Padiglione Centrale Giardini - Credits: Ph. Francesco Galli - Courtesy of La Biennale di Venezia
Storytelling

Cosa vedere alla Biennale d’Arte di Venezia

May You Live in Interesting Times è il titolo-tema della 58ma edizione della Biennale di Venezia scelto dal curatore Ralph Rugoff che, servendosi di questa formula augurale e ambigua, invita il pubblico a riflettere attraverso il lavoro degli artisti la molteplicità e contraddittorietà dei punti di vista che innervano il nostro presente. Circa ottanta gli artisti selezionati che mostreranno le loro opere contemporaneamente nelle due sedi del Padiglione Centrale e dell’Arsenale, mentre aumenta sempre di più il numero delle partecipazioni nazionali, con l’esordio dei padiglioni di paesi come Algeria, Ghana, Madagascar e Pakistan. Abbiamo chiesto a dieci osservatori d’eccellenza, critici, artisti e curatori, di raccontarci il loro punto di vista, tra previsioni e consigli su cosa non farsi sfuggire in questa Biennale.

Da sinistra, Roberta Tenconi, Massimiliano Gioni, Laure Prouvost, Milovan Farronato - Credits: Illustrazione di Lorenzo Gritti
Da sinistra, Cecilia Alemani, Andrea Lissoni, Charlotte Prodger, Francesco Bonami - Credits: Illustrazione di Lorenzo Gritti
A sinistra, Alessandro Rabottini; a destra, Eva Fabbris - Credits: Illustrazione di Lorenzo Gritti

Roberta Tenconi - Curator Pirelli HangarBicocca

La Biennale rappresenta per gli artisti un’esperienza irripetibile che permette loro di sperimentare e al pubblico di esplorare paesaggi sconosciuti e rimanerne sorpresi. Giorgio Andreotta Calò, ad esempio, per la sua partecipazione nel 2011 fece una scelta coraggiosa presentando un’opera quasi invisibile, che molti nemmeno notarono; mentre per il Padiglione Italia del 2017 lavorò su una scala e un impatto visivo totalmente diversi. C’è molta aspettativa per questa edizione, a partire dal titolo che inerisce il significato della nostra vita, e poi anche, personalmente, per la presenza di artiste con cui ho avuto il piacere di lavorare, come Laure Prouvost che rappresenterà la Francia, e Leonor Antunes il Portogallo. Fu proprio l’opera che Leonor espose all’Arsenale nel 2017 che ha dato l’avvio alla ricerca su Franca Helg, al centro della sua personale in Pirelli HangarBicocca.

Massimiliano Gioni - Curator New Museum Di New York, Artistic Director Fondazione Nicola Trussardi

Nella mia Biennale del 2015 avevo cercato di evitare le forme di spettacolarizzazione tipiche della cultura digitale e della mania delle opere d’arte interattive. Per certi versi era una mostra tradizionale, in cui tornavano spazi intimi come quelli del disegno, del libro, spazi di concentrazione e ossessione. Certo, speravo ci fossero tante immagini memorabili, ma non avevo pensato a una mostra appetibile per i social media. Questa forse è una delle sfide più grandi per i musei e le mostre oggi: come trovare un equilibrio tra concentrazione e dispersione, tra comunicazione e contemplazione. Nella lista di Ralph Rugoff ci sono molti amici e compagni di generazione e di mostre recenti, quindi sono curioso di scoprire le opere di Alex Da Corte, Kaari Upson, Andra Ursuta, Khalil Joseph, Cyprien Gaillard, Ed Atkins, Carol Bove, Apichatpong Weerasethakul, Danh Vo e molti altri.

Cecilia Alemani - Director High Line Art New York Curator Italian Pavilion 2017

I padiglioni nazionali sono ciò che rende la Biennale di Venezia unica al mondo. Per alcuni sono desueti in un panorama dell’arte dove confini e nazionalità non hanno più grande valore; per altri sono un modo di avere un’istantanea su ciò che succede in paesi al di fuori dei circuiti artistici più conosciuti. Per me si tratta di una pluralità di voci e di modalità artistiche che creano una rete di connessioni unica al mondo.

Negli ultimi anni il curatore è diventato molto più attento al pubblico, alle sue necessità, trovando modalità e occasioni per coinvolgerlo in forme più attive, sia con opere che sono partecipatorie, sia con strumenti educazionali come conferenze o attraverso i social media. Sono curiosa di vedere il padiglione del Ghana, perché è la prima volta che questa nazione ha un padiglione nazionale e perché sono tutti artisti che ammiro tra cui John Akomfrah, El Anatsui, Ibrahim Mahama e Lynette Yiadom-Boakye.

Andrea Lissoni - Senior Curator International Art (Film) Tate Modern

Quello del Padiglione Tedesco è sempre il punto di osservazione più rilevante: nel corso degli anni ho potuto constatare che c’è una consapevolezza nel rappresentare la posizione culturale che il paese esprime, e questo viene fatto ogni volta in modo straordinario. In tempi relativamente recenti penso all’opera di Hito Steyerl: il modo in cui era contestualizzata l’idea di immagine in movimento in quel padiglione fu abbastanza formidabile. E da lì muovendo in avanti con Anne Imhof nel 2017, fino a quest’anno con il lavoro di Natascha Süder Happelmann: sono tre movimenti estremamente toccanti perché riguardano sia il passato che forme di ricerca estremamente contemporanee e ingaggiate profondamente con il pensiero critico e con le direzioni anche contraddittorie che l’arte sta prendendo.

Charlotte Prodger - Artist Scottish Pavilion Winner Turner Prize 2018

Essendo cresciuta nell’ambiente rurale e agricolo dell’Aberdeenshire da giovane, concepisco il paesaggio e la “queerness” intrinsecamente legati tra loro. E, come chiunque si identifichi come “queer”, sono eccitata dai confini fluidi dell’identità, specialmente quelli di genere e geografici. Il nodo produttivo di questo nuovo lavoro per Venezia è proprio il punto in cui tutte queste cose sono in contatto l’una con l’altra.

Linsey Young (curatrice del padiglione scozzese, ndr) aggiunge: «Conosco Charlotte da molti anni e ho collaborato con lei su due mostre in passato. Per Venezia, Charlotte sta preparando un film a canale singolo molto ambizioso, con cui prosegue nell’esplorazione della Queer Wilderness combinando elementi audio e video raccolti durante viaggi in location internazionali che confluiranno in un’installazione progettata per gli spazi dei Giardini e dell’Arsenale».

Francesco Bonami - Curator, Critic, Artist

La Biennale di Venezia, come la Settimana Enigmistica, vanta tantissimi tentativi più o meno riusciti d’imitazione ma rimane la prima e la più importante. Oggi il curatore ha una maggiore responsabilità: nel 1993 il pubblico della Biennale era principalmente di addetti ai lavori, adesso è fatto di gente normale che sceglie di andare a una mostra piuttosto che a una partita di calcio o al luna park. Il curatore dev’esserne grato e rendere l’esperienza accessibile, piena di contenuti ma non supponente o presuntuosa. La Biennale del 2003 che curai invitando tanti altri curatori fu l’ultima vera biennale nel bene e nel male. Oggi chi va alla Biennale visita una grande mostra, non più un girone infernale fantastico come lo furono le edizioni del 2003, 2001, 1999 e 1993. Per questo mi aspetto da Ralph Rugoff una bellissima mostra a misura umana.

Alessandro Rabottini - Director Miart

Oggi il pubblico della Biennale di Venezia è sempre più ampio anche perché l’arte contemporanea è divenuta nei decenni recenti un collettore di esperienze in grado di coinvolgere anche il mondo aziendale, quello della finanza, della moda e del design. Poche altre mostre periodiche possono contare su un pubblico globale come quello della Biennale e, per quanto la struttura delle rappresentazioni nazionali sia spesso ritenuta obsoleta, questa sua caratteristica di “Olimpiadi dell’arte” le garantisce un pubblico molto trasversale. Nonostante la proliferazione di Biennali a livello globale, Venezia è sicuramente un palcoscenico che può cambiare la carriera di un artista. Sono curioso di vedere il progetto di Cathy Wilkes, un’artista che seguo molto e che rappresenterà l’Inghilterra per questa edizione. E, ovviamente, sono ansioso di vedere il Padiglione Italia.

Eva Fabbris - Researcher And Curator Fondazione Prada Independent Curator

Apprezzo la scelta del curatore Ralph Rugoff di ridurre il numero dei partecipanti alla sua Biennale: mi aspetto che gli artisti abbiano spazio, e l’organizzazione in due mostre separate sembra volerlo garantire. La sua lista, tutta di viventi, rispecchia una dichiarazione che aveva rilasciato a proposito della sua Biennale di Lione del 2015: «Una Biennale funziona come una sorta di orologio. È un modo di misurare il tempo», che risuona nel titolo veneziano, vagamente anatema, filosoficamente e storicamente spaventoso. È questa ambizione a cristallizzare per qualche mese il linguaggio in cui si esprime lo zeitgeist che continuerà a distinguere le biennali dalle fiere. Aspetto con impazienza il padiglione austriaco della graffiante femminista d’avanguardia Renate Bertlmann, la partecipazione belga degli stralunati Harald Thys e Jos De Gruyter; e sono già fan del padiglione Italia!

Traduzione di Richard Sadleir