Tabouret, il primo progetto di atelier oï per Louis Vuitton (2012) - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Aurel Aebi e Armand Louis in studio; in primo piano, la lampada Moïtel (2009) e sullo sfondo il lago di Bienna. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
L’ex motel trasformato dagli atelier oï e rinominato Moïtel ha inaugurato il 25 settembre 2009 completo di uffici, studio fotografico, laboratorio prototipi, “matériautèque” e due stanze per gli ospiti. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Aurel Aebi e Armand Louis posano dietro al tavolo Mille et une feuilles (2001) e alle maquette dei vasi in vetro e pelle per il nuovo progetto Objets Nomades di Louis Vuitton. Il nome del collettivo è estratto dal termine russo “tr(oï)ka”. L’atelier oï lavora a ogni scala di progetto: dal product design all’architettura (sta completando la realizzazione di un hotel a Kyoto). - Credits: Ph. Mattia Balsamini
I nuovi oggetti décor per la collezione Objets Nomades di Louis Vuitton: cuscino, fiori in pelle e vasi dedicati al tema del viaggio (sono stati presentati a Palazzo Bocconi durante il Salone del Mobile 2018). Una mostra dedicata al lavoro di atelier oï dal titolo Oïphorie è in corso fino al 30 settembre al Museum für Gestaltung di Zurigo, accompagnata dal volume How life unfolds (Lars Müller Publishers). - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

atelier oï: la nostra regola aurea? Pensare con le mani

Il campanello sul bancone della reception è rimasto lì, a ricordare quando l’edificio era un motel vista lago. Di tanto in tanto ancora l’insegna luminosa sul tetto si accende di rosso, ma ha preso una “i”: “MOÏTEL”. Oggi è la “casa” formicolante e ordinata a La Neuveville, in Svizzera, di atelier oï, il collettivo multidisciplinare fondato nel 1991 da Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond. Per Pierre Keller, ex direttore dell’Ecal, si tratta di geniali coreografi: li ha proclamati “i tre moschettieri dell’architettura e del design”.

Loro sembrano prediligere il paragone con un trio jazz, descrivendo il processo creativo come la composizione di una sinfonia. «Patrick è analitico, l’intellettuale del gruppo, Aurel è l’imprenditore, senza di lui non avremmo avuto lo slancio per ingrandirci così, e io», racconta Armand, «Ho un approccio più fisico. Quando viene sera devo aver schizzato, costruito qualcosa o mi prudono le mani». Alle otto di mattina il Moïtel è in attività: lungo il corridoio s’aprono spazi di lavoro (ancora contrassegnati dai numeri delle camere) e vetrine dov’è il display dei progetti in corso e quelli realizzati. «La convivenza con il proprio design è importante per evitare l’effetto karaoke, cioè la tendenza a rifare qualcosa che magari si è visto su una rivista», commenta Aurel. All’appello manca solo Patrick, partito per il Giappone, dove una collaborazione con la Prefettura di Gifu e le sue tradizioni manifatturiere, da quattro anni li porta periodicamente verso il Sol Levante. In compenso è rimasto quel che Armand chiama «Il piccolo museo di Patrick» – una raccolta di pezzi di cultura materiale nipponica tra cui spicca un modello in scala reale di ramen; «Lui ha trovato in Oriente la capacità di ascolto e il rispetto che si sono persi da noi».

Sul tavolo di Armand si vedono gli schizzi del nuovo progetto per Louis Vuitton, con cui la felice collaborazione è iniziata nel 2012 nell’ambito degli Objets Nomades, collezione di arredi ispirati al viaggio, che per il Salone del Mobile s’arricchisce con elementi di décor. «Oggi non si viaggia più, ci si sposta: se devo andare da Zurigo a San Paolo mi faccio trasportare dall’aereo, è annullata l’esperienza stessa di viaggio», riflette Aurel. «Lo spirito dei Nomades “nobile” del pellame e il suo rovescio sono egualmente visibili: «Usando la pelle senza doppiarla e cucirla ne abbiamo svelato la quintessenza». “Pensare con le mani” è l’espressione con cui indicano un approccio sensibile che dialoga con “L’intelligenza della materia”, per atelier oï il cuore pulsante di ogni progetto. “Form follows emotion” è un altro slogan con cui sdoganano la progettualità dai vincoli dell’ovvietà. Sono designer raffinati (B&B Italia, Foscarini, Venini), architetti che accostano ordine e natura (la fabbrica Jaquet Droz), scenografi con il dono  della leggerezza (allestimenti per diversi brand del lusso). Segni d’aria e d’acqua: «Forse in una vita precedente eravamo uccelli», suggerisce Armand, che cominciò la sua carriera costruendo barche. D’altra parte tutto ruota attorno a un lago, in un sito di frontiera – dietro hanno le montagne del Giura e in pochi metri dalla lingua francese si passa alla tedesca – come le discipline che attraversano. A domanda rispondono, facendo scivolare i nomi di altre località dove potrebbero trasferirsi. Come se potesse essere realmente una possibilità.

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