La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Vue d’exposition au Frac Centre-Val de Loire - Credits: Foto: Martin Argyroglo
La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Paysage L’architecture comme animal mutant (Commissariat : Hernan Diaz Alonso) Vue d’exposition au Frac Centre-Val de Loire - Credits: Foto: Martin Argyroglo
La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Vue d’exposition au Frac Centre-Val de Loire - Credits: Foto: Martin Argyroglo © Santiago Borja
La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Vue de l’installation au Jardin de l’Évêché - Credits: Foto: Martin Argyroglo
La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Paysage L’étrangère sur Terre (Commissariat : Nora Akawi) Vue de l’installation Rue Jeanne-d’Arc - Credits: Foto: Martin Argyroglo
La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Exposition Quand les attitudes deviennent résistance . Vue d’exposition à la Collégiale Saint-Pierre-le-Puellier - Credits: Foto: Martin Argyroglo
La Biennale d’Architecture d’Orléans #2 nos années de solitude Exposition Quand les attitudes deviennent résistance . Vue d’exposition à la Collégiale Saint-Pierre-le-Puellier - Credits: Foto: Martin Argyroglo
Storytelling

La Biennale Architettura di Orléans: un racconto

«C’è una sola regola per una biennale: che avvenga ogni due anni. La forza del termine risiede nella sua ambiguità. Tutto il resto e lecito». Se seguiamo la definizione data dal critico canadese Brendan Cormier allora non c’è da stupirsi dell’originalità della #2 Biennale Architecture Orléans rispetto alle manifestazioni che ogni anno affollano il calendario di appassionati d’architettura e addetti ai lavori.

Se questi eventi solitamente hanno come protagonisti le archistar contemporanee, quella organizzata dal Museo FRAC di Orléans, aperta fino al 19 gennaio 2020, ha come centro il suo archivio storico, che è la terza collezione di architettura più grande al mondo.

A partire da questo patrimonio i curatori Luca Galofaro e Abdelkader Damani costruiscono un palinsesto molto ricco di mostre e installazioni distribuite in 11 location sparse in tutta la città, coinvolgendo la visione e l’esperienza di altri sei curatori associati – Nora Akawi, Hernan Diaz Alonso, Cornelia Escher, Frida Escobedo & iii, Pierre Frey e Davide Sacconi – e un’altra importante istituzione culturale come il MAXXI di Roma, che ha prestato alcuni pezzi pregiati della sua collezione per creare un dialogo con le opere del FRAC.

«Una mostra di architettura non deve solo presentare i migliori lavori del momento, ma può anche creare delle connessioni tra tempi diversi. Negli archivi è custodito molto di più rispetto a quello che ci narrano gli edifici, in quanto troviamo stratificato il pensiero degli autori», ci racconta Luca Galofaro.

Il tema generale della Biennale è Years of Solitude, che secondo l’architetto e curatore romano «è arrivato attraverso un’intuizione, ma non vuole dimostrare una tesi. Questo concetto crea diversi livelli di lettura che volutamente lasciano il significando incompleto, per cui è il visitatore che deve arricchirlo con la sua interpretazione», Il titolo è un ovvio tributo a Gabriel Garcia Marquez, il cui capolavoro Cent’anni di solitudine per Galofaro è «un libro di architettura che ti descrive un modo di costruire una città».

Date le interpretazioni (fortunatamente) molto diverse, quello che risalta di più nelle varie mostre è l’approccio curatoriale che crea intelligenti associazioni, rimandi e conflitti tra passato, presente e futuro. Troviamo l’accostamento tra architetti del Novecento come Costantino Dardi (1936-1991), che disegnò il Museo immaginario per Giorgio De Chirico, e artisti contemporanei come Karen Lohrmann e Stefano de Martino, con il loro progetto Waiting Land. Se il primo dispone una serie di colonne in un parco per rappresentare il pensiero metafisico del pittore, per i secondi le colonne sono l’emblema del paesaggio incompleto e abusivo di molte città italiane.

Usare l’archivio non significa però solo attingere dalla memoria del passato, ma anche scrivere o riscrivere storie nuove. Ad esempio, una delle mostre della biennale, intitolata My creations will speak for me, è sfruttata dal museo come un’occasione per iniziare uno studio e raccogliere materiale inedito sull’architetto francese Fernard Pouillon (1912-1986). «Questa è un dialogo tra il curatore Pierre Frey, che ha dato la linea di ricerca sull’autore, il designer Bernard Gachet, che ha ridisegnato edifici e dettagli della sua architettura, e la fotografa Daphne Bengoa, che racconta l’immaginario urbano di Algeri, in cui si trovano i suoi principali edifici», dice Galofaro

Creando questo dialogo tra passato e futuro, la Biennale diventa un condensatore di situazioni che il museo potrà poi sviluppare nel corso di due anni di programmazione. Molti degli architetti (vivi) in mostra, continuano infatti la collaborazione con l’istituzione con altri progetti.

La stessa collaborazione tra Luca Garofalo e il direttore del museo Abdelkader Damani non è improvvisata, ma è l’ultima parte di un percorso lungo. L’architetto e curatore romano racconta: «il mio lavoro con il FRAC inizia tanti anni fa. Il museo ha acquisito alcuni dei miei progetti già nel 2000 e qui ho realizzato la prima monografica del mio studio Ian+. Diciamo quindi che ho una certa familiarità con l’archivio, che considero un punto di riferimento sia perché è parte della mia carriera sia in quanto è stato per me un motivo di studio».

Come tutti sappiamo le biennali sono delle mostre spesso organizzate di fretta e con budget ridotti, mentre qui l’organizzazione e l’affiatamento tra i curatori fanno in modo che la Biennale sia estremamente fertile e curata in ogni particolare: le luci, le didascalie, la distanza tra le opere, la loro composizione…

Un esempio della profondità di ogni dettaglio della Biennale ce lo dà l’opera che apre la mostra, ovvero una piccola fotografia di Daphné Bengoa, intitolata La jetée. Questo è un sottile rimando a un cortometraggio diretto da Chris Marker nel 1962, in cui una macchina del tempo è capace di trasportare la mente di uomo dal futuro al passato e viceversa. Come succede nella biennale, per l’esperimento compiuto sul protagonista della pellicola «le immagini appaiono e si mescolano, in quel museo che forse è quello della sua memoria».