo di riformulare il proprio vocabolario, si cercavano metalinguaggi affini: pochi ricordano che il gruppo fiorentino Magazzini Criminali di Sandro Lombardi collaborò con Studio Alchimia in più occasioni, disegnando le scene di Crollo Nervoso (1980), spettacolo dall’immediato successo internazionale. Pochi sanno che quella collaborazione venne ripagata con la loro performance per il lancio de Il Mobile Infinito, organizzato da Studio Alchimia nel cortile della Facoltà di Architettura, Politecnico di Milano, il 18 settembre 1981, lo stesso giorno in cui inaugurava la Memphis di Ettore Sottsass. Sull’operazione co-diretta da Alessandro Guerriero (fondatore di Alchimia, 1976) si dirà: “È chiaro che Il Mobile Infinito non è proprio affatto un mobile, ma è un’allegoria, un ex-voto, una metafora per altri problemi”. E ancora, dal manifesto teorico di Alchimia (uscito postumo nel 1984), si leggerà che l’unico fondamento del gruppo era l’indagine dei grandi spazi liberi esistenti fra le discipline che, come grandi vuoti, potevano ancora essere esplorati.

Guerriero figura anche come unico mentore di Alberto Biagetti, tra i pochi delle nuova generazione di progettisti ad aver vissuto da vicino e da bambino questo cambio di direzione nel design – il padre Raffaello fondò il Museo dell’Arredo Contemporaneo, progettato da Ettore Sottsass a metà degli anni 80 a Ravenna. È anche tra i pochi ad aver esplorato quei vuoti di cui si diceva, muovendosi come un radical nell’underground milanese tra fine 90 e inizio Millennio. La performance accompagnava sempre il suo progetto, come in Room 666, all’Hotel Madison di Milano (aprile 2002), dove in una stanza aveva luogo “avanspettacolo horror-romantico di pittura e design”, o tre anni più tardi in Design Mattanza al Cox18. In un caso o nell’altro, si trattava sempre di psycho-storie dal sapore ballardiano. L’incontro con Laura Baldassari non fa che formalizzare tutto ciò che le alchimie precedenti tentavano di provocare. Nutre quel progetto di caratteri fondamentali e unici per la sua riuscita: Laura, per natura performer, si forma come pittrice e cantante d’opera su repertorio di bel canto italiano e di musica contemporanea, con partiture di compositori come Giacinto Scelsi, Luciano Berio, Aldo Clementi, Kaija Saariaho e Marco Tutino. Lavora con registi come Pier Luigi Pizzi, Cristina Mazzavillani Muti, Stefania Panighini, sviluppando interesse verso la dimensione interpretativa e scenica del teatro d’opera musicale, fino a quello più sperimentale e alla performance. Utilizza corpo e voce come mezzo per creare spazio. «Il canto è voce che di- venta pittura», racconta anticipando Karaoke, la performance alla galleria Studiolo curata da Maria Chiara Valacchi cui sta lavorando e che lancerà il mese prossimo, «Penetra nel pubblico, e diventa uno spazio scultoreo».

E lascia intendere che dunque il pubblico in tutto ciò è fondamentale, è parte irrinunciabile di quella “scultura”. Come lo è stato nella Biagetti Trilogy, in uno strano cortocircuito provocato dalle performance, dove gli attori si camuffano, e il pubblico invece è sempre nudo... messo a nudo da momenti che si fanno aggregatori delle allucinazioni, degli incanti e degli abissi presenti nella nostra mente. Si potrebbe rivedere in tutto questo l’epilogo del controdesign degli anni 80, dentro cui Alessandro Mendini narrava della profondità della superficie come “il recupero di un nuovo umanesimo raggiunto attraverso il dilettantismo, per il quale l’uomo futuro potrebbe essere specializzato” (Mendini, 1982). E si potrebbe dire che quell’uomo del futuro corrisponde al messo a nudo da Atelier Biagetti, materializzando percezioni psicologiche nella forma di oggetti d’uso che insistono sullo scenario complessivo dell’universo abitativo come conseguenza e collettore delle nostre esistenze. Solo dopo aver trovato posto in quel mondo di diletto universale e trasversale, ognuno di loro compie qualche lavoro: sedia, tavolo, letto, poltrona, libreria. E sotto forma di artefatti compongono un interno psicanalitico in cui gli autori, come psicanalisti, con grazia attivano scene dentro cui colmare il nostro inspiegabile senso di solitudine.

NB. Il servizio fotografico, a sostegno del testo, va inteso come Doppelgänger della Biagetti Trilogy: la produzione ha intenzionalmente fatto collidere nella scena personaggi e artefatti che appartengono in origine ai tre diversi atti del progetto, sviluppato nell’arco di tre anni. Mentre gli autori, questa volta nel ruolo di se stessi, compaiono nell’arrangia- mento del backstage. Nella foto di apertura, a sinistra, la poltrona Betsy è una delle cinque nuove sedute che Atelier Biagetti presenterà al Salone del Mobile 2018 per Disco Gufram: una linea dai colori cangianti che reinterpreta l’imbottito della discoteca anni 70, focus del brand per questa Design Week.

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